José Mourinho e Valentino Rossi: stili diversi, pari efficacia

Elisabetta Tola

È uno che si fa notare, non c’è che dire. José Mourinho, attuale allenatore del Chelsea ed ex allenatore dell’Inter nel periodo 2008-2010, ha impresso uno stile tutto proprio ai rapporti con i media e con l’opinione pubblica, con un carisma e una originalità abbastanza impareggiabili. Tanto che è rimasto ben impresso anche nella memoria di chi, come chi vi scrive, non segue in alcun modo le vicende, le partite, il mondo del calcio italiano. Ma qui parliamo di comunicazione e José Mourinho ha dimostrato, nelle sue tante apparizioni pubbliche, di avere uno stile davvero unico, per nulla improvvisato e del tutto coerente in ogni occasione, perfino quando si arrabbiava e rispondeva in malo modo ai giornalisti. Vediamo perché.

Arriva in Italia nel 2008, e nella prima conferenza stampa si presenta già parlando un ottimo italiano (marcando già una netta differenza con molti nostri connazionali del mondo calcistico che spesso faticano ad esprimersi nella propria madrelingua). Dà l’impressione, fin dall’incipit, di avere tutto sotto controllo. Certo, non è un modesto, ma la sua forza sta nell’eleganza, nel tono, nel registro con cui si rivolge ai giornalisti presenti. Usa sempre termini molto specifici, non snocciola una retorica abusata e gestisce l’intero confronto senza alcuna esitazione.

«Voglio essere chiamato José Mourinho, la stessa persona di sempre, lo stesso allenatore di sempre, uno con una grande passione» risponde a chi gli chiede se vuole essere definito in qualche modo particolare, facendo leva sul fatto che è considerato uno molto speciale. E subito dopo esplicita quello che, se fosse un politico lungimirante, potremmo considerare il suo programma e metodo di lavoro. «Essere José Mourinho significa che sempre si lavora con grande passione, grande empatia con tutti… e questa è la mia sfida. I risultati sportivi sono la logica conseguenza di chi lavora bene». Tiene un buon ritmo, usa un linguaggio molto articolato. Non sfugge alle domande, anche quando gli chiedono quando è stato contattato per la prima volta e risponde in modo molto esplicito, parlando di importanza di sapere la «verità». E poi, parlando della Champions, analizza la situazione in modo molto chiaro e sintetico usando l’espressione di «competizione dei dettagli». Certo, forse l’empatia no, questa non è la prima delle sue doti, ma l’ironia sì, gli è propria e la usa con molta prontezza. Come si vede nella chiusura di questo video, quando un giornalista cerca di fare una domanda furba, utilizzando l’esempio di un giocatore del Chelsea, e Mourinho lo smaschera subito, lo obbliga a mostrare il suo gioco e poi si prende il tempo per trovare una risposta efficace. Quattro sì di fila, prima uno sospeso, poi tre successivi, una smorfia, e una risposta che chiude in modo spettacolare questo ciclo di domande «Ma io non sono pirla», sornione, con gli occhi bassi. Scoppia un applauso, e davvero è un applauso meritato. Non solo per quello che ha detto, questo lo lasciamo giudicare agli appassionati di calcio, ma per come lo ha detto. Quasi una mini piece teatrale, senza una sbavatura.

Il suo stile non cambia negli anni, nemmeno quando litiga in diretta con giornalisti che spesso lo provocano cercando di fare leva sul suo lato competitivo. E così storica rimane anche la sua conferenza stampa del marzo 2009 quando reagisce in modo molto duro alle accuse di aver ricevuto presunti favori arbitrali nel gioco in merito a una azione di Mario Balotelli.

Mourinho parla per sette minuti filati, senza una esitazione, ma al tempo stesso esplicitando un profondo fastidio. Nel sottofondo si percepiscono un silenzio e una tensione ben diversi dal solito clima delle conferenze stampa di ogni genere. Al di là della sua capacità di articolare il discorso senza mai perdersi, Mourinho incanta per la capacità di rovesciare completamente la situazione in suo favore. In questa occasione Mourinho conia la ormai iconica espressione «Zero tituli», ripresa non solo dall’intero plotone di giornalisti sportivi per i mesi a venire ma anche da una ben nota ditta di articoli sportivi che l’ha reso un vero e proprio slogan, nel riferirsi ai risultati raggiunti dalle due grandi concorrenti, la Juve e il Milan, nel corso della stagione. Ma va ben oltre e stabilisce fin dall’inizio dei confini ben precisi: parla di sé, del suo malessere per la scarsità di competenza e di onestà intellettuale dimostrati, a suo dire, dal mondo della stampa e del calcio. Ribadisce, come ha già fatto in molte occasioni e come farà fino alla fine, che lui non ama i giornalisti, che non li considera certo suoi amici – e in questo è davvero molto lontano dal teatrino tipico di tanto sport di casa nostra, dove i giornalisti possono spesso essere scambiati per tifosi, dove i toni sono frequentemente quelli da bar anche in TV, e dove il linguaggio raramente sembra andare oltre quello del bollettino parrocchiale, eccezion fatta per qualche termine tecnico che salta fuori nell’analisi delle partite o delle gare. José Mourinho sembra essere un alieno. Riesce a guardare un’intera folla di persone che gli stanno di fronte dicendo, a muso duro, che farebbe qualsiasi cosa pur di non essere lì con loro. Che è lì solo per un obbligo contrattuale. Non è che lo scrive nel suo blog o su Twitter. Lo esplicita lì, di persona, senza alcun tipo di remora. Con una carica emotiva ma al tempo di freddezza e di lucidità che davvero non può lasciare indifferenti. Non è il semplice uso dell’insulto cui spesso la TV ci ha abituato. Perché Mourinho non insulta, ma rende talmente evidente la sua considerazione in merito alla pochezza, alla scarsità di professionalità, secondo lui, e al modo di fare informazione senza alcuna originalità o competenza, tutti nello stesso modo, ripetendo tutti le stesse cose, proprio come al bancone del bar al mattino, che gela tutti, lascia senza fiato. Un vero coup de théâtre. Da maestro della comunicazione.

Di matrice completamente diversa è lo stile di Valentino Rossi. Che punta tutto su una grande simpatia spontanea, su molta empatia e su una buona dose di ironia e autoironia. Ingredienti tutti molto evidenti nelle tante interviste che il grande protagonista del motomondiale rilascia alla fine di ciascuna gara ma anche in altri momenti, come in questa lunga intervista con il giornalista sportivo Guido Meda per la serie Top riders di Sky.

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 Qui Valentino Rossi si racconta, in modo molto spontaneo e divertito. Il suo linguaggio non è mai particolarmente sofisticato, usa molte espressioni proprie del linguaggio orale, non si lancia certo in riflessioni molto approfondite. Eppure questa chiacchierata evidenzia tutta una serie di caratteristiche che lo rendono non solo uno sportivo di grande caratura ma anche un personaggio pubblico molto consapevole del proprio ruolo e capace di giocarlo con grande intelligenza sociale. Parla dell’importanza di insegnare e trasmettere la propria esperienza, attraverso la sua VR46 Riders Academy dove forma giovani piloti. E dimostra di avere molto chiari i presupposti fondamentali che fanno di un formatore un vero e proprio maestro: mettersi in gioco con i propri «studenti», sfidarli ma anche imparare da loro, vivere l’esperienza dell’allenamento come una formazione a due vie, dall’esperto al giovane ma anche viceversa.

Nel corso di questa intervista Valentino Rossi parla anche di come il suo modo di correre sia cambiato, apprendendo dai propri colleghi e amici in pista. E di come non abbia senso difendere un proprio stile unico a tutti i costi, nonostante lui sia uno dei protagonisti più importanti del motomondiale da quasi 20 anni. Anche il suo stile di comunicazione è cambiato nel tempo: dalla spettacolarizzazione e teatralizzazione delle vittorie dei primi anni siamo passati, nei tempi recenti, a festeggiamenti decisamente più sobri e in sintonia con il fatto che ormai Rossi ha quasi vent’anni di esperienza.

E così Valentino parla di umiltà, di capacità di osservare e capire l’evoluzione degli stili, dell’ambiente sportivo, della tecnologia. Uno sguardo molto lucido e molto onesto, ben lontano dalla tipica retorica del campione geniale e creativo. Il dialogo con Guido Meda delinea la figura di uno sportivo che si allena con molta serietà, che studia, che continua a lavorare su continui aggiustamenti, che è consapevole dei propri limiti e non scarica su altri eventuali responsabilità dei propri fallimenti. Un bell’esempio, divertito e profondamente umano, di come sia possibile vivere da campione senza per questo perdere del tutto il senso della realtà e costruire una autopercezione e una narrazione di sé come quelle molto frequentemente proposte dai protagonisti dello sport o del cinema. Un esempio che, dieci anni dopo, conferma la corretta intuizione di chi ha voluto riconoscere le grandi capacità comunicative del pilota conferendogli una laurea honoris causa in “Comunicazione e pubblicità per le organizzazioni” all’Università di Urbino il 31 maggio prossimo 2005.

Immagini per il box:
José Mourinho: foto di Ronnie Macdonald (via flickr)
Valentino Rossi: foto di Gazanfarulla Khan (via flickr)

Immagini per apertura:
José Mourinho: foto di Tsutomu Takasu (via flickr)
Valentino Rossi: foto di Gazanfarulla Khan (via flickr)

 

 

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