Collocazioni ante litteram

Paola Tiberii

“Collocazione” è una parola di uso comune nella lingua italiana, soprattutto nel suo significato di disposizione di oggetti secondo un determinato criterio.

Per esempio: la collocazione dei libri in biblioteca è stata aggiornata.

L’introduzione di questo termine in campo specificamente linguistico per indicare una combinazione di due o più parole che ricorre nell’uso abituale della lingua è invece relativamente recente. Si ritiene infatti che il primo studioso a usare il termine collocazione in questa accezione sia stato il linguista inglese John Rupert Firth nei suoi Papers in Linguistics, 1939-1951 (Oxford University Press, 1957). In quest’opera Firth attesta l’uso della parola “collocation” come termine “tecnico” e introduce in modo sistematico il concetto di collocazione nella teoria linguistica.

Tuttavia già negli anni 30 il linguista inglese Harold Palmer, in qualità di insegnante d’inglese in Giappone, si era reso conto che gli studenti giapponesi incontravano maggiori difficoltà nella combinazione corretta dei termini rispetto all’apprendimento del lessico o delle regole grammaticali. Per ovviare a questo problema Palmer compilò una lista di collocations come materiale didattico che potesse facilitare lo studio della lingua.

Se dunque l’introduzione della parola “collocazione” come termine tecnico in linguistica si può far risalire alla prima metà del ‘900, l’idea che tra i vocaboli esista una relazione associativa e che i termini non debbano essere trattati come singole entità non è certo un concetto nuovo, sviluppatosi nell’ultimo secolo. La relazione tra le parole e la consapevolezza della struttura semantica della lingua sono infatti argomenti trattati fin dall’antichità. 

La combinabilità dei termini e l’importanza della disposizione delle parole all’interno di una frase sono infatti temi presenti nella Retorica di Aristotele. In un passo del terzo libro si parla dell’inserimento consapevole, all’interno di un discorso, di una combinazione di parole non usuale e più propria di un registro poetico, attuato allo scopo di generare un elemento di particolarità. Aristotele raccomanda che tale espediente venga praticato senza compromettere in alcun modo la chiarezza del discorso stesso, e allo stesso tempo mette in guardia contro l’uso eccessivo di questo accorgimento, poiché in tal caso l’effetto voluto verrebbe vanificato e addirittura si produrrebbe “un male peggiore del parlare a caso” (III, 3).

Lo stessa idea sarà espressa tre secoli dopo da Orazio il quale, in un verso dell’ArsPoetica (vv. 46-51), conia l’espressione “callida iunctura” per indicare una combinazione di parole particolarmente arguta e inventiva.

In verbis etiam tenuis cautusque serendis
dixeris egregie, notum si callida verbum
reddiderit iunctura novum […]
dabiturque licentia sumpta pudenter.

(Moderato e cauto nella scelta delle parole
ti esprimerai in modo egregio se un accostamento accorto
renderà nuova una parola nota […]
libertà che sarà concessa se usata con moderazione)

Il concetto di collocazione come accostamento di termini ricorre anche in Cicerone che, in un passo del De Oratore, si serve proprio dell’espressione “collocatio verborum” per indicare il modo accurato di disporre le parole all’interno di una frase (III, 43). La sua idea di collocazione come accostamento particolare di termini riguarda principalmente l’aspetto ritmico-metrico dalla frase, mentre nella linguistica contemporanea il termine collocazione ha assunto un senso tecnicamente più specifico.

Immagine per il box: “Parliamentary archives”, di Matt Brown (via flickr)

Immagine di apertura: “The Public Library in Stockholm”, di Ian Schmidt (via flickr)

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