Boko Haram

Boko Haram (maggio 2015)

Francesco Tuccari

Boko Haram è il nome con il quale si designa abitualmente un gruppo terroristico di stampo islamista che opera da diversi anni tra il nord-est della Nigeria, il Camerun, il Ciad e il Niger. La denominazione ufficiale del gruppo è Gama’at Ahl al-Sunna li-l-Da’wa wa ‘l-Gihad («Congregazione dei compagni del Profeta per la propagazione della tradizione sunnita e della guerra santa»). L’espressione «Boko Haram» – che significa «l’istruzione occidentale è blasfema» oppure «è proibita» – rende tuttavia in modo molto chiaro qual è l’ispirazione fondamentale del movimento, che si colloca nella vasta e variegata galassia del fondamentalismo islamico.

Un’organizzazione poco conosciuta ma in prepotente ascesa

A differenza di Al Qaeda e dell’IS (Stato islamico), che sono marchi ormai ovunque ben noti del terrorismo internazionale, Boko Haram è un gruppo ancora relativamente poco conosciuto al di là della cerchia degli addetti ai lavori e che, almeno per il momento, non è entrato stabilmente nel circuito dei grandi network dell’informazione globale. La ragione dell’inte­resse solo relativo e intermittente che ha sinora suscitato nell’o­pinio­ne pubblica internazionale dipende principalmente dal fatto che esso agisce su una scala prettamente locale e cioè nelle regioni nord-orien­tali della Nigeria e nei paesi con esse immediatamente confinanti.

Boko Haram, tuttavia, non è semplicemente un gruppo terroristico tra gli altri. A differenza della maggior parte delle circa cinquanta organizzazioni che l’ulti­mo Country Report on Terrorism (2013) del Dipartimento di Stato americano classifica come «terroristiche», esso si distingue per la particolare ferocia delle sue azioni, per il radicalismo della sua visione del mondo e della società, per la sua capacità espansiva e, non da ultimo, per la figura decisamente inquietante del suo leader, Abubakar Shekau, secondo alcune fonti ucciso nel settembre 2014 dalle forze di polizia nigeriane, ma forse ancora vivo e in attività.

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Il leader di Boko Haram Abubakar Shekau. Screenshot da uno dei video di propaganda diffuso da Boko Haram e riportato su diverse testate in tutto il mondo

Un unico dato – riportato nel Global Terrorism Index 2014 – è sufficiente per dare la misura del rilievo crescente che Boko Haram sta assumendo tra i movimenti terroristici attualmente operanti nelle diverse parti del pianeta: per il numero delle vittime provocate tra il 2000 e il 2013, infatti, esso è il terzo gruppo terroristico del mondo, dopo i Talebani e Al Qaeda e prima dello stesso IS. È vero che questa «classifica» deve essere aggiornata agli ultimi due anni. Ma se si considera che Boko Haram ha cominciato a fare un uso sistematico della violenza soltanto a partire dal 2009, il dato è a dir poco impressionante.

Le origini

Boko Haram è stato fondato nel 2002 a Maiduguri, capitale dello Stato federale di Borno, nel nord-est della Nigeria. Per sette anni è stato diretto dal suo fondatore, Mohammed Yusuf, un musulmano di idee radicali, vicino al salafismo e decisamente orientato in senso anti-occidentale.

Il progetto originario del movimento era di tipo separatista. In un paese profondamente diviso sul piano etnico e soprattutto religioso, per metà cristiano (soprattutto al sud) e per metà islamico (soprattutto al nord), esso rivendicava una piena e integrale applicazione della sharia negli Stati settentrionali della Nigeria, ponendosi così in netto contrasto non soltanto con la componente cristiana della popolazione della regione ma anche con una vasta porzione di musulmani di orientamento moderato, che in alcuni Stati del nord-est avevano già introdotto, in for­ma più o meno blanda, la legge coranica.

La svolta del 2009

A partire dal 2009 Boko Haram ha ulteriormente radicalizzato le proprie posizioni, iniziando a predicare il jihad – la guerra santa – contro gli «infedeli» e a praticare la violenza su larga scala, con l’obiettivo di esacerbare i contrasti tra musulmani e cristiani, di sovvertire il governo federale del paese (peraltro profondamente corrotto) e di trasformare l’intera Nigeria in uno Stato islamico. A segnare e a rendere irreversibile questa svolta fu una serie di aspri scontri con le forze dell’ordine nigeriane scoppiati nel luglio di quell’anno in diversi Stati del nord (Bauchi, Kano, Borno e Yobe). Vi persero la vita diverse centinaia di persone, molti membri del movimento e il suo stesso leader spirituale, il già citato Mohammed Yusuf, morto in circostanze poco chiare subito dopo il suo arresto da parte della polizia.

Da allora le violenze non hanno più avuto sosta e Boko Haram, sotto la guida di un nuovo leader, Abubakar Shekau, ha iniziato a fare sistematicamente ricorso al terrore. Ha ingrossato in misura molto consistente le proprie fila, che oggi possono contare su circa 30.000 combattenti reclutati soprattutto tra le fasce più deboli, povere e disagiate della popolazione. Ha consolidato le proprie fonti di finanziamento, attingendo all’e­conomia illegale, al traffico di armi e stupefacenti. E ha stretto significativi legami con altri gruppi terroristici quali l’IS, Al Qaeda nel Maghreb islamico (AQIM) e Al-Sha­baab, che ha la sua base in Somalia.

Struttura, obiettivi e tecniche della violenza e del terrore

Come molte altre organizzazioni terroristiche Boko Haram non è strutturato in modo gerarchico e unitario. È piuttosto un insieme di cellule che agiscono sotto la stessa sigla ma senza un vero e proprio coordinamento centrale. Il che rende il movimento nel suo complesso particolarmente difficile da smantellare. Al cuore di questa galassia di gruppi che spesso agiscono in modo indipendente, vi è tuttavia, secondo gli esperti, un nucleo più ristretto di militanti che è responsabile delle azioni più violente e organizzate.

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I pompieri al lavoro dopo un attentato in Nigeria. (AFT Press. Immagine tratta dal canale flickr di Diariocritico de Venezuela)

Sono molteplici e sempre più gravi gli attentati – talora veri e propri massacri di centinaia di persone – messi a segno Boko Haram dal 2009 a oggi. I suoi bersagli privilegiati sono chiese cristiane, moschee, scuole, caserme, mercati, luoghi pubblici, edifici e personale civile e militare del governo, talora cittadini stranieri. In alcuni casi, per dare maggiore risonanza alle sue azioni, esso ha preso di mira obiettivi «internazionali» particolarmente visibili. Così, ad esempio, nell’agosto 2011, poco tempo dopo la vittoria del cristiano Goodluck Jonathan alle elezioni presidenziali, quando i terroristi riuscirono a sventrare con un’auto­bomba il quartier generale delle Nazioni Unite nella capitale del paese, Abuja, provocando 18 morti e svariate decine di feriti.

Le tecniche adottate da Boko Haram per seminare morte e terrore sono brutali. Nella maggior parte dei casi si tratta di assalti con armi da guerra, che portano a vere e proprie uccisioni di massa. L’ultima e forse la più grave di queste stragi si è consumata nella città e nei dintorni di Baga all’inizio di gennaio 2015 – grosso modo negli stessi giorni degli attentati di Parigi – e ha provocato centinaia di morti, secondo alcune stime addirittura duemila. Spesso i miliziani utilizzano esplosivi e autobombe. Non esitano inoltre a ricorrere ad attentatori suicidi, talora giovani o addirittura bambini, non di rado del tutto ignari della propria «missione». In diverse occasioni sono state effettuate raccapriccianti decapitazioni di ostaggi, riprese a video e poi diffuse via internet, con una strategia mediatica molto simile a quella adottata dall’IS, compresi i videomessaggi minacciosissimi e tecnicamente sempre più sofisticati di Shekau. In altri casi sono stati effettuati rapimenti di massa, tra i quali ha suscitato particolare impressione a livello mondiale quello di 276 studentesse (per lo più cristiane) di una scuola della cittadina di Chibok, nello Stato di Borno, messo a segno nell’aprile 2014.

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Michelle Obama e la campagna per la liberazione delle studentesse di Chibok (twitter)

Un’emergenza globale

Sebbene vi siano ampi margini di incertezza, si calcola che ad oggi (maggio 2015) le vittime delle violenze perpetrate da Boko Haram siano circa 14.000. Una cifra spaventosa. Se ad esse si aggiunge il gran numero di sfollati dai villaggi e dalle città che i miliziani hanno letteralmente distrutto o posto sotto il proprio controllo – pare siano quasi un milione di persone – le dimensioni della tragedia che sta oggi vivendo la Nigeria appare in tutta la sua drammaticità.

Boko Haram, tuttavia, non rappresenta soltanto un’emergenza locale. I rapporti che ha stretto con altri movimenti jihadisti in Africa e in Medio Oriente, in particolare con l’IS di al-Baghdadi, e la sua dichiarata aspirazione a dar vita a uno Stato islamico nei territori da esso controllati e amministrati mostrano in modo sufficientemente chiaro che Boko Haram è parte di una minaccia assai più ampia e articolata con cui dovrà confrontarsi nei prossimi anni l’intera comunità internazionale.