Cibo e umanità, la storia e gli sprechi

Elisabetta Tola

Nel 2015 il cibo l’ha fatta da padrone, ça va sans dire. Centinaia di eventi, mostre, convegni, congressi, tutti associati al tema centrale dell’anno, quello cui è dedicata l’Expo che si conclude a fine ottobre, “Nutrire il pianeta”. Noi però facciamo un passo indietro, e andiamo a vedere due contributi su questo tema diffusi già qualche anno fa.

Il primo esempio cui guardiamo è quello di Tom Standage, brillante giornalista e saggista, Digital editor del settimanale britannico The Economist, e autore di una mezza dozzina di libri, tra cui «An edible history of humanity», pubblicato nel 2009 e tradotto in italiano da Codice l’anno successivo.

Il libro si beve, letteralmente, anche se è ricco di informazioni, dati, riferimenti storici precisi. Partendo dall’assunto che il cibo sia stato, nel corso della storia umana, il principale motore di cambiamento, di evoluzione, di sviluppo, Tom Standage ci accompagna in un lungo excursus, dalla scoperta dell’agricoltura e quindi dal passaggio dalla nostra precedente condizione di cacciatori-raccoglitori, fino ai giorni nostri e alle recenti vicende e conflitti, talvolta figurati e altre volte reali, che ancora si imperniano sull’accesso al cibo. Lo fa con umorismo, senza scadere nella pedanteria, con un tratto tipico dei bravi saggisti che confezionano storie affascinanti e coinvolgenti partendo dalla realtà e non dal mondo della finzione.

Eppure, in una presentazione pubblica in una libreria di San Francisco di cui troviamo in rete un video, troviamo tutta una serie di elementi che rendono questa penna piacevole molto meno accattivante come oratore pubblico.

Tom Standage saluta e inizia a parlare, specificando che non leggerà brani del libro ma che ne racconterà il contenuto. Eppure, subito dopo, dà il via a un lungo monologo in cui emergono una serie di elementi che rendono faticoso l’ascolto. Vediamo quali.

Innanzitutto, in realtà, sembra (non lo vediamo ma si presume dall’inquadratura) che Standage stia effettivamente leggendo. Forse perché per gran parte del tempo tiene gli occhi bassi e raramente li alza verso i propri interlocutori. Pur essendo in un contesto chiaramente informale, quello di un incontro tra autore e lettori, Standage emerge comunque come un interlocutore che fa fatica a entrare in contatto diretto con il proprio pubblico. Forse è solo timidezza, ma accelera il discorso e va alla velocità della luce, al punto che in qualche tratto sembra mangiarsi addirittura le parole. Vero è che lo stiamo ascoltando in inglese, ma anche così, rispetto ad altri oratori, è indiscutibile che la rapidità con cui snocciola informazioni, nomi e riferimenti rende il discorso poco fruibile.

Fa poi un altro errore tipico di chi scrive come primo mezzo di espressione, rispetto al parlare pubblicamente. Cita molti altri autori e titoli di libri dando per scontato che chi ascolta possa contestualizzare e comprendere di chi sta parlando. In un discorso pubblico le citazioni sono forse uno degli aspetti più delicati. Non si può cadere nella pedanteria di chi divaga spiegando in dettaglio, ogni volta, la citazione. Ma non si può nemmeno toccare numerosi riferimenti presumendo che il proprio pubblico riesca a starci dietro. L’effetto è escludente, perché dà immediatamente la sensazione a chi ascolta di essere ignorante, se non conosce quei nomi, di non avere gli elementi per seguire il resto del discorso, di non sapere bene definire la comunità di appartenenza di chi si ha di fronte. La citazione, nel discorso orale, va sempre un po’ raccontata, basta un elemento, un riferimento più preciso, un dettaglio in più, e il nome sconosciuto diventa un aggancio per scegliere il libro successivo.

L’altro elemento che rende difficile seguire il discorso di Standage è il fatto che nel libro l’autore ha posto una particolare attenzione a raccontare, a individuare elementi narrativi molto forti, dei veri e propri agganci che ti tengono incollato alla pagina finché quel pezzetto di storia non è del tutto svelato. Nella presentazione pubblica, al contrario, Standage fa un discorso molto più formale, meno accattivante. Non racconta delle storie, ma argomenta una tesi. In un certo senso, anestetizza proprio quegli elementi narrativi, intriganti, coinvolgenti che dovrebbero essere tanto più esaltati nel discorso pubblico. Segue un filo lineare, mette in fila gli esempi e gli elementi ma in una successione quasi monotona. Tirando le somme, al minuto 8 ci siamo sostanzialmente stancati. E se non avessimo letto il libro, prima, forse saremmo poco invogliati a comprarlo, dopo. Un esempio, questo, di l’autore non riesca a trasporre sul piano della comunicazione orale gli elementi di forza che ne fanno, sul piano della scrittura, un saggista affascinante e decisamente fuori del comune.

Cambio di scena, stessi anni. Un altro autore britannico (ci atteniamo, per questo post, a due esempi nella stessa lingua, per un confronto più efficace). Qui siamo di fronte a Tristram Stuart, classe ‘77, diventato in questi ultimi anni campione della lotta contro lo spreco alimentare e promotore di campagne come «Feeding the 5000» che hanno visto la partecipazione di centinaia di migliaia di persone. Autore di “Waste: uncovering the global food scandal”, un libro del 2009 che ha venduto milioni di copie, tradotto in italiano da Bruno Mondadori nel 2013 con il titolo “Sprechi. Il cibo che buttiamo, che potremmo utilizzare”. Stuart è anche il protagonista di un TEDtalk del 2012, che proponiamo qui di seguito (per i sottotitoli, cliccate sulla prima delle quattro icone in basso a sinistra e selezionate la lingua italiana).

Evidentemente abituato a parlare in pubblico, carismatico e volitivo, Stuart segue le regole classiche del public speaking. Parte da una storia, una storia che lo vede come protagonista. E che racconta il suo personale momento di rivelazione rispetto al tema che poi tratterà. In due minuti, senza correre né divagare, porta il suo pubblico dritto al punto. C’è un momento in cui ci si deve rendere conto, dice Stuart, che buttiamo via cibo che potrebbe essere mangiato da altri essere umani. Che sprechiamo. Una constatazione semplice, che potrebbe anche risultare noiosa. Ma perché il discorso di Stuart è invece tanto efficace?

Innanzi tutto perché lui cura molto la propria presenza pubblica senza aderire a stereotipi figurativi. Non sembra il portavoce dei vari movimenti alternativi, contro il sistema, altermondialisti e via dicendo. Nè il personaggio dell’alta società o un VIP del mondo dello sport o dello spettacolo che si dà alla beneficenza e agli impegni umanitari. Pur essendo senza dubbio molto radicale nella sua critica al modello di sviluppo contemporaneo, Tristram Stuart ha scelto una presenza che non faccia perno su bandiere immediatamente riconducibili a questo o quel movimento. E questo è un punto di forza. Non è respingente nei confronti di chi classifica già il proprio interlocutore in base a come si presenta. E quando lui sferra l’attacco, chi gli sta seduto di fronte è colto un po’ di sorpresa. Perché nel frattempo ne è rimasto affascinato.

E così, al minuto 2, quando è chiaro che Stuart sta dicendo che praticamente ciascuno di noi, sia che giriamo con una pettinatura rasta o con una testa scolpita dal gel e tutto quanto sta nel mezzo, siamo chiamati in causa in quanto spreconi, perché buttiamo via tutti i giorni cibo che potrebbe ancora essere consumato.

A questo punto si lancia in un anatema morale? No. Passa ai dati. E lo fa, anche in questo caso, in due minuti. Mostra un grafico brutto, tutto sommato. Niente di interattivo, nulla dal design accattivante. Ma riesce a spiegare, nel giro di una manciata di secondi, che non essendoci dati certi sullo spreco lui si è costruito la sua unità di misura. Confrontando quanto cibo è prodotto o acquistato da ciascun paese del mondo con quello che viene effettivamente consumato ottiene una misura del cibo sprecato. Usa espressioni semplici e dirette («quanto cibo finisce letteralmente in bocca alla gente») e non tecnicismi di sorta. Perché non servono, non perché lui non li conosca, come è evidente da quello che dice e da quello che scrive.

E così, al minuto 5, arriva la domanda chiave. Quella che è la base, per intenderci, anche della kermesse dell’Expo. Si può nutrire il pianeta con il cibo a disposizione? Di quanto dobbiamo aumentare le produzioni per riuscire a battere la fame? C’è chi si è avventurato, nei mesi e anni scorsi, a calcolare che le produzioni alimentare dovrebbero addirittura raddoppiare. Che per questo sarebbe necessario intensificare l’utilizzo della tecnologia agro-industriale. Non è nostro obiettivo commentare questo dilemma. Ma quello che Stuart propone, con il suo discorso, è di guardare il problema da un altro angolo. Quello della riduzione, se non l’eliminazione totale, dello spreco.

Al minuto 5, Tristram Stuart torna sul registro narrativo e dell’esempio. Torna sul personale e fa una dimostrazione molto figurativa, semplicissima ma molto efficace, di quante risorse vengono sprecate nel ciclo produttivo e distributivo del cibo. Lo fa con dei biscotti, non con grafici e numeri.

E da lì inizia una carrellata di esempi, con foto molto efficaci, sugli sprechi generati lungo tutta la catena di produzione alimentare. E segue, a regola d’arte, il ritmo, il registro, la costruzione del discorso pubblico, come abbiamo già visto molte volte in questo blog. Alterna dati a piccole storie, qualche volta fa ridere, entra in contatto diretto con il proprio pubblico, lo coinvolge facendo domande dirette e via dicendo.

Niente di nuovo, forse. Ma molto efficace. Perché su un tema come quello dello spreco il rischio di suonare moralistici, giudicatori, perfino noiosi è purtroppo molto alto. Perché su temi come questi, forse più che su altri, è necessario trovare un terreno comune con il proprio interlocutore per poter trasmettere un messaggio e poter avviare un dialogo che sia conduttivo a una azione. Lo scopo di Tristram Stuart è chiaramente questo: far agire, reagire, coinvolgere e quindi trascinare con sé il proprio pubblico. Uno scopo che sottende tutto il suo discorso pubblico e lo rende molto trasparente e perfino audace. Tanto che conclude con una richiesta che è anche uno slogan. Smettetela di sprecare, grazie.

Crediti:

Apertura: Tristram Stuart e il cibo sprecato – dalla press room di Feedbackglobal.org

Chiusura: Annibale Carracci, Il mangiafagioli – Annibale Carracci su Wikimedia Commons

 

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