Le parole e i discorsi della memoria

Elisabetta Tola

La giornata della memoria è uno dei momenti dell’anno in cui il racconto, la testimonianza diretta, il discorso pubblico sull’esperienza della persecuzione e lo sterminio degli ebrei durante il periodo fascista e nazista si moltiplicano in tanti luoghi italiani. Si parla per ricordare, condividere, ragionare, riflettere, trasmettere e a volte anche semplicemente emozionare le persone pensando a quello che è stato, a cosa ha significato, alla rimozione e al vissuto, al bisogno di non dimenticare mai e di trovare modi e parole per continuare a parlarne.

Ai fini di questo blog, che analizza il discorso quando si fa pubblico, abbiamo scelto di non concentrarci sulle testimonianze dirette di chi ha vissuto sulla propria pelle e su quella dei propri famigliari l’esperienza della Shoah. Perchè non sarebbe corretto né utile sottoporre una testimonianza all’analisi sulla costruzione e sull’efficacia del discorso che facciamo in questo contesto. Le testimonianze si prendono come sono, sono preziose per quello che ci portano e per il grandissimo valore di condivisione e di fiducia che implicano.

Per guardare a come il discorso si fa pubblico e provare a ragionare sui discorsi della memoria abbiamo preferito concentrarci sugli altri, quelli che hanno studiato, approfondito e diffuso i temi della Shoah.

Molti hanno cercato le parole e le forme per dar vita a un discorso pubblico sulla memoria. Che non sia arido, fine a se stesso, che non si perda e continui a vivere anche oltre l’ultima generazione di testimoni. Un problema comune che il lavoro sulla memoria della Shoah condivide per esempio con quello sulla memoria della Resistenza e dell’azione partigiana. Se le ricorrenze rimangono tali, ricorrenze, giornate, momenti di ricordo collettivo, ma non si traducono in conoscenza ed esperienza collettiva il loro senso viene meno.

Tra i tanti esempi di racconto vivo e non stucchevole ce n’è uno che ci è sembrato particolarmente efficace. È il caso di Anna Foa. Storica, saggista e scrittrice, figlia di Vittorio Foa e convertita all’ebraismo solo in fase adulta, Anna ha studiato e scritto la storia e le storie degli ebrei, sia quelle dell’età moderna che, soprattutto in anni più recenti, quelle assai più vicine dell’epoca della Shoah. Nel suo libro Portico D’Ottavia n. 13 – una casa del ghetto nel lungo inverno del ’43 edito da Laterza nel 2013 racconta la storia di una casa, dove lei ha poi vissuto in anni più recenti, abitata negli anni ’40 da oltre 100 persone. Più di quaranta furono arrestate e deportate dai nazisti nel ’43.

Anna Foa è stata ospite di Federico Taddia, conduttore della trasmissione Nautilus, quotidiano di Rai Scuola, nel gennaio 2014 quando Nautilus dedicò un’intera settimana al tema della memoria. In studio, assieme all’ospite di turno e al conduttore, anche gli studenti e le studentesse del centro studi ebraici e di storia contemporanea che prendono parte alla conversazione collettiva.

L’atmosfera in studio è molto informale, merito anche del conduttore che riesce ad affrontare un argomento così ricco di elementi sensibili con un approccio molto sereno e sorridente creando immediatamente un contesto, un frame del discorso che rinuncia ai toni gravi e di circostanza e si concentra invece proprio sul senso del fare memoria. L’intervista ad Anna Foa, nel corso della terza puntata, è coerente con questo contesto.

Già dalla prima domanda di Taddia, sul rapporto tra memoria e testimonianza, percepiamo l’efficacia immediata del modo di parlare della Foa. In due frasi semplici, prive di retorica e di definizioni teoriche, Anna Foa ci consegna immediatamente il senso del fare testimonianza, essenziale per alimentare la memoria, sia quella personale che collettiva. E con altre due frasi spiega anche la diversità e la specificità dell’uso delle testimonianze da parte dello storico  nel fare ricerca sulla memoria.

Al termine del primo contributo di Anna Foa la parola passa agli studenti. E il tono e il registro del discorso cambiano immediatamente. Soprattutto con il secondo intervento, quello di uno studente, si capisce che i ragazzi in studio fanno ricorso a immagini e figure retoriche che hanno studiato e appreso ma non ancora rielaborato in una forma più personale. Cercano di usare un linguaggio più sofisticato e colto. E la comunicazione diventa più teorica, più astratta, meno immediata. Ma il commento successivo di Anna Foa riporta il discorso nel contesto e sul registro iniziale. La Foa riprende il riferimento fatto da uno degli studenti alle radici ebraico-cristiane e musulmane dell’Europa confutandolo, in modo molto delicato ma altrettanto definito.

«Sulle radici sono più dubbiosa» dice la Foa, e citando George Steiner, prosegue «gli alberi hanno le radici, gli uomini hanno le gambe. È evidente che noi siamo anche la nostra storia…» lascia in sospeso il discorso la Foa, lasciando intendere che condivide poco il ricorso, spesso ripreso e strumentalizzato anche a livello politico, alla questione delle radici e dell’appartenenza della nostra cultura. Questa precisazione critica però non arriva in modo supponente, come molto spesso ci capita di vedere nel corso di trasmissioni televisive o di sentire in radio quando un intellettuale è messo a confronto con il pubblico. Questa precisazione arriva con un sorriso, una delle armi retoriche più efficaci, soprattutto nel corso di un discorso pubblico. Non è condiscendenza né paternalismo, è semplicemente una espressione di sereno dissenso.

Anna Foa, con la tranquillità di chi ha già ponderato, elaborato, ricostruito molte storie nel contesto più generale della storia ebraica recente usa un linguaggio molto immediato, talmente naturale che anche la citazione colta diventa quasi narrazione immediata. Lo stesso registro tranquillo e sorridente Anna Foa lo usa per riassumere il senso del suo libro, la raccolta di tante microstorie che ridanno un nome agli abitanti di una casa del Portico D’Ottavia dalla quale i nazisti deportarono decine di ebrei durante il rastrellamento nel ghetto ebraico di Roma il 16 ottobre 1943.

Il tono tranquillo di Anna Foa lo ritroviamo anche in un altro contributo video, registrato in occasione della presentazione del suo libro alla libreria Laterza di Bari. Anche in questa occasione Anna Foa spiega in modo molto chiaro e immediato i ruoli della testimonianza e della memoria, la ricerca delle fonti e il metodo del lavoro storico.

Una attenzione particolare, probabilmente generata anche da molti anni di insegnamento, la Foa la dedica ai giovani, agli studenti, a coloro che dovranno prendere il testimone della memoria. Sottolineando come sia necessario, anche in questo caso, trovare modi di trasmissione della storia che riescano a essere vivi, non cristallizzati nel tempo in modo arido.

E forse uno degli elementi più efficaci del suo discorso sta proprio nel trovare un elemento comune tra la Shoah e altri genocidi della storia, quelli passati ma anche quelli attuali. Non per togliere unicità al discorso sulla Shoah ma proprio per evidenziare l’importanza di non dimenticare e di mantenere molto viva l’attenzione sui contesti, le cause, gli elementi storici che rendono possibili tragedie di questa portata ancora oggi. E per far sì che la memoria si popoli di fatti, emozioni, nomi e visi e riesca a coniugare la grande storia con le storie, quelle di chi ha vissuto e quelli di chi a queste storie si appassiona e si impegna dunque a mantenerle vive.

Immagine di apertura: particolare del Portico d’Ottavia, a Roma. “Portico d’Ottavia ruin” di MollySVH (via flickr

Immagine per il box: screenshot dal video della puntata di Nautilus con Anna Foa 

 

 

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  1. Rosa

    Molte città e paesi d’Italia subirono bombardamenti nella Seconda Guerra Mondiale; anche la mia: TRANI.
    Vi furono morti e feriti.
    Ancora oggi un edificio è rimasto così come fu colpito: crollato a metà.
    In quella metà crollata, alcuni dei Nostri Morti.
    Altre zone della Città furono ricostruite: quell’edificio, invece, rimane ancora là.
    A memoria di come la “guerra” non uccide solo soldati, ma anche mamme, bambini, nonni…
    La mia generazione, di cinquantenni ed oltre, non conosce sulla propria pelle tutte quelle atrocità: ma le nostre mamme sì. E ce le raccontano ancora. Come fa la mia.
    Non bisogna pensare che la guerra ci sia estranea: può essere alle porte anche per noi e i nostri figli.
    Ed è atroce , anche SOLO pensarlo!
    Chi detiene il Potere ne tenga conto e amministri con senno affinché non si ripeta più!

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