Collocazioni? No, grazie

Paola Tiberii

È interessante osservare la reazione che alcune persone manifestano nel momento in cui si esplicita la funzione delle collocazioni come elemento della struttura della lingua e quanto il loro uso corretto sia determinante per una comunicazione appropriata e di senso compiuto.

Di fronte alla “scoperta” delle collocazioni la maggior parte delle persone manifesta un immediato interesse, ritenendo che individuare, riconoscere ed essere consapevoli di questo particolare aspetto della linguistica consente di acquisire una maggiore ricchezza lessicale e una più ampia competenza nell’esprimersi. Considera quindi importante possedere una conoscenza più profonda dei legami che regolano la produzione della lingua.

Capita a volte che alcuni obiettino con decisione: “Io non uso le collocazioni e combino le parole secondo i miei gusti. Quando mi esprimo sono totalmente libero di abbinare le parole come più mi piace”.

Benché consideri la prima reazione la più ovvia e scontata, trovo la seconda particolarmente interessante. Mi colpisce infatti che alcune persone operino una sorta di negazione di ciò che avviene naturalmente, benché inconsapevolmente, nel parlare o nello scrivere. Difficile immaginare una reazione simile di fronte a una regola grammaticale o sintattica, all’uso corretto di un verbo irregolare o del congiuntivo. Nessuno proclamerebbe la propria autonomia rispetto alla sintassi o alle concordanze. Anzi, l’aderenza alla regola viene considerata prassi ineludibile per un corretto uso del linguaggio.

Se per un verso è innegabile che chiunque, per esprimersi, possa disporre di una estrema libertà nella scelta dei termini, d’altro canto il gusto personale, la competenza lessicale e l’abilità retorica non possono prescindere dalle combinazioni in uso in una lingua. Perché dunque alcuni rifiutano l’idea delle collocazioni quando, evidentemente, non possono farne a meno se vogliono esprimersi in modo comprensibile? Forse le considerano una limitazione alla propria libertà espressiva? O un cliché da evitare?

Eppure basta leggere qualche riga di un qualsiasi libro o giornale con occhio attento alle collocazioni per rendersi conto di quanto queste siano strutture imprescindibili della lingua.

“Ma se Saturno-Cronos esercita un suo potere su di me, è pur vero che non è mai stato una divinità di mia devozione; non ho mai nutrito per lui altro sentimento che un rispettoso timore.”

Italo Calvino, Lezioni americane

“Il farmacista riceve una minaccia chiara, diretta. E che fa? A una settimana di distanza offre al suo nemico l’occasione migliore per attuare la minaccia: se ne va a caccia.”

Leonardo Sciascia, A ciascuno il suo

“Il signor Manuel imboccò una stradetta sterrata che sollevava una nuvola di polvere dietro l’automobile.”

Antonio Tabucchi, La testa perduta di Damasceno Monteiro

“Noi rispetteremo gli impegni già assunti e ne prenderemo anche di nuovi che riguardano per esempio l’aumento, sia pure assai moderato, della diminuzione del debito. Per ora attendiamo di vedere il finale ma che più o meno è prevedibile: impegni rispettati da parte italiana, nuovi moderati impegni assunti, nuova e moderata flessibilità per quanto riguarda investimenti quasi quotidianamente monitorati dalla Commissione europea e dai suoi assistenti.”

Eugenio Scalfari in un editoriale su La Repubblica (26 ottobre 2014)

Usare le collocazioni dunque non vuol certo dire avere una limitata competenza lessicale o ricorrere ad abusati cliché, ma piuttosto il contrario: la ricchezza e l’eleganza nell’esprimersi si devono in parte proprio alla consapevolezza nell’uso delle collocazioni.

Così come abbiamo imparato a camminare e lo facciamo in modo automatico senza dover pensare a coordinarci, anzi senza essere pienamente consapevoli dei singoli movimenti che concorrono a creare un’azione tanto complessa quanto naturale, allo stesso modo il linguaggio, dopo il processo di acquisizione della lingua, diventa quasi un automatismo. Durante il percorso scolastico la struttura grammaticale e sintattica della lingua viene analizzata e studiata nelle sue regole e eccezioni. Non così per le collocazioni che, non seguendo regole precise, spesso non vengono rese esplicite. Ma il fatto che usiamo le collocazioni in modo spontaneo non deve trarci in inganno e farci pensare che queste non siano una parte importante del linguaggio.

Immagine di apertura: Colors #2, di Carmelo Speltino (via flickr)

Immagine per il box: “Papà, mi compri una scatola di Università?”, di ciocci (via flickr)

 

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