Turchia ed Europa

La Turchia e l’Europa

Francesco Tuccari

Dopo il fallito colpo di Stato del 15-16 luglio 2016 e la dura stretta repressiva messa in atto dal presidente Recep Tayyip Erdoğan, i rapporti tra la Turchia e l’Europa sono andati progressivamente deteriorandosi. Il culmine della tensione è stato raggiunto tra il febbraio e il marzo 2017, quando il leader turco, provocando un’acuta crisi diplomatica, ha ripetutamente tuonato contro l’islamofobia di molti paesi europei e della stessa Ue, ha accusato il governo di Angela Merkel di utilizzare «metodi nazisti» nei confronti dei turchi residenti in Germania ed è giunto a minacciare la sicurezza degli europei e degli occidentali «in ogni parte del mondo».

Secondo molti osservatori, questa guerra di parole va posta in connessione con l’imminente referendum che in Turchia, il 16 aprile, dovrà stabilire il destino della riforma costituzionale in senso ultrapresidenzialista messa a punto da Erdoğan dopo il golpe. Essa, in altre parole, farebbe parte di una spregiudicata strategia elettorale che punterebbe non soltanto a rinsaldare l’orgoglio turco e il regime in patria, ma anche e soprattutto a conquistare i voti dei turchi residenti all’estero (circa 3 milioni di aventi diritto), i quali, chiamati alle urne entro il 9 aprile, potrebbero risultare decisivi per l’esito complessivo della consultazione referendaria.

La Basilica di Santa Sofia, Istanbul (Surreal Name Given, flickr)

Questa lettura coglie senz’altro nel segno. E tuttavia, la crisi che sta sempre più allontanando la Turchia e l’Europa ha anche ragioni più profonde, che chiamano in causa un complicato intreccio di fattori interni e internazionali in un quadro geopolitico più generale in costante evoluzione. Un quadro in cui giocano un ruolo di primo piano – per citare solo le cose più importanti – la guerra civile in Siria, la lotta contro l’Isis, la questione curda, il drammatico problema dei migranti e dei profughi in fuga dalle guerre che stanno disintegrando il Medio Oriente, il ruolo dell’Iran nella regione, il dinamismo della Russia di Putin e gli orientamenti della nuova America di Trump.

È estremamente difficile prevedere in quale direzione potrà evolvere questa crisi perché molto dipenderà, ovviamente, dall’esito del referendum del 16 aprile. Ricostruirne i principali passaggi e analizzarne le cause di fondo può tuttavia darci un’idea dei possibili scenari che si prospettano per il futuro.

 

Prima del golpe: l’accordo sui migranti del marzo 2016

Come abbiamo già visto in un precedente articolo, sui rapporti generali tra la Turchia e l’Europa pesa come un macigno l’annosa questione dei negoziati per l’adesione di Ankara all’Ue, iniziati ufficialmente nell’ottobre 2005 e mai giunti a conclusione.

Un passaggio cruciale in questa lunga e complicata vicenda si è avuto nel marzo del 2016, con la sottoscrizione da parte del governo turco e dei 28 leader dell’Unione (oggi 27) di un importante accordo sui migranti in arrivo sul vecchio continente attraverso la Grecia e la cosiddetta «rotta balcanica». È da qui, dunque, che conviene partire per comprendere gli sviluppi più recenti della crisi tra Turchia ed Europa. È infatti proprio questo accordo – che ha rappresentato originariamente un elemento di relativa distensione nei rapporti tra le parti – una delle più importanti poste in gioco della crisi e nel contempo una delle più potenti armi di ricatto nelle mani di Erdoğan.

Si deve anzitutto precisare che l’accordo, entrato in vigore tra fine marzo e inizio aprile, è stato il frutto del fallimento di una vera e propria politica «europea» in materia di flussi migratori basata su un equilibrato ricollocamento dei richiedenti asilo tra gli Stati membri, duramente respinto da diversi paesi dell’Est Europa e dalla Gran Bretagna. Di fronte a questo evidente insuccesso, materializzatosi con la costruzione di molteplici «muri» anti-migranti che hanno aggravato una già drammatica emergenza umanitaria sollevando anche difficili problemi di ordine pubblico, l’Ue ha concordato con il governo turco una strategia di alleggerimento della pressione migratoria sulla Grecia. Si è infatti stabilito – questo, nella sostanza, il contenuto dell’accordo – che i migranti irregolari in arrivo sulle coste greche a partire 20 marzo sarebbero stati riportati in Turchia. Per ogni siriano irregolare «respinto», l’Europa si è impegnata altresì ad accogliere – in uno scambio «uno a uno» – un profugo siriano «regolare» rifugiato nel paese, ma fino a una quota gestibile per l’Ue. Come contropartita, la Turchia ha chiesto un finanziamento di alcuni miliardi di euro per la gestione dei migranti, che si calcola siano circa tre milioni. Non solo. Ha anche siglato un’intesa di massima che prevedeva per l’immediato futuro la possibilità per i cittadini turchi di entrare e viaggiare in Europa senza visto e la riapertura della sua richiesta di adesione all’Ue.

È su questo accordo – da molti criticato nel suo principio e poi nella sua stessa efficacia – che si è abbattuta la scure del golpe del luglio 2016. Già prima di allora, tuttavia, i rapporti tra Turchia ed Europa erano andati inasprendosi in modo significativo.

 

Dall’accordo sui migranti al golpe (marzo-luglio 2016)

Recep Tayyip Erdoğan durante una conferenza stampa a margine di un incontro con il Segretario Generale dell’ONU Ban Ki Moon (World Humanitarian Summit, flickr)

A spingere verso questa recrudescenza è stata soprattutto l’evoluzione della politica turca tra la primavera e l’estate del 2016. Essa ha restituito all’opinione pubblica di tutto il mondo l’immagine di un regime prossimo al collasso ma deciso al tempo stesso a reagire con ogni mezzo alla propria crisi, anche a costo di sacrificare ogni parvenza di democrazia, come è poi effettivamente avvenuto all’indomani del fallito golpe.

Su questi sviluppi hanno pesato in misura molto ampia i ripetuti attentati terroristici di cui il paese è stato teatro. I più gravi, tra marzo e luglio, sono stati quelli che hanno colpito Ankara il 13 marzo (37 morti) e Istanbul rispettivamente il 19 marzo (5 morti), il 7 giugno (11 morti) e il 28 giugno (44 morti all’aeroporto Atatürk in un attacco con bombe e kalashnikov). Di volta in volta attribuiti o apertamente rivendicati dagli indipendentisti curdi e dall’Isis, questi attentati hanno generato un clima favorevole a una involuzione autoritaria del sistema politico turco, che il regime non ha esitato a sfruttare. Sempre tra marzo e luglio, infatti, il presidente ha usato il pugno di ferro contro le opposizioni e la stampa antigovernativa, accusata in più occasioni di collaborare con organizzazioni terroristiche. Ha fatto approvare dal Parlamento una riforma della costituzione che abolisce l’immunità parlamentare e mette dunque a rischio la posizione dei deputati d’opposizione, soprattutto i filocurdi (20 maggio). Ha favorito l’avvicendamento alla guida del governo e del partito Akp di un suo fedelissimo sostenitore, Binali Yildirim (24 maggio), il quale ha a sua volta annunciato il progetto di una riforma in senso presidenziale della costituzione. Ha concesso spazi sempre più ampi ai gruppi e alle formazioni di ispirazione islamista e quindi colpito senza pietà i ribelli curdi, nel paese e fuori dai suoi confini.

Contemporaneamente, in politica estera, Erdoğan ha avviato, a partire da giugno, un nuovo corso di relazioni amichevoli con la Russia di Putin, sinoad allora tesissime dopo l’abbattimento, il 24 novembre 2015, di un bombardiere russo da parte dell’aviazione turca sul confine tra Siria e Turchia.

L’involuzione autoritaria del regime, del tutto incompatibile con i requisiti minimi necessari per qualsiasi ipotesi di adesione all’UE, ha suscitato forte apprensione nei paesi europei e nell’Unione. Una spia assai significativa di queste tensioni è stato il duro scontro diplomatico che il governo turco ha ingaggiato con la Germania ai primi di giugno, quando il parlamento federale tedesco ha votato a larga maggioranza una risoluzione che qualificava come «genocidio» lo sterminio degli armeni perpetrato dall’impero ottomano nel 1915. Lo stesso papa Francesco, «reo» di aver usato pochi giorni dopo la stessa espressione, fu accusato di avere una «mentalità da crociata».

È in questo quadro che dovevano sopraggiungere il tentativo di colpo di stato del 15-16 luglio e soprattutto, dopo il suo fallimento, la spettacolare svolta autoritaria del regime.

 

Dopo il golpe

È ancor oggi difficile avere un quadro preciso della misura delle epurazioni messe in atto dal regime dopo il colpo di stato, peraltro con un ampio sostegno popolare. Tra arresti, processi e licenziamenti in massa esse hanno coinvolto decine di migliaia di persone – militari e poliziotti, giudici, insegnanti e docenti universitari, giornalisti e pubblici funzionari, membri dei partiti di opposizione e dello stesso partito di governo – ponendo una pesantissima ipoteca sulla libertà e la democrazia in Turchia. Il protrarsi di sanguinosi attentati terroristici da parte degli indipendentisti curdi e dell’Isis – tra cui quelli particolarmente efferati del 21 agosto a Gaziantep, nel sud-est della Turchia, durante una festa di matrimonio (oltre 50 morti), del 10 dicembre (38 morti) e poi del 1° gennaio a Istanbul (35 morti) – ha contribuito a stringere il paese in una vera e propria spirale di autoritarismo e repressione. Il principale strumento operativo di questa politica è stata la dichiarazione dello «stato di emergenza», proclamato la prima volta il 22 luglio, rinnovato per altri tre mesi a ottobre e poi ulteriormente prorogato nel gennaio del 2017, dopo il grave attentato di Istanbul. Grazie a questo dispositivo Erdoğan – che ha più volte minacciato di ripristinare la pena di morte – ha potuto legiferare e governare in prima persona, senza l’impaccio del Parlamento e soprattutto senza dover tenere conto, come previsto in questi casi, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo: dunque limitando e talora sospendendo del tutto diritti e libertà personali.

Sul piano della politica estera, all’indomani del golpe il leader turco è entrato in rotta di collisione con l’amministrazione Obama, accusata di averavuto un ruolo nel colpo di Stato e in ogni caso di proteggere colui che Erdoğan considera il principale artefice del golpe, Fethullah Gülen, da anni residente in Pennsylvania e oggetto di una dura trattativa per l’estradizione. Al tempo stesso, a partire da agosto, il governo ha ulteriormente consolidato i suoi rapporti commerciali e politici con la Russia di Putin (rimasti saldi nonostante l’assassinio il 19 dicembre dell’ambasciatore russo ad Ankara ad opera di un poliziotto turco). E ha poi sviluppato, a partire dalla fine di agosto, una significativa attività militare in Siria contro l’Isis e soprattutto contro i ribelli curdi, cercando in tal modo di ritagliarsi un qualche ruolo nel complicatissimo scenario della guerra civile siriana. Uno scenario su cui si muovono – combattendo guerre diverse – il regime di Assad, l’Isis, la Russia di Putin, l’Iran sciita e l’America di Obama e poi di Trump.

È in questo quadro che i rapporti con i paesi europei e con la Ue sono diventati incandescenti. Già il 19 luglio, all’indomani del golpe, a fronte della minaccia di ristabilire la pena di morte – che era stata abolita nel 2004 proprio nella prospettiva dell’adesione all’Unione – Bruxelles ha ricordato a Erdoğan che un atto del genere avrebbe compromesso qualsiasi ulteriore trattativa in tal senso. Dal canto suo, già all’inizio di agosto il presidente ha minacciato di far saltare l’accordo sui migranti se l’Ue non avesse liberalizzato entro ottobre i visti per la circolazione dei turchi in Europa. E ha poi aperto un contenzioso diplomatico con la Germania, che aveva impedito la trasmissione di un messaggio di Erdoğan a una grande manifestazione di turchi filo-regime svoltasi il 1° agosto a Colonia. In realtà, sia pure sottotraccia, gli incontri e i negoziati per rendere operativo l’accordo di marzo 2016 – funzionale agli interessi sia del leader turco sia dell’Ue – sono andati avanti nei mesi successivi. Almeno fino al 24 novembre. Quel giorno, infatti, il Parlamento europeo ha approvato a grande maggioranza una risoluzione che prevedeva la sospensione delle trattative per l’adesione della Turchia all’Ue come effetto della deriva autoritaria del regime dopo il golpe, invitando gli Stati membri a comportarsi di conseguenza. Di fronte a questo voto – che ha peraltro un valore solo consultivo – Erdoğan ha agitato nuovamente la minaccia di far saltare l’accordo del marzo 2016.

Gli attentati terroristici di Istanbul (10 dicembre e 1° gennaio) e poi, il 13 gennaio, l’approvazione da parte del parlamento turco della riforma costituzionale in senso ultrapresidenziale da sottoporre in aprile a un referendum popolare, in cui hanno diritto di voto anche i turchi residenti all’estero, hanno esasperato definitivamente la situazione. I contrasti si sono accesi dapprima con la Germania (dove risiede circa metà della diaspora turca), in particolar modo dopo l’arresto il 28 febbraio di Deniz Yücel, corrispondente di «Die Welt» a Istanbul, accusato di fiancheggiare un gruppo terroristico. La Turchia ha poi aspramente criticato il governo tedesco per aver annullato il 3 marzo due manifestazioni in Germania sul referendum del 16 aprile, cui avrebbero dovuto prendere parte esponenti dell’esecutivo turco. Lo stesso copione si è ripetuto nei Paesi Bassi a metà marzo. In questa occasione le reazioni di Erdoğan e del suo entourage hanno superato ogni limite, come denunciato da molti esponenti di spicco dell’Ue. Gli olandesi e i tedeschi sono stati accusati di islamofobia e addirittura di «fascismo e nazismo». Si è poi paventata l’esplosione di una vera e propria «guerra di religione in Europa», con larvate ma ben chiare minacce alla sicurezza degli europei e degli occidentali «in ogni parte del mondo». In questo quadro, non poteva mancare, ancora una volta, un più concreto riferimento agli accordi del marzo 2016, con la minaccia di aprire le frontiere e «mandare in Europa 15 mila rifugiati al mese». Un ricatto per molti semplicemente intollerabile.

 

Quale futuro per le relazioni tra Turchia ed Europa?

Manifestanti turchi in Germania, luglio 2016 (Andres Trojak, flickr)

Come si è già detto, è difficile prevedere come evolveranno le relazioni tra Turchia ed Europa nel prossimo futuro. Le tensioni con i paesi Ue almeno per il voto dei turchi all’estero dovrebbero essere finalmente terminate il 9 aprile, con la conclusione delle operazioni elettorali. Rimane da vedere quale sarà l’esito del referendum del 16 aprile, che in ogni caso – passi o non passi la riforma presidenziale – aprirà un periodo di forte instabilità.

La crisi che si è aperta tra Turchia ed Europa è infatti generata dalla somma di due gravi debolezze. La debolezza dell’Europa che, incapace di gestire da sé la questione dei migranti, si è esposta al ricatto del governo turco, rinunciando di fatto a giocare un ruolo forte nell’evoluzione del regime. E la debolezza della Turchia, che sta scivolando verso l’autoritarismo e un crescente isolamento internazionale, nonostante il nuovo corso di relazioni con la Russia. Il quale non può avere – a detta di molti autorevoli osservatori – sviluppi particolarmente decisivi, dati i rapporti di Putin con l’Iran sciita.

Quel che è certo è che entrambe le parti hanno molto da perdere: l’Europa un partner decisivo nella lotta con il terrorismo, nella gestione delle convulsioni che stanno ridisegnando gli equilibri del Medio Oriente e nella regolamentazione della crisi migratoria; la Turchia un più saldo ancoraggio alla democrazia e alla partnership con l’Occidente, che aprirà per il paese – peraltro membro della Nato – prospettive assai incerte.

 

Crediti immagini: Harold Litwiler, flickr e Wikipedia