Terrore globale

Terrore globale (gennaio 2016)

Francesco Tuccari

Negli ultimi dodici mesi il terrorismo di matrice jihadista ha continuato a colpire con estrema ferocia in Europa e nel resto del mondo, in particolare in Medio Oriente e in Africa. Secondo alcuni analisti, questa ondata impetuosa di violenza tradirebbe la debolezza crescente della forza ispiratrice oggi predominante dello jihadismo, il cosiddetto «Stato islamico» (Is), messo a dura prova dalle azioni militari di una vasta coalizione internazionale. Secondo altri, invece, essa sarebbe, esattamente al contrario, il segno di una sua accresciuta capacità di destabilizzare una vasta porzione del mondo. Sul punto è difficile esprimersi. Un rapido resoconto dei principali attentati degli ultimi mesi, tuttavia, può darci qualche indicazione sulla natura, l’effettiva portata e le possibili conseguenze di questa vera e propria esplosione del terrorismo globale.

Degli attentati di Parigi (7-9 gennaio 2015), Copenaghen (14-15 febbraio 2015) e Tunisi (18 marzo 2015) abbiamo già discusso in un precedente articolo. Qui parleremo dei nuovi attacchi terroristici che il «jihad globale» ha messo a segno dopo di allora, tra l’aprile del 2015 e il gennaio del 2016. Tra essi spiccano senz’altro, per la loro brutalità e i loro effetti, quelli di Parigi del 13 novembre 2015, che hanno provocato la morte di 130 persone.

 

2 aprile 2015 – Garissa (Kenya)

Uno degli attacchi terroristici più impressionanti del 2015 è stato quello che il 2 aprile – circa venti giorni dopo la strage del Museo del Bardo a Tunisi – ha colpito il campus universitario di Garissa, nella parte orientale del Kenya, a circa 200 chilometri dal confine con la Somalia. Esso è stato realizzato e poi rivendicato da Al Shabaab («la Gioventù»), un gruppo terroristico jihadista sorto nel 2006, associato ad Al Qaeda dal 2012 e attivo soprattutto in Somalia. L’attacco è stato compiuto da un commando di miliziani che ha fatto irruzione nel campus di prima mattina: dapprima sparando in modo indiscriminato contro gli studenti, poi prendendone diverse centinaia in ostaggio e infine procedendo a esecuzioni sommarie soprattutto di quelli di fede cristiana, fino all’intervento delle forze di sicurezza e dell’esercito. Il bilancio di questa carneficina durata quasi un’intera giornata, e concepita da Al Shabaab come risposta alla partecipazione del governo kenyota alla coalizione militare che lo combatte in Somalia, è stato di circa 150 morti, quasi tutti giovani studenti, alcuni dei quali decapitati secondo l’orrendo stile omicida già più volte messo in scena dall’Is.

Servizio giornalistico della BBC sull’assalto a Garissa (dal canale YouTube della BBC)

 

26 giugno 2015 – Sousse (Tunisia), Kuwait City, Leego (Somalia), Lione

Poco meno di tre mesi dopo la strage di Garissa, il 26 giugno, durante il Ramadan, lo jihadismo ha messo a segno quasi contemporaneamente, nell’arco di una sola giornata, tre (forse quattro) gravi attacchi terroristici in diverse parti del mondo. Pochi giorni prima l’Is aveva diffuso un messaggio audio in cui invitava i propri adepti a trasformare il mese sacro dell’Islam in un periodo di «calamità per gli infedeli».

A Sousse, in Tunisia, i terroristi hanno preso di mira un target di sicuro effetto: una spiaggia e poi un hotel di lusso frequentati da un gran numero di turisti stranieri. Giunti dal mare, armati di kalashnikov, essi hanno ucciso circa una quarantina di persone, molte delle quali di nazionalità britannica, prima di essere sopraffatti dalle forze speciali.

L’attentato di Sousse è stato rivendicato dall’Is, che si è assunto anche la paternità dell’attacco suicida messo a segno lo stesso giorno da un kamikaze, il quale si è fatto esplodere, al grido di «Allah è grande», nella moschea sciita di Al-Imam al-Sadeq di Kuwait City durante l’ora di preghiera. Anche in questo caso il bilancio è stato assai pesante: almeno 27 morti e oltre duecento feriti.

Il terzo attentato del 26 giugno, sempre di ispirazione islamista, ha avuto una matrice e un obiettivo del tutto differenti. Esso è stato realizzato a Leego, in Somalia, dai miliziani di Al Shabaab contro una base militare di forze di peacekeeping dell’Unione Africana impegnate nella missione Amisom (African Union Mission in Somalia). Facendo prima esplodere un’autobomba (forse con un kamikaze a bordo) e poi con un lungo scontro a fuoco, i terroristi hanno ucciso circa 50 soldati del Burundi.

È meno chiara la natura del quarto attentato del 26 giugno, che ha avuto come teatro una fabbrica di prodotti chimici situata vicino a Lione, nel sud della Francia. In questo caso l’attentatore – Yassin Salhi, un cittadino francese di origine marocchina, impiegato nello stabilimento chimico e già noto ai servizi di sicurezza per la sua vicinanza a gruppi salafiti – ha ucciso e decapitato il suo datore di lavoro e poi provocato un’esplosione nella fabbrica, fortunatamente senza gravi conseguenze. In un clima esasperato, le autorità francesi hanno quasi immediatamente sottolineato la matrice terroristica dell’attentato. Negli interrogatori successivi, tuttavia, Yassin Salhi ha negato di essere un terrorista e ha spiegato il suo gesto – coronato da un macabro selfie che lo ritrae accanto alla testa mozzata della sua vittima – con «difficoltà personali legate al lavoro e alla famiglia». Una dichiarazione, questa, assai significativa per comprendere la complessa zona grigia, al tempo stesso psicologica e sociale, in cui disagio e fanatismo maturano e si confondono.

 

10 ottobre 2015 – Ankara (Turchia)

Nei tre mesi successivi alle stragi del 26 giugno il terrorismo internazionale ha continuato a seminare morte in diverse parti del mondo: l’11 luglio a il Cairo, in Egitto, dove un’autobomba esplosa nei pressi del consolato italiano ha provocato due morti e una decina di feriti; il 17 agosto a Bangkok, in Thailandia, dove un ordigno esplosivo collocato nei pressi del santuario di Erawan, in pieno centro cittadino, ha provocato 22 morti e un centinaio di feriti; il 21 agosto in Francia, su un treno Amsterdam-Parigi, sul quale un giovane marocchino armato di kalashnikov è stato neutralizzato da alcuni militari americani prima che potesse compiere una strage; il 17 settembre a Berlino, dove un iracheno ha accoltellato un’agente di polizia ed è stato subito dopo ucciso da un collega della vittima; il 28 settembre a Dacca, in Bangladesh, dove è stato assassinato un cooperante italiano. Alcuni di questi atti di violenza – quelli del Cairo e di Dacca – sono stati esplicitamente rivendicati dall’Is. Altri – quelli sul treno Amsterdam-Parigi e di Berlino – sono chiaramente riconducibili, quanto meno in base al profilo degli attentatori, alla galassia dell’estremismo islamico, forse all’Is il primo e ad Al Qaeda il secondo. Rimane invece ancora poco chiara la matrice dell’attentato di Bangkok, che è probabilmente da attribuirsi a un gruppo terroristico di etnia uigura, una minoranza cinese turcofona e di religione musulmana in aperto contrasto con il governo thailandese.

L’attentato più grave dopo le carneficine del 26 giugno, tuttavia, è stato messo a segno il 10 ottobre ad Ankara, in Turchia: un paese chiave nel complicatissimo scacchiere mediorientale, diviso da molteplici contrasti, meta di un gigantesco flusso di profughi dalla vicina Siria (messa in ginocchio dalla guerra civile e dall’espansionismo dello Stato islamico) e allora alla vigilia di un importante appuntamento elettorale. Gli attentatori – due kamikaze – in questo caso hanno preso di mira una grande manifestazione contro il governo per «il lavoro, la pace, la democrazia» organizzata dai sindacati, dalle forze progressiste e da gruppi filocurdi. Essi si sono fatti esplodere nei pressi della stazione ferroviaria di Ankara, dove erano radunate diverse centinaia di manifestanti, provocando circa 100 morti e molte decine di feriti. Anche in questa occasione sono stati sollevati da più parti molti dubbi sulla matrice della strage che, in assenza di esplicite rivendicazioni, è stata attribuita al PKK (la formazione politico-militare curda che combatte da anni contro il governo), a forze della sinistra estrema, a settori deviati di destra dei servizi segreti turchi e infine a gruppi jihadisti affiliati all’Is. È questa l’ipotesi poi accreditata dal governo e dal partito del presidente Erdogan, che ha conquistato la maggioranza assoluta alle elezioni del 1° novembre. Si è trattato, in ogni caso, di uno degli attentati più gravi della storia della Turchia.

 

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L’Airbus precipitato il 31 ottobre 2015 sul Sinai (via Wikipedia, foto in Creative Commons BY-SA 4.0)

31 ottobre 2015 – Sinai

Venti giorni dopo la strage di Ankara, il 31 ottobre, un altro gravissimo atto terroristico, rivendicato dall’Is, ha sconvolto la comunità internazionale. In questo caso gli attentatori hanno colpito un volo di linea russo lungo la tratta Sharm el Sheikh-San Pietroburgo, provocando la morte di tutti i 224 passeggeri dell’airbus, precipitato sulle alture centrali del Sinai. Nel messaggio di rivendicazione, gli autori dell’attentato – un gruppo jihadista della provincia del Sinai di recente affiliato allo Stato islamico – hanno dichiarato di aver «abbattuto» l’aereo di linea per vendicare le centinaia di morti provocate dai raid della Russia in Siria contro le forze ostili ad Assad (tra cui appunto l’Is), decisi da Putin nei mesi precedenti e iniziati a partire dal 30 settembre. La rivendicazione è parsa in un primo momento poco credibile, anche perché l’aereo volava ad alta quota, fuori dalla gittata di possibili lanciamissili. Esclusa tuttavia l’ipotesi di un incidente tecnico, si è poi accertato che l’aereo è effettivamente esploso in volo a causa di un rudimentale ordigno piazzato nella cabina passeggeri. Un ordigno – collocato in una lattina di Schweppes Gold – di cui una pubblicazione propagandistica online dell’Is, la rivista Dabiq, ha diffuso la foto. Con la morte dei 224 «crociati russi» la Russia di Putin è entrata definitivamente nei complicati giochi dell’area, suscitando poi forti tensioni con gli Stati Uniti e con la Turchia di Erdogan.

 

12 novembre 2015 – Beirut

Pochi giorni dopo l’abbattimento dell’airbus russo, il 12 novembre, un ulteriore fronte del terrorismo jihadista legato allo Stato islamico si è aperto in Libano. Qui, di nuovo, il terrore ha preso di mira gli sciiti, colpendo un quartiere della periferia sud di Beirut, tradizionale roccaforte di Hezbollah, schierato al fianco di Assad in Siria. Anche in questo caso si è trattato di un attentato suicida, messo a segno da due kamikaze che, a pochi minuti l’uno dall’altro, si sono fatti saltare in aria, il primo con una moto-bomba e il secondo con una cintura esplosiva, provocando 43 morti e centinaia di feriti. L’attentato contro gli «apostati» di Hezbollah è stato rivendicato poco dopo dall’Is.

 

13 novembre 2015 – Parigi

A un solo giorno di distanza dalla strage di Beirut, il 13 novembre, il jihad globale ha messo a segno uno dei suoi attacchi più violenti e spettacolari nel cuore dell’Europa, a Parigi, ancora sotto lo choc degli attentati del 7-9 gennaio 2015 contro la redazione di Charlie Hebdo e l’ipermercato kosher a Porte de Vincennes.

La dinamica di questo attacco – definito «senza precedenti» dal presidente Hollande – è stata assai complessa e articolata ed è stata ricostruita con precisione solo nelle settimane successive ai fatti. Lo stesso vale per la rete di jihadisti che – tra la Francia, il Belgio e la Siria – lo ha progettato, sostenuto e poi messo a segno.

La sequenza del terrore è iniziata intorno alle 21.20 con un kamikaze che, dopo aver tentato di entrare nello Stade de France – dove era in corso un’amichevole di calcio Francia-Germania cui stava assistendo lo stesso presidente della Repubblica – si è fatto saltare in aria con una cintura esplosiva all’esterno della struttura sportiva.

Da allora, per tre lunghissime ore, fino alle 00.25, la città è stata tenuta in ostaggio di una violenza selvaggia, messa in opera da un numero difficilmente quantificabile di terroristi (si suppone almeno una quindicina) decisi a uccidere in modo indiscriminato il maggior numero possibile di persone e poi a morire in nome di Allah. Sono stati almeno quattro gli attentatori suicidi che si sono fatti esplodere con le loro cinture esplosive: tre nei pressi dello stadio, uno in Boulevard Voltaire. Altri attentatori, armati di kalashnikov e organizzati in almeno due commando, hanno invece seminato morte e panico in vari locali del X e dell’XI arrondissement: il ristorante la Petite Cambodge, il bar le Carillon, la pizzeria La Casa Nostra, il ristorante La Belle Equipe.

È stato tuttavia il teatro Bataclan, dove si stava esibendo di fronte a un migliaio di spettatori il gruppo musicale americano degli Eagles of Death Metal, il luogo in cui si è scatenata con maggiore virulenza la ferocia dei terroristi. Esso è stato assalito al grido di «Allah è grande» intorno alle 21.40 da un gruppo di attentatori i quali, dopo aver sparato svariate raffiche di mitra sul pubblico, hanno preso e tenuto in ostaggio all’interno del teatro almeno un centinaio di spettatori. Soltanto dopo la mezzanotte le forze speciali sono riuscite a penetrare nel teatro, nel quale gli attentatori si sono fatti da ultimo esplodere. Vi hanno trovato lo spettacolo di una vera e propria carneficina: 89 corpi crivellati di colpi e devastati dalle esplosioni.

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Fiori all’esterno del Bataclan, a Pargi (da flickr)

Sommando i morti del Bataclan alle altre vittime dell’«11 settembre francese», com’è stato quasi subito definito, il bilancio degli attentati del 13 novembre è stato complessivamente di 130 morti e di oltre 300 feriti. Una vera e propria strage, che è stata subito rivendicata, dallo Stato islamico via twitter, con ulteriori minacce rivolte contro Roma, Londra e Washington.

Ad essa le autorità francesi hanno risposto proclamando lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale, chiudendo temporaneamente le frontiere e scatenando una caccia senza quartiere ai responsabili e ai mandanti degli attacchi, che da Parigi si è estesa anche in Belgio, a Bruxelles, dove è stato originariamente pianificato – come hanno poi chiarito le indagini – l’attentato. Nel corso di questa caccia all’uomo, il 18 novembre le forze di sicurezza sono riuscite a scovare e a uccidere a Saint-Denis, alla periferia di Parigi, una delle menti dell’attacco terroristico, Abdelhamid Abaaoud, cittadino belga di origine marocchina, personaggio di spicco del jihadismo belga, membro dell’Is e in continuo movimento tra la Francia, il Belgio e la Siria. Pochi giorni prima, a partire dal 15 novembre, la Francia ha intensificato i propri raid aerei in Siria contro lo Stato islamico.

 

2 dicembre 2015 – San Bernardino (Usa)

Dopo le stragi di Parigi – e un grave attentato a Bamako, in Mali, il 20 novembre, in cui hanno perso la vita per mano di Al Qaeda oltre 20 persone – il fantasma della violenza jihadista è tornato a materializzarsi negli Stati Uniti, a San Bernardino, in California. Qui, il 2 dicembre, una giovane coppia di musulmani – Syed Farook, cittadino americano di origini pakistane, e Tashfeen Malik, pakistana – ha assaltato in tuta mimetica, con armi da guerra ed esplosivi un centro per disabili in cui erano in corso dei festeggiamenti per dipendenti in occasione delle ormai imminenti festività natalizie. I due hanno aperto il fuoco uccidendo 14 persone e ferendone circa una ventina. Dopo un inseguimento ripreso da tutte le tv del mondo, essi sono stati uccisi dalle forze di sicurezza.

Il discorso del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama dopo la strage di San Bernardino (dal canale YouTube della Casa Bianca)

La natura di questa strage, invero, non è stata ancora del tutto chiarita. Farook, infatti, lavorava presso il centro in cui si è svolta la sparatoria e, a detta di molti testimoni, aveva rapporti molto tesi con i suoi dirigenti, con i quali aveva avuto un aspro diverbio proprio il 2 dicembre. Nello stesso tempo, tuttavia, insieme alla moglie (che subito prima di aprire il fuoco sulla folla aveva giurato fedeltà all’Is su Facebook), aveva subito un significativo processo di radicalizzazione in senso religioso. Con ogni probabilità dunque – questa almeno la posizione degli inquirenti – la strage non è stata pianificata ma certo almeno «ispirata» dall’Is e dalla sua propaganda, che ha puntualmente esaltato l’azione dei due attentatori. Ad essa peraltro, come è accaduto in molti altri casi, ha contribuito in misura assai ampia l’estrema facilità con cui negli Stati Uniti è possibile procurarsi armi di ogni tipo.

 

Gennaio 2016 – Gli attentati più recenti

Dopo i fatti di Parigi e di San Bernardino, il terrorismo islamista ha continuato a colpire in molte parti del mondo, alimentando una pericolosa e sfibrante spirale di sospetti, paure e insicurezza. Il 1° gennaio è stato preso di mira un pub a Tel Aviv, assaltato a colpi di mitra da un arabo-israeliano. L’8 gennaio è stata la volta di un resort a Hurghada, in Egitto, attaccato con ogni probabilità da simpatizzanti dell’Is. Il 12 gennaio un kamikaze, sempre dell’Is, si è fatto esplodere nella piazza della moschea Blu di Istanbul, uccidendo 10 persone, otto delle quali turisti tedeschi. Il 14 gennaio il terrore si è spostato a Giacarta, in Indonesia, dove un attacco con esplosivi e armi da guerra, poi rivendicato dall’Is, ha provocato almeno 7 morti e una ventina di feriti. Il giorno successivo, 15 gennaio, Al Qaeda a Ouagadougou, in Burkina Faso, e Al Shabaab al confine tra Somalia e Kenya hanno ucciso decine e decine di persone: nel primo caso quasi una trentina di civili e turisti in un hotel di lusso, nel secondo una sessantina di militari dell’Unione Africana di stanza in una base a Ceel Cado. Il 20 gennaio i talebani hanno colpito l’Università di Charsadda, in Pakistan, facendo circa 30 morti e decine di feriti. Lo stesso giorno miliziani di Al Shabaab hanno assaltato con bombe e armi da guerra un hotel e un ristorante sul lungomare di Mogadiscio, facendo più di venti morti. Gli ultimi attentati riconducibili alla matrice islamista sono stati messi a segno il 31 gennaio e hanno visto come protagonisti l’Is e Boko Haram. Il primo ha colpito Damasco, in Siria, con un violentissimo attacco kamikaze che ha provocato almeno 60 morti. Il secondo ha colpito il villaggio di Maiduguri, in Nigeria, con un bilancio di oltre 80 morti e svariate decine di feriti.

 

Tre conclusioni provvisorie

È assai difficile fare un bilancio di questa tragica spirale di violenza terroristica in cui il mondo intero sembra ormai da tempo intrappolato. Si possono tuttavia abbozzare tre conclusioni di carattere più generale ancorché del tutto provvisorie.

La prima è che forse non si deve sopravvalutare eccessivamente la forza del terrorismo di matrice jihadista riconducendola a un’unica regia che da un solo centro – in primis lo Stato islamico – si irradierebbe a tutto il resto del mondo, indicando obiettivi, fornendo uomini, addestramento, soldi, armi e slogan a cellule in vario modo dormienti ma pronte a seminare morte e terrore in tutto il pianeta. Il cosiddetto «terrorismo globale», che spesso, anche sotto l’effetto del bombardamento dei media, tendiamo a concepire come un fenomeno in qualche modo unitario, è in realtà una galassia assai frammentata e disordinata. È in parte, senz’altro, una sorta di terrorismo «in franchising». Al suo interno, tuttavia, si muovono non soltanto gruppi organizzati molto diversi tra loro (si pensi solo all’Is e ad Al Qaeda, ad Al Shabaab e a Boko Haram) che operano con strategie differenti e talora su una scala eminentemente locale ma anche, e sempre più di frequente, «lupi solitari» che legittimano le proprie azioni con la bandiera nera dello Stato islamico o più generale del Jihad o che addirittura solo ex post vengono arruolati tra le sue schiere.

È d’altra parte proprio per questo suo carattere altamente frammentario – è la seconda considerazione, condivisa da molti analisti – che il terrorismo globale costituisce davvero una minaccia difficilmente estirpabile. Si tratta di una forza che può essere senz’altro contenuta, ma che non può essere sconfitta ovunque e una volta per tutte. Tanto meno con una nuova «war on terror» come quella mossa dagli Stati Uniti all’indomani degli attentati dell’11 settembre, la quale per molti aspetti ha ridato fiato al terrorismo internazionale, quanto meno nei luoghi in cui oggi si è radicato lo Stato islamico. È molto probabile, dunque, che dovremo abituarci a convivere per lungo tempo, e nella misura del possibile, con la violenza molecolare del terrorismo.

Il vero rischio – ed è la terza considerazione – è che questa violenza finisca per interagire con il suo contesto più ampio. A due diversi livelli. Da un lato, esasperando – com’è avvenuto con la cosiddetta «crisi dei profughi» – forme di conflittualità tra le culture che, nelle società multiculturali di oggi, possono accendere veri e propri focolai di «guerra civile» dagli esiti del tutto imprevedibili (di cui hanno forse costituito un assaggio le molestie di massa contro le donne perpetrate a Colonia la notte di Capodanno da un gigantesco «branco» formato, secondo molte testimonianze, da «arabi» e «nordafricani»). Da un altro lato, sul piano della grande politica internazionale, innescando dissidi e tensioni di scala assai più vasta, come quelli che stanno in effetti opponendo in modo crescente e sempre più rischioso Stati Uniti e Russia, Russia e Turchia, Iran e Arabia Saudita nella grande scacchiera del Medioriente. Il rischio, insomma, è che il terrorismo globale, a più livelli, finisca per costituire la miccia di altri e assai più rilevanti conflitti.

Crediti immagine box:

La Tour Eiffel illuminata con i colori della Francia dopo gli attacchi di Parigi del novembre 2015 (foto di Yann Caradec su flickr)