Sole a catinelle

Paola Tiberii

A chi è mai capitato di dire sole a catinelle? Probabilmente a nessuno, mentre molti avranno invece usato espressioni come sole a picco oppure pioggia a catinelle.

Quando parliamo o scriviamo abbiamo in genere la sensazione di poter disporre della più totale libertà nell’abbinare le parole tra loro. In realtà non è proprio così. Il linguaggio si basa infatti sulla abilità di scegliere le combinazioni dei termini tra una serie di collocazioni pre-costituite che sono state memorizzate nella fase di apprendimento della lingua.

Per esempio, immaginiamo di entrare in un bar e di ordinare un caffè forte. Il barista senza battere ciglio ci servirà il caffè. Cosa succederebbe invece se ordinassimo un caffè energico? Probabilmente il barista mostrerebbe una certa esitazione, ci rivolgerebbe uno sguardo interrogativo chiedendosi se ciò che desideriamo non sia piuttosto un caffè forte. Nella percezione del barista, così come in quella di qualsiasi altra persona che si esprima in italiano, la nostra comunicazione contiene un elemento inusuale, non pienamente comprensibile. Anche se caffè energico potrebbe essere considerata una combinazione corretta dal punto di vista grammaticale e sintattico, questa è un’espressione estranea al codice linguistico condiviso, non riconoscibile da un parlante la stessa lingua e dunque non può essere ritenuta una collocazione corretta.

Esiste una regola in base alla quale è possibile affermare con certezza che caffè forte è una collocazione corretta mentre caffè energico non lo è?

Se sollevare un dubbio è una collocazione corretta, altrettanto possiamo dire di alzare un dubbio?

Un film in nero e bianco?

Possiamo affrontare una discussione infuocata e anche una discussione cocente?

Qual è il criterio che ci consente di definire “corretta” una collocazione?

In realtà non esiste una regola che ci venga in soccorso. Il legame tra le parole è a volte arbitrario, non sempre vi è un nesso logico che unisca i termini tra loro, né possiamo desumere in modo analitico le corrette combinazioni. L’unico elemento che ci permette con certezza di considerare corretta una collocazione è la sua riconoscibilità, vale a dire che il suo uso ha reso questa combinazione un’espressione dotata di significato, che essa si è consolidata come unità lessicale e come tale viene percepita dai parlanti la stessa lingua.

Se per poter comunicare in modo chiaro dobbiamo dunque necessariamente ricorrere a collocazioni che siano corrette, in uso, riconoscibili e condivise nel codice comunicativo, la conoscenza delle collocazioni e la consapevolezza del legame che unisce i termini non devono essere viste come un vincolo limitante. Le trasgressioni sono consentite. Del resto regola e trasgressione formano un binomio inscindibile e “dobbiamo imparare bene le regole per infrangerle nel modo giusto”, per usare le parole del Dalai Lama.

E qui torniamo a Sole a catinelle, titolo di un film del comico Checco Zalone. Proprio perché ci si aspetta che tutti conoscano le espressioni sole a picco e pioggia a catinelle, si può costruire l’“errore” intenzionale “sole a catinelle”, una combinazione di termini dal significato indecifrabile che fa sorridere perché evoca una improbabile fusione delle due opposte esperienze atmosferiche.

Ma non solo i comici giocano con le collocazioni. Con il titolo Eyes wide shut (letteralmente “occhi spalancatamente chiusi”), il regista Stanley Kubrick crea una collocazione inesistente in inglese, lingua in cui gli occhi sono generalmente “wide open” (spalancati) ma non “wide shut”. Chi ha visto il film può sicuramente capire che questa collocazione “non corretta” ben si adatta alla vicenda narrata, dove la realtà appare più irreale del sogno e il sogno più reale della realtà.

Immagine di apertura: “sole e nuvola”, Tnello (via flickr)

Immagine box: KubrickforLook, Library of Congress (pubblico dominio, via Wikimedia Commons)

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