Ermo colle

Paola Tiberii

Nel linguaggio comune ogni frase corretta e di senso compiuto è formata da parole che, nel rispetto della grammatica e della sintassi, vengono combinate tra loro in base alle collocazioni proprie della lingua.

Cosa accade invece nel linguaggio poetico? Anche la poesia, come ogni altra forma di espressione verbale, non è una semplice successione di parole ma i singoli termini sono combinati tra loro secondo un determinato criterio. Rispetto alla lingua comune, però, nella poesia la scelta delle parole e le loro combinazioni seguono logiche e percorsi radicalmente diversi.

Infatti, se nel linguaggio comune la lingua ha come scopo primario la comunicazione, nella poesia supera quest’aspetto funzionale e diventa essa stessa forma espressiva autonoma rispetto al significato che veicola. Nel linguaggio poetico, dunque, la scelta dei termini, così come il loro accostamento, devono necessariamente tener conto della doppia funzione che la lingua assume nel farsi poesia.

Senza i vincoli della comunicazione, il poeta può disporre di una maggiore libertà sia per quanto riguarda il lessico, sia per il modo di combinare i termini tra loro. Nel linguaggio della poesia le collocazioni in uso nella lingua comune perdono la loro forza coesiva a favore di nuove e impreviste combinazioni, vere e proprie creazioni linguistiche che rispondono a specifiche valenze poetiche mai disgiunte dalle esigenze del ritmo, delle pause, degli accenti, delle assonanze o delle rime. Trattando questo particolare aspetto del linguaggio poetico, Orazio conia l’espressione callida iunctura per indicare un abbinamento di termini in cui parole di uso comune acquistano forma e significato nuovi grazie proprio all’accostamento creativo, inusuale e particolarmente arguto da parte del poeta. Nella linguistica moderna le callidae iuncturae dell’Ars Poetica di Orazio sono definite collocazioni letterarie, combinazioni di termini distinte dalle collocazioni proprie della lingua per il loro carattere esclusivamente letterario e, dunque, non presenti nell’uso comune.

In un’intervista RAI del 1960, Giuseppe Ungaretti spiega come la scelta e la combinazione dei termini rappresentino per il poeta una sfida difficile e tormentata: “… poesie brevissime mi richiedono sei mesi di lavoro, non sono mai a posto. Si seguono con l’orecchio, non si sa poi che cosa sia questo orecchio … perché l’orecchio poi va dietro al significato, va dietro al suono, va dietro a tante cose…tutto deve finire col combinare e col dare la sensazione che sia espressa la poesia. Non è mai espressa veramente … Si è sempre scontenti. Si vorrebbe che fosse detto diversamente ma la parola è impotente, la parola non riuscirà mai a dare il segreto che è in noi, mai, lo avvicina…”

Le collocazioni letterarie si sedimentano nel patrimonio letterario comune come espressioni inscindibilmente legate alla poesia di cui sono parte costitutiva. Collocazioni letterarie come

occhi fuggitivi, sudate carte, ermo colle, irti colli, sovrumani silenzi, fiero pasto, selva oscura, cielo disfatto, fatal quiete, dorati silenzi

immediatamente rimandano al testo poetico di cui sono parte. Sono espressioni cristallizzate sul piano della forma, significato e potere evocativo, ed entrano nell’uso del linguaggio comune in forma di citazione possibile solo all’interno di un codice linguistico e culturale condiviso.

Per esempio, è improbabile che nell’uso comune della lingua si adoperi l’espressione ermo colle per indicare un colle solitario se non come citazione intenzionale del famoso verso dell’Infinito di Leopardi. E infatti, proprio come citazione, il colle leopardiano è stato evocato in occasione della recente elezione del Presidente della Repubblica. Metaforicamente associato al colle dell’Infinito, il colle del Quirinale, sede dell’omonimo palazzo presidenziale, è diventato dunque l’ermo colle:

Sempre caro mi fu quest’ermo colle (clicca qui per leggere l’articolo di Vittorio Zucconi)

Sempre Amato mi fu per l’ermo Colle (clicca qui per leggere l’articolo pubblicato sul blog “Lo Spiffero”)

Ermo Colle (rubrica di Andrea Sarubbi sui giornali locali del Gruppo Espresso)

Sotto forma di citazione, le collocazioni letterarie compaiono nei contesti più disparati:

E la mosca divenne uno splendido bocconcino. Guarda il filmato al rallentatore del fiero pasto. (http://www.focus.it/ambiente/animali/il-pasto-del-colibri)

Eppure in Russia c’è chi prende sul serio le sudate carte putiniane. (www.reporternuovo.it/2015/03/13/russia-putin-scomparso-dal-5-marzo-ipotesi-malattia-e-golpe/)

La fatal quiete: La rappresentazione della morte nel cinema (a cura di Carlo Tagliabue, Flavio Vergerio, Daniela Previtali, ed. Lindau, 2005)

Ispirandosi al celebre verso “M’illumino d’immenso”, la trasmissione radiofonica di Radio 2 Caterpillar ha ideato M’illumino di meno, iniziativa volta a promuovere la giornata del risparmio energetico. Ungaretti avrebbe sorriso e spento la luce.

Immagine di apertura: “Italy, Marche, Recanati – countryside”, di Gianni Del Bufalo (via flickr)

Immagine per il box: A. Ferrazzi, “Giacomo Leopardi”. Olio su tela, 1820 circa. Casa Leopardi, Recanati. (via Wikipedia)

Per la lezione

Prosegui la lettura

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *