Senza se e senza ma

Paola Tiberii

Una collocazione è un cliché linguistico? Dipende.

Capita a volte che una collocazione sia percepita come un cliché. I due fenomeni linguistici sono invece diversi tra loro e benché un cliché sia spesso anche una collocazione, non è detto che una collocazione sia un cliché.

Una collocazione è combinazione di due o più parole che tendono a comparire insieme, come prendere una decisione, vittoria netta, clima torrido, risata fragorosa, dormire profondamente. Trattandosi di un’unità linguistica, si potrebbe pensare che collocazione sia sinonimo di cliché, di formula banale, di luogo comune. Il cliché, invece, in genere anch’esso formato da una combinazione di termini, è un’espressione il cui uso ripetuto, e soprattutto l’abuso, ne ha logorato a tal punto il significato da essere percepita come una frase banale e priva di originalità.

Il cliché infatti non nasce come tale, lo diventa. Si tratta in genere di un’espressione che in un determinato contesto si è rivelata particolarmente efficace e che viene riutilizzata e replicata in modo automatico, anche in contesti diversi, assumendo in tal modo una forma cristallizzata e svuotata del suo significato originario. Diventa così una frase fatta, una formula ripetuta meccanicamente tanto da risultare fastidiosa: un cliché appunto, dal termine francese che indica uno stampo tipografico.

Nel momento storico attuale caratterizzato da una comunicazione sempre più rapida e pervasiva, i mezzi di comunicazione sono una fabbrica continua di cliché che nascono, si diffondono rapidamente, sembrano scomparire per ritornare poi tenacemente in auge spesso trasformati e riadattati ad altra situazione. L’esigenza di immediatezza ed efficacia della comunicazione televisiva determina infatti più facilmente il ricorso a cliché che, se usati con parsimonia, possono anche dare agilità al discorso. L’abuso, invece, riduce il discorso a una sterile riproposizione di frasi fatte, rendendo la comunicazione priva di profondità. È difficile seguire una qualsiasi trasmissione dedicata alla politica senza ascoltare almeno una delle seguenti espressioni: 

Teatrino della politica

Mettere le mani nelle tasche degli italiani

Subito le riforme

Serve una cabina di regia

Non abbassare la guardia

Ci vuole un nuovo soggetto politico

Siamo garantisti

Scendere in campo

Dare un segnale di discontinuità

Cambiamento di rotta

Senza se e senza ma

Nel linguaggio giornalistico di contesti più vari, soprattutto nei telegiornali, ricorrono quotidianamente cliché come:

Emergenza freddo, emergenza caldo, emergenza neve, ecc.

Caldo record, freddo record

L’inverno più freddo dal, l’estate più calda dal

Giro di vite su

Tangentopoli, parentopoli, affittopoli, rimborsopoli, ecc.

Totoministri, totonomine, totopoltrone, totoquirinale, totocolle, ecc.

Accordo bipartisan

È giallo

Ore di angoscia per

Crolla la fiducia dei consumatori

Mercati euforici

Nulla sarà più come prima

Panchina che scotta

Può capitare che la stessa espressione considerata come fastidioso cliché, sia invece una normale collocazione in un contesto diverso, in genere quando viene utilizzata in senso proprio. Per poter infatti stabilire se un’espressione sia un cliché o una collocazione, spesso non basta prendere in esame parametri lessicali o semantici relativi all’espressione stessa, ma bisogna considerare qualità e variabili che non sempre possono essere determinate in modo oggettivo. Per esempio, tra i cliché elencati nella precedente lista, cambiamento di rotta è una collocazione tipica del linguaggio marittimo, e cabina di regia del linguaggio della produzione televisiva.

In conclusione, le frasi stereotipate che da un canto suonano come espressioni banali e fastidiose, dall’altro rappresentano indubbiamente formule rassicuranti e pronte all’uso, soprattutto in un linguaggio che tende all’enfasi e all’uso smodato dell’iperbole. Una comunicazione che voglia però essere realmente efficace e non banale può occasionalmente far ricorso, con consapevolezza e abilità, a formule stereotipate ma deve attingere quanto più possibile a un repertorio ampio di alternative lessicali e linguistiche che rappresentano una base più sicura su cui sviluppare una reale creatività linguistica.

Immagine di apertura: Tom Newby, “Cliche” (via flickr)

Immagine per il box: Quinn Dombrowski, “Cliché” (via flickr)

 

 

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