Gli igloo di Mario Merz in mostra all’Hangar Bicocca

Redazione

Il 24 ottobre all’Hangar Bicocca di Milano è stata inaugurata la mostra “Igloos”, dedicata a Mario Merz, uno degli artisti più rilevanti del secondo dopoguerra, tra i principali esponenti dell’Arte Povera.

L’esposizione comprende oltre trenta opere di grandi dimensioni a forma di igloo, tra le più significative nella produzione di Merz. L’artista ha, infatti, indagato per quasi quarant’anni questa forma, riconfigurandola ogni volta con materiali ed elementi diversi in una ricerca dei processi di trasformazione dell’uomo e della natura. L’igloo è spesso costituito da uno scheletro in metallo ricoperto dai materiali più vari, come argilla, vetro, pietra, juta e metallo. Gli igloo, visivamente riconducibili alle primordiali abitazioni, diventano per l’artista l’archetipo dei luoghi abitati e del mondo e la metafora delle diverse relazioni tra interno ed esterno, tra spazio fisico e spazio concettuale, tra individualità e collettività.

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Il Dipartimento educativo di Pirelli HangarBicocca organizza il programma “School”, un progetto rivolto alle scuole di ogni ordine e grado, orientato alla valorizzazione dei linguaggi artistici dell’arte contemporanea che possano interessare e coinvolgere materie apparentemente distanti dall’arte.

Le attività “Città di parole”, relative alla mostra “Igloos”, fanno riferimento alla storia, alla letteratura inglese e alla storia dell’arte. L’obiettivo della visita guidata è ripercorrere la storia dell’uso della parola e del neon attraverso alcuni igloo emblematici che raccontano il rapporto di Merz con il linguaggio lungo tutta la sua vita.

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Biografia di Mario Merz tratta dalla “Guida alla mostra”
Mario Merz (Milano, 1925–2003) inizia la sua attività artistica a partire dagli anni ’40, alla fine della Seconda guerra mondiale. Cresciuto a Torino, intraprende gli studi di Medicina, ma nel 1945 lascia la facoltà per aderire al gruppo antifascista Giustizia e Libertà. A causa dell’impegno politico viene condannato a un anno di carcere, durante il quale incontra il critico Luciano Pistoi (1927–95), che sarà un’importante figura di riferimento all’inizio del suo percorso di artista. In questa situazione di isolamento Merz si misura con il disegno; risalgono a questo periodo le celebri rappresentazioni grafiche di spirali eseguite senza mai sollevare la matita dalla carta.

Uscito di prigione, Merz si forma come autodidatta, dedicandosi alla tecnica del disegno e successivamente alla pittura, immergendosi nella natura, che diventa soggetto principale dei suoi lavori. Nel 1954 la galleria La Bussola di Torino organizza la prima mostra personale di Merz, che espone una serie di dipinti caratterizzati da uno stile personale, che si avvicina all’Informale e all’Espressionismo astratto, ma soprattutto dall’elaborazione di forme naturali, come la foglia o la castagna. Nello stesso periodo incontra Marisa, l’artista che diventerà la sua compagna di vita. Agli inizi degli anni ’60 Merz realizza in studio lavori in cui sperimenta quelle che ha poi definito “strutture aggettanti”: opere volumetriche composte da una tela da cui fuoriescono elementi a forma di cubo o piramide, e spesso perforate da tubi al neon. Al confine tra pittura e scultura, questi lavori si inseriscono nelle ricerche condotte in ambito artistico nello stesso periodo sull’ambiente e lo sfondamento della bidimensionalità, nel tentativo di fondere diversi mezzi espressivi.

Mario Merz prosegue le sue indagini sulla tridimensionalità trapassando con tubi al neon elementi di uso quotidiano come un ombrello, una bottiglia o il suo stesso impermeabile, nell’intento di smaterializzare l’oggetto attraverso l’energia della luce che ne trasforma l’essenza. Negli anni ’60 incontra Germano Celant, che nel 1968 cura alla Galleria Sperone di Torino la prima mostra in cui Merz espone opere che si inseriscono in questa sperimentazione, sganciandosi definitivamente dalla bidimensionalità della parete. Nello stesso periodo Celant conia il termine “Arte Povera” e include Merz nel gruppo di artisti che presenterà sotto questa definizione in numerose mostre, tutti accomunati dal voler rompere i confini tra natura e cultura, tra arte e vita, nel tentativo di raggiungere una comprensione soggettiva della materia e dello spazio. In quegli anni, Merz e altre figure legate all’Arte Povera, come Giovanni Anselmo, Alighiero Boetti, Piero Gilardi, Pino Pascali, Michelangelo Pistoletto e Gilberto Zorio, prendono parte alle più importanti collettive internazionali tra cui “Op Losse Schroeven” allo Stedelijk Museum di Amsterdam a cura di Wim Beeren, e “When Attitudes Become Form” alla Kunsthalle di Berna, curata da Harald Szeemann, entrambe nel 1969.

Con l’intento di occupare uno spazio autonomo e indipendente, ponendosi in relazione con esso, Merz crea nel 1968 il primo igloo alla galleria Arco d’Alibert di Roma. Intitolata successivamente Igloo di Giap, l’opera è formata da una struttura semisferica in acciaio ricoperta con una rete metallica a cui sono agganciati numerosi pani di argilla avvolti in sacchetti di plastica. Lungo tutta la superficie esterna della struttura, dalla sommità fino a terra, corre una scritta al neon che obbliga lo spettatore a girare intorno all’opera per leggere la frase nella sua interezza: “Se il nemico si concentra perde terreno se si disperde perde forza Giap”. A partire da questo momento e per tutta la sua carriera, l’artista svilupperà la forma dell’igloo parallelamente alla sua produzione di opere pittoriche, scultoree e installative, intersecando questa ricerca con tutti gli elementi che caratterizzano la sua poetica, dai tavoli alle spirali, dalla serie di Fibonacci all’uso della parola scritta.

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(Crediti immagini: Wikimedia Commons, Wikimedia Commons)

 

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