Indipendenza della Catalogna

Catalogna indipendente? Il referendum del 1° ottobre 2017

Francesco Tuccari

 

Il 1° ottobre 2017 si è celebrato in Catalogna un contestatissimo referendum per l’indipendenza della «nazione catalana» dalla Spagna. I risultati della consultazione – che non prevedeva alcun quorum e che i suoi proponenti hanno presentato fin dal principio come «vincolante» – hanno segnato una netta vittoria dei fautori dell’«autodeterminazione», nonostante la vasta e spettacolare azione repressiva messa in campo dal governo di Madrid. Quasi il 92% dei votanti ha infatti risposto affermativamente al quesito referendario: «Vuoi che la Catalogna sia uno Stato indipendente in forma di Repubblica?».

Collocazione della Catalogna nella penisola iberica (fonte: Wikipedia)

Su questo esito, tuttavia, pesano come macigni due dati di enorme rilievo. Il primo è che il referendum, fin dalla sua indizione ufficiale il 7 settembre, è stato dichiarato incostituzionale dal Tribunal Constitucional spagnolo, il supremo organo che veglia sugli equilibri istituzionali del paese. Il secondo è che i votanti che hanno effettivamente preso parte alla consultazione (circa 2,6 milioni di elettori) rappresentano soltanto il 43% circa dei catalani aventi diritto (circa 5,3 milioni). È vero che la repressione del governo centrale ha inibito e in parte direttamente impedito una piena partecipazione al voto, con la chiusura di centinaia di seggi, la distruzione di milioni di schede elettorali e intimidazioni spesso accompagnate dall’uso della forza. Da quel che è dato capire, tuttavia, è molto probabile – anche se ormai impossibile da verificare – che una parte assai consistente dei catalani non si sia recata alle urne perché contraria a qualsiasi ipotesi «indipendentista». Lo suggeriscono i dati di un altro referendum sull’indipendenza che i catalani avevano già celebrato nel 2014. Anche in quel caso infatti – ma si trattava allora di un referendum non vincolante – i «sì» avevano trionfato con l’80% dei consensi. A votare, però, era stato già allora meno del 36% degli aventi diritto.

Al di là delle ragioni e delle responsabilità delle due parti, il referendum del 1° ottobre 2017 ha generato una crisi di eccezionale gravità, che non investe soltanto la Catalogna (spaccata in due tra indipendentisti e unionisti) e la Spagna (che vede minacciata la propria secolare integrità territoriale), ma anche la stessa Unione europea (decisamente ostile a qualsiasi ipotesi indipendentista). Si tratta, più in generale, di una crisi che promette di ridare fiato alle molte irrisolte «questioni nazionali» e «micronazionali» che – dal Kurdistan iracheno alla Scozia, dal Belgio al Québec fino alla Lombardia e al Veneto – continuano in varia misura ad agitare il cosiddetto «mondo globale» con lo spettro, sempre difficilissimo da esorcizzare, della secessione.

 

Le radici «storiche» dell’indipendentismo catalano

È da molti anni che la Catalogna rivendica una più netta autonomia da Madrid e/o l’indipendenza vera e propria dalla Spagna. Come accade in tutti i movimenti che possiamo definire «nazionalisti», anche gli autonomisti e soprattutto gli indipendentisti catalani fanno appello a una storia plurisecolare che legittimerebbe, con il peso ingombrante del passato, le loro richieste.

In effetti la storia della Catalogna offre molteplici appigli alle retoriche del «catalanismo» e alle memorie di cui esso si nutre. Assieme ad altre importanti regioni storiche della penisola iberica, infatti, la Catalunya iniziò ad assumere una propria identità culturale fin dall’epoca dell’invasione musulmana della Spagna, nell’VIII secolo. Suddivisa in varie contee e integrata nella Marca hispanica creata da Carlo Magno al principio del IX secolo, essa si emancipò in seguito dal dominio carolingio e cadde progressivamente, tra il X e il XII secolo, sotto il controllo dei conti di Barcellona, i quali nel 1137, con Raimondo Berengario IV, si legarono dinasticamente alla monarchia di Aragona. Per questa via, la Catalogna giocò un ruolo importante, anche se non privo di tensioni, nella nascita del regno di Spagna, che sorse nel 1479, all’indomani del matrimonio (1469) di Isabella, regina di Castiglia, e di Ferdinando il Cattolico, re di Aragona e, tra le altre cose, conte di Barcellona.

Durante i primi decenni di vita dello Stato territoriale spagnolo – sotto lo stesso Ferdinando e poi all’epoca di Carlo V d’Asburgo, re di Spagna dal 1516 al 1556 – la Catalogna godette di una discreta autonomia, unita agli altri regni iberici da un vincolo confederale relativamente debole. Con l’ascesa al trono di Spagna di Filippo II (1556-1598), tuttavia, la situazione cambiò. Il sovrano, infatti, adottò una politica rigidamente assolutistica e centralistica che faceva perno sulle istituzioni e la classe dirigente castigliane. In tal modo si posero le premesse delle future tensioni tra il regno di Spagna e la Catalogna, la quale in due diverse occasioni tentò di rendersi indipendente dallo Stato centrale: la prima volta durante il regno di Filippo IV d’Asburgo (1621-1665) nel contesto di crisi prodotto dalla guerra dei Trent’anni; la seconda volta al termine della guerra di Successione spagnola, sotto il regno di Filippo V di Borbone (1700-1724).

Nel primo caso, una vera e propria rivolta popolare – la cosiddetta «guerra dei mietitori» – portò tra il 1640 e il 1641 alla proclamazione di una Repubblica di Catalogna che, sotto la protezione francese, sopravvisse sino al 1652, quando essa fu nuovamente riportata sotto il dominio spagnolo con la forza delle armi. Nel secondo caso, al termine di un conflitto tra le grandi potenze europee durato 13 anni, la miccia della resistenza catalana fu accesa dal definitivo riconoscimento – con le paci di Utrecht (1713) e Rastadt (1714) – di Filippo V di Borbone come legittimo sovrano spagnolo. Contraria a questo esito perché preoccupata dalle misure ipercentralistiche già introdotte dal nuovo sovrano, la Catalogna continuò, ormai isolata e senza prospettive, a sostenere la candidatura al trono spagnolo di Carlo VI d’Asburgo, dal 1711 imperatore del Sacro Romano Impero. La resistenza ebbe il proprio centro in Barcellona che, assediata per oltre un anno, fu costretta a capitolare l’11 settembre 1714: una data che doveva poi diventare il giorno della «festa nazionale della Catalogna», la Diada Nacional de Catalunya.

La definitiva ascesa al trono di Filippo V confermò le peggiori aspettative dei catalani. Nel 1716, infatti, con il quarto e ultimo Decretos de Nueva Planta (dopo quelli già promulgati nel 1707, nel 1711 e nel 1715 per altre parti del regno spagnolo), il sovrano soppresse tutte le istituzioni autonome catalane e impose il castigliano come lingua ufficiale delle scuole, dell’amministrazione e dei tribunali, facendo al contempo chiudere diverse università che lo avevano osteggiato durante la guerra di Successione. In tal modo, oltre a perdere qualsiasi identità politico-istituzionale, i catalani si videro in gran parte privati del loro principale strumento di identità culturale, la lingua catalana, che aveva conosciuto in passato un significativo splendore anche letterario e che ora veniva degradata a vernacolo. È proprio su questo terreno, dunque, che nell’Ottocento acquisì un rilevante vigore la Renaixença, un movimento di ispirazione romantica che si sforzò di recuperare e di tener vive le tradizioni linguistiche e culturali della Catalogna. Fu questa la via attraverso la quale l’identità catalana sopravvisse al suo declino fino al XX secolo.

Il catalanismo riacquistò una più ampia consistenza, anche sul piano politico, negli anni Venti e Trenta del Novecento e soprattutto durante la guerra civile spagnola (1936-1939). In quel drammatico frangente, infatti, una vasta parte della Catalogna si schierò contro Francisco Franco e a favore della repubblica, diventando poi oggetto – per tutti gli anni della dittatura del Caudillo (1939-1975) – di una feroce repressione. A farne le spese furono ciò che rimaneva delle già fragili istituzioni locali, la lingua catalana (ridotta a strumento di comunicazione rigorosamente privato) e decine di migliaia di catalani uccisi in massa dal regime.

 

L’autonomismo e l’indipendentismo catalano nella Spagna democratica

Non vi è dubbio che sia stata soprattutto la spietata azione repressiva del regime franchista a lasciare in eredità alla Spagna contemporanea le memorie più vivide di una potenziale «questione catalana», assieme – si deve aggiungere – a una assai più esplosiva «questione basca» che doveva invece trascinarsi per decenni in una spirale violentissima di attentati terroristici e repressione governativa.

Elettori al seggio (HatzeOir.org, flickr)

La Costituzione democratica entrata in vigore nel 1978 riuscì tuttavia a stemperare per circa tre decenni l’autonomismo e l’indipendentismo catalani. Fin dall’art. 2, infatti, essa riconosceva – accanto al principio della «indissolubile unità della Nazione spagnola» – «il diritto all’autonomia delle nazionalità e regioni che la compongono». Il testo costituzionale conferiva allo Stato una fisionomia fortemente decentralizzata (artt. 137-158), attribuendo alle diverse regioni «storiche» del paese lo status di «comunità autonome» (artt. 137 e 143), enumerando però un’ampia serie di competenze esclusive (art.149) e di poteri di controllo centrali (art. 153) e prevedendo comunque la possibilità di obbligare le Comunidades all’«adempimento forzoso» degli obblighi imposti dalla Costituzione e al rispetto e alla protezione degli «interessi generali della Spagna» (art. 155). Secondo quanto previsto dalla Costituzione, la Catalogna si diede nel 1979 un proprio «Statuto di autonomia», sottoposto a referendum e poi ratificato dal Parlamento spagnolo. Con esso vennero definite la natura e i compiti delle istituzioni autonome – la Generalitat – e il catalano fu promosso a lingua ufficiale a fianco del castigliano.

L’Estatut del 1979 fissò un equilibrio tra Catalogna e Spagna che doveva reggere per oltre un quarto di secolo, pur nel quadro di un più generale revival dei nazionalismi e degli etnonazionalismi prodotto in varie forme e misure – in Europa e nel mondo – dall’incedere della globalizzazione e dagli impulsi identitari da essa sollecitati. Fu Jordi Pujol l’uomo politico che, come segretario del partito nazionalista Convergenza Democratica di Catalogna (1974-2003) e presidente della Generalitat dal 1980 al 2003, segnò questa fase della storia catalana.

Dopo il suo ritiro dalla politica, le spinte autonomiste e indipendentiste crebbero d’intensità. Esse si manifestarono in modo chiaro nel 2006, con l’approvazione per via referendaria di un nuovo Statuto che rafforzava l’autonomia e i poteri della «nazione» catalana, soprattutto sul terreno della gestione delle risorse finanziarie. Quando, nel luglio del 2010, il Tribunale costituzionale spagnolo dichiarò incostituzionali svariati articoli di questo nuovo Estatut, prese concretamente il via la spirale di eventi che dovevano portare al referendum del 1° ottobre 2017. Quasi contemporaneamente si abbatteva sull’Europa, e con particolare virulenza sulla Spagna, la grande crisi economica mondiale iniziata negli Stati Uniti nel 2007-2008. È in questo quadro che la Catalogna – una delle regioni più sviluppate d’Europa, che da sola genera circa il 20% del Pil spagnolo – cominciò a rivendicare il proprio diritto all’autodeterminazione, soprattutto in materia fiscale, accusando Madrid di mettere in atto forme aperte e ormai insopportabili di sfruttamento interno.

Un segno inequivocabile di questa nuova stagione fu la vittoria di Artur Mas alle elezioni del Parlamento catalano del novembre 2010. Subentrato nel 2003 a Pujol alla guida di Convergenza Democratica e della coalizione/federazione Convergenza e Unione (formata da CDC e dall’Unione Democratica di Catalogna, UDC), egli fu nominato presidente della Generalitat, una carica che mantenne fino al 2016, quando gli succedette l’attuale presidente Carles Puigdemont.

 

Verso il referendum del 1° ottobre 2017

Con la presidenza di Artur Mas i rapporti tra Barcellona e Madrid si fecero sempre più tesi, in un crescendo di manifestazioni di piazza inneggianti all’indipendenza della Catalogna.

Nel 2012 si ebbe un primo grave momento di crisi. Nell’estate il parlamento catalano votò un progetto di «patto fiscale» con il governo centrale, che il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy respinse con fermezza. In quel frangente il parlamento catalano si sciolse (settembre) e furono indette nuove elezioni (novembre) che, pur nel quadro di una relativa flessione di Convergenza e Unione, diedero comunque la maggioranza ai partiti indipendentisti.

È in questo contesto che iniziò a maturare l’idea, già da tempo circolante, di un referendum per l’autodeterminazione. Un progetto appoggiato da Convergenza e Unione e dalla Sinistra Repubblicana di Catalogna – che si riaccordarono per un secondo mandato di Mas come presidente della Generalitat (2012-2016) – ma subito drasticamente contrastato da Madrid. Dopo varie schermaglie che videro scendere in campo non soltanto il governo e il parlamento spagnolo ma anche il Tribunale costituzionale, questo primo referendum – legalmente una semplice consultazione – fu celebrato il 9 novembre 2014, senza alcuna implicazione vincolante di carattere politico-istituzionale. Come abbiamo già detto, esso diede una piena vittoria agli indipendentisti (poco più dell’80% dei votanti). A votare, però, fu soltanto il 36% circa degli aventi diritto. Si trattava di numeri molto diversi da quelli che solo due mesi prima, il 18 settembre 2014, aveva registrato il referendum per l’indipendenza della Scozia – un referendum, si noti, svoltosi con il consenso del governo di Londra. In quel caso votò circa l’85% degli scozzesi. Di essi, però, il 55% si espresse contro l’indipendenza.

Carles Puidgemont, Presidente della Generalitat of Catalonia (Wikipedia)

La situazione della Catalogna doveva peraltro radicalizzarsi ulteriormente. Dopo la consultazione del 2014, infatti, il governo di Mas entrò in crisi. Furono quindi indette nuove elezioni (27 settembre 2015), che diedero ancora una volta la maggioranza ai partiti indipendentisti, coalizzati nella lista Junts pel Sí. Dopo tre mesi di trattative, l’ipotesi di un terzo mandato di Mas per la presidenza della Generalitat venne a cadere. E, grazie a un accordo tra Junts pel Sí e il partito Candidatura di Unità popolare, nel gennaio 2016 fu nominato presidente Carles Puigdemont, che con intransigenza crescente continuò a porre all’ordine del giorno il tema dell’indipendenza, entrando definitivamente in rotta di collisione con l’altrettanto intransigente governo di Madrid.

 

Il referendum

Riprendendo lo stesso copione del 2014, Puigdemont annunciò nel giugno 2017 l’intenzione della Generalitat di procedere a un nuovo referendum sull’«autodeterminazione», che fu approvato dal parlamento catalano con una maggioranza risicata e poi ufficialmente indetto il 7 settembre successivo per il 1° ottobre, nonostante le durissime prese di posizione del governo di Mariano Rajoy. Come era già accaduto nel 2014, il Tribunale costituzionale dichiarò immediatamente incostituzionale la consultazione, ordinandone lo stesso 7 settembre la sospensione.

Questa volta, però, Puigdemont decise di andare fino in fondo. Non si limitò, infatti, ad affermare che il referendum si sarebbe tenuto in ogni caso nella data prevista. Ribadì anche che la consultazione – la quale non prevedeva un quorum – avrebbe avuto un valore legale vincolante: in caso di vittoria del «sì», insomma, la Catalogna avrebbe effettivamente proclamato la propria indipendenza. Si materializzò così la minaccia di una vera e propria secessione.

Di fronte a questa prospettiva il governo spagnolo reagì duramente allo scopo di impedire materialmente lo svolgimento del referendum. Fu mobilitata la Guardia Civil spagnola e ai Mossos d’Esquadra – il corpo di polizia della Catalogna – fu ordinato di impedire ogni forma di propaganda elettorale e tutti i preparativi per le operazioni di voto.

Il ricorso alla forza si tradusse nei giorni immediatamente precedenti al referendum nel sequestro di milioni di schede elettorali, nell’irruzione in alcune sedi di partiti indipendentisti e in una serie di denunce e di arresti di attivisti. Esso suscitò, e non soltanto in Catalogna, svariate manifestazioni di solidarietà con il popolo catalano. E non fece recedere gli indipendentisti dai loro propositi. Il tutto, sotto lo sguardo dei media di tutto il mondo e di una comunità internazionale preoccupata per gli sviluppi di una situazione potenzialmente esplosiva, ma generalmente ostile, soprattutto in Europa, alla prospettiva indipendentista.

Si giunse così al giorno della consultazione. La Guardia Civil intervenne in diverse sezioni elettorali per impedire il voto. I Mossos d’Esquadra catalani, agli ordini del carismatico Josep Trapero e divisi tra la fedeltà a Madrid e quella a Barcellona, si astennero invece il più possibile dall’uso della forza, in alcuni casi costringendo la Guardia Civil a interventi più incisivi. Vi furono svariati scontri e tafferugli, che provocarono complessivamente oltre 800 feriti. Ma nonostante tutto – al netto della chiusura di qualche centinaio di seggi – il referendum poté svolgersi e diede alla fine un risultato non troppo dissimile da quello del 2014: oltre il 90% dei votanti si espresse a favore dell’indipendenza. Ma a votare fu solo il 43% degli aventi diritto. Si trattava – com’è evidente – di un esito molto ambiguo, che tuttavia la notte del 1° ottobre, dopo gli scrutini, Puigdemont comunicò con entusiasmo ai catalani e all’opinione pubblica mondiale, annunciando come ormai imminente una «dichiarazione di indipendenza» della Catalogna.

 

Dopo il referendum

Il video del messaggio alla Nazione del Re di Spagna Felipe VI due giorni dopo il referendum catalano (dal canale YouTube ufficiale della Casa Reale di Spagna)

A questo annuncio il governo spagnolo reagì con tutta la forza del caso: negando ancora una volta qualsiasi valore legale alla consultazione e minacciando di sciogliere d’autorità – come previsto dalla Costituzione – la Generalitat della Catalogna e di sottrarle qualsiasi forma di autonomia. La situazione fu resa ancor più incandescente il 3 ottobre da un durissimo e criticatissimo intervento del re Felipe VI, che, uscito dal suo silenzio, accusò il governo catalano di «slealtà» e di «condotta irresponsabile» chiedendo a Rajoy di ristabilire l’ordine costituzionale e chiudendo così qualsiasi prospettiva di dialogo tra Barcellona e Madrid. Per tutta risposta Puigdemont ribadì che nel giro di pochi giorni la Catalogna avrebbe formalmente dichiarato la propria indipendenza. Nel frattempo si moltiplicarono nel paese e nella stessa Catalogna le manifestazioni «unioniste». Particolarmente partecipata quella che percorse Barcellona l’8 ottobre. Il premio Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa vi intervenne con un discorso infuocato sulle ragioni dell’unione tra Spagna e Catalogna.

In questa situazione di stallo, Puigdemont – stretto tra le pressioni degli indipendentisti, l’ostilità degli unionisti catalani, le minacce molto concrete di Madrid e le critiche dell’Ue – ha optato infine per una fragile e assai ambigua strategia di compromesso: il 10 ottobre, in un discorso al parlamento catalano, ha dichiarato sì l’indipendenza della Catalogna, ma «sospendendola» subito dopo per aprire un negoziato con il governo spagnolo.

Si tratta di una strategia che Madrid non intende assecondare e che non ha stemperato in alcun modo il braccio di ferro tra il governo centrale e Barcellona Con ogni probabilità, dunque, la questione dell’indipendenza catalana rimarrà ancora per molto tempo all’ordine del giorno della politica spagnola, con esiti che al momento è molto difficile prevedere e che potrebbero però gettare il Paese in una delle crisi più gravi della sua storia.

Crediti immagini: makamuki0, pixabay e HatzeOir.org, flickr