Una, nessuna, centomila identità

Elisabetta Tola

Da quando Internet fa parte della nostra vita, ormai quindi da più di 20 anni, la relazione tra mondo virtuale e reale è diventata un tema oggetto di continua discussione pubblica e privata. È importante notare che chi di Internet è stato pioniere, chi ne conosce bene le caratteristiche e chi analizza il nostro modo di vivere in rete e offline non fa nemmeno più questo distinguo. La nostra identità digitale oggi è sempre più fusa, complementare e assolutamente interconnessa con quella che ancora, in molti, percepiamo come ‘reale’. In realtà la distinzione reale-virtuale appartiene al mondo che si è formato e plasmato prima dell’arrivo di Internet. E anche per quel mondo è ormai evidente che i confini tra le due dimensioni non sono più così definite. Non è forse reale il lavoro in rete, non sono reali le miriadi di relazioni amicali, professionali e a volta perfino affettive che in rete nascono, evolvono e talora muoiono? Non è reale tutta la produzione, la condivisione, la costruzione collettiva di conoscenza determinata dalle nostre attività in rete?

Parlare di identità oggi ci obbliga a confrontarci con il modo in cui sono mutate le relazioni e le interazioni non solo personali ma professionali, sociali, istituzionali a tutti i livelli. Ed è evidente che se la rete in un primo momento, durato anni, ha ricreato la logica degli spazi e dei luoghi e dei tempi di relazione tipici del mondo esterno oggi si sta realizzando, spesso, anche un ribaltamento. Ci sono architetture di relazione che nascono prima in rete e poi devono trovare un modo di realizzarsi, e quindi di costruirsi, anche nel mondo offline.

Giovanni Boccia Artieri, Professore ordinario presso la Facoltà di Sociologia dell’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, e acuto osservatore, oltre che frequentatore assiduo e attivo, del mondo digitale fin dalla prima ora, ha la rara capacità di affrontare questi temi e raccontarli con una linearità, semplicità di linguaggio e immediatezza che spesso mancano nei cosiddetti “guru della rete”.

Boccia Artieri, intervistato durante le Venice sessions dal giornalista Alessio Jacona, altro protagonista dei discorsi sulla rete e appassionato critico e osservatore dei media digitali, Boccia Artieri riesce in tre minuti a spiegare qual è la sfida, oggi, per chi lavora nel campo del web design. Non una sfida meramente informatica, anche se tuttora agli informatici viene spesso affidato il ruolo di disegnare gli spazi e le logiche nelle quali ci muoviamo in rete (basti pensare ai tanti siti istituzionali con i quali ci confrontiamo oggi, concepiti con logiche ben distanti da quella che attuiamo nelle nostre relazioni quotidiane).

La sfida odierna, spiega Boccia Artieri, è quella di ridisegnare spazi e tempi, nel web, che consentano davvero di favorire le relazioni, di costruire un sistema di interazioni potenziati, di valorizzare i nuovi modi di stare insieme e di lavorare insieme permessi dalla rete. Molta strada si è fatta dalle prime comunità online. Oggi i social media dimostrano che la costruzione di relazioni digitali è inarrestabile e offre enormi potenzialità di sviluppo. Ma gli spazi, i luoghi, i modi in cui le persone si relazionano tra loro richiede uno sviluppo di design innovativo.

«Vanno rimappate le nostre relazioni sociali e modi di vivere che avvengono in contesti sempre più ibridi» sottolinea Boccia Artieri, spiegando che «L’architettura del web influisce anche sulle identità dell’individuo, sicuramente sulle sue capacità di tessere relazioni.» Non usa termini tecnici, non abusa in inglesismi, non si barrica dietro definizioni ‘cool’ e ‘geek’ come fanno molte riviste e siti che parlano di web. Spiega, in modo lineare, che il nostro modo di concepire noi stessi e gli altri è determinato anche dagli spazi e i modi in cui viviamo e che il web ne fa parte in modo conclamato. Non cita mai le parole ‘virtuale’ e ‘reale’. Rimane sul tema e apre anche una prospettiva: se anche non mi interessa particolarmente il discorso sul design certamente non posso rimanere indifferente all’accenno al fatto che questo sarà, negli anni a venire, un settore di grande interesse occupazionale. Perché quello, le opportunità che dal web possono venire per le generazioni future, sono certamente elemento determinante le future identità professionali.

«Internet è una struttura mediatica che racconta il suo cambiamento» e noi stiamo dunque cercando una nuova identità nostra adatta a questo nuovo mondo, nel quale «ciascuno è sostanzialmente connesso». Si vanno definendo nuove identità ma non abbiamo ancora imparato a raccontarle in un modo che non sia solo estemporaneo e di breve gittata. Come se il mondo web avesse tolto la prospettiva a lungo termine.

Costruire nuove visioni e nuove narrazioni e riuscire a raccontare questo passaggio, dell’integrazione tra realtà e identità materiali e immateriali guardando non solo all’immediato ma anche al lungo termine. Le nuove narrazioni, dice Luca De Biase, giornalista e saggista, devono confrontarsi e partire dalla realtà che stiamo costruendo attraverso i cosiddetti nuovi media e il mondo web.

E possono farlo, come spiega in questa intervista realizzata a State of the net 2013, a Trieste, ispirandosi a un fenomeno storico recente che è partito da pochi pionieri e ha cambiato la percezione collettiva del mondo, la crescita del movimento ambientalista. Partito da pochi pionieri fuori del mondo, il pensiero ambientalista ha poi, lentamente e modificandosi, permeato tutta la narrazione contemporanea. L’esempio e le argomentazioni di De Biase funzionano proprio perché sono usate in modo narrativo. Una narrazione della narrazione di come si è costruita, nell’arco di qualche decennio, una identità ambientalista diffusa e di come, seguendo un analogo percorso anche se i contenuti sono molto diversi, potrebbe essere possibile costruire una identità digitale compiuta. Anche in questo caso Luca De Biase, come nel precedente Boccia Artieri, non si affida a una manciata di termini tecnici e d’effetto ma, da vero pioniere delle riflessioni sull’evoluzione digitale del nostro vivere, riesce a utilizzare un linguaggio molto lineare, ricco di spunti e suggestioni, dai toni narrativi e con gli elementi di interesse centrali. L’accento, come nel caso precedente, è sulle generazioni future, su quelle la cui identità sarà intrinsecamente digitale e per le quali la distinzione tra mondo reale e virtuale non significherà davvero più nulla.

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