I computer sono intelligenti?

Claudio Fiocchi

La notizia: una macchina ha superato il test di Turing?

È notizia dello scorso giugno che un computer ha superato il test di Turing, la prova escogitata nel 1950 dal matematico inglese Alan Turing per stabilire se un computer è intelligente. L’annuncio è stato dato dal docente Kevin Warwick dell’università di Reading.
Gli ideatori del computer hanno chiarito che la loro creatura è l’equivalente informatico di un ragazzo di 13 anni: una precisazione che giustificherebbe certe imperfezioni e stranezze espressive, ma che può anche apparire un escamotage utile a mascherare le lacunosità della macchina. E in effetti la comunità scientifica si è affrettata a denunciare l’inconsistenza della notizia.

Per saperne di più su questa notizia puoi leggere anche:

Computer «intelligente» supera il test di Turing (da Corriere della Sera)

Test di Turing: non è vero che un computer lo ha superato (da Focus)

Che cosa è il test di Turing

Il test di Turing è molto semplice: un computer dialoga (possiamo immaginare tramite chat) con interlocutori umani che devono capire se il loro “amico di matita” è fatto di carne o di metallo. Se almeno il 30% di loro, dopo 5 minuti, pensa che si tratti di un uomo, il test è superato (ma questa è in realtà una versione divulgativa a imprecisa del pensiero di Turing, il quale sosteneva che in futuro prossimo l’esaminatore avrebbe avuto solo il 70% di possibilità di smascherare un computer durante 5 minuti di conversazione).
Come è facile capire, però, il test di Turing si basa essenzialmente sui risultati e sulla valutazione personale da parte degli umani che prendono parte all’esperimento. Ciò che non prende in considerazione è la tipologia dei processi interni al computer. In questo modo Turing intendeva aggirare il problema della definizione dell’intelligenza: se gli umani pensano di parlare con un uomo, allora il computer possiede una qualche forma di intelligenza.

Per saperne di più sul test di Turing, consulta lo speciale su Alan Turing sul portale RAI Cultura.

Le radici del problema

Il sogno, o l’incubo, della macchina intelligente affonda le radici nella riflessione filosofica di qualche secolo fa. Distinguere l’uomo dalla macchina è un’esigenza sorta tra Seicento e Settecento, quando gli artigiani iniziarono a realizzare orologi, carillon, animali meccanici, giochi d’acqua sempre più complessi e strabilianti.
I filosofi furono immediatamente attratti da questi congegni. Il francese Cartesio (1596-1650), in un trattatello intitolato L’uomo, affermò che il corpo umano era simile a una macchina idraulica, nella quale, invece dell’acqua, scorrevano il sangue e gli spiriti animali. Riteneva però impossibile che una macchine eguagliasse le capacità intellettive e linguistiche dell’uomo, alla cui origine egli poneva l’anima.

Per saperne di più a proposito degli automi, puoi visitare questo sito

L’altra seduzione che ha alimentato il sogno delle macchine intelligenti è legata al pensiero umano: se il pensiero è riconducibile a operazioni simboliche, che combinano nozioni di base, allora può essere meccanizzato. Era il proposito di Gottfried Leibniz (1646-1716), che sperava di risolvere tutti i problemi del suo tempo grazie a combinazioni logiche di idee semplici. Questo progetto, mai realizzato dal filosofo tedesco, è sopravvissuto sotto altra forma: quella del calcolatore universale.

In un futuro le macchine potranno capire gli esseri umani? Il film “Lei” (2013) di Spike Jonze immagina di sì, raccontando la storia d’amore fra un uomo e un software di nome Samantha

Le obiezioni di Searle

Quando sulla scena della tecnologia sono comparsi i computer, il problema di una macchina che pensa come un uomo si è proposto in una nuova forma, perché tutti i limiti tecnici presenti nella meccanica sono sembrati superabili con l’elettronica: è stato allora che Turing ha formulato la sua previsione, che poi è stata trasformata nel celebre test.
La validità di questo test viene rifiutata dal filosofo John Searle (1932), secondo il quale il computer “intelligente” è simile a una persona che per iscritto sa rispondere in cinese a domande scritte in cinese. Egli però non conosce il cinese, ma sa solo che a certi simboli deve rispondere con altri simboli, anche se non ne comprende il significato. In altre parole, mentre il computer non è in grado capire le domande, l’essere umano invece può farlo (in questo caso perché può imparare il cinese).
Ovviamente la domanda che sorge è: ma questo vale per tutti i computer? O un domani potrà esistere un computer in grado di avere stati di coscienza e accedere alla dimensione semantica (sapere che cosa significa un ideogramma e non solo associarne uno a un altro secondo un dettagliato manuale di istruzioni)?

Un’intelligenza di carne e ossa

Esiste però un’altra linea di pensiero sull’argomento che prende le mosse da studi neurologici e viene proposta dal filosofo Giuseppe Longo e dallo scrittore Carlo Formenti. La facoltà del pensiero non si radica in un supporto intercambiabile, ma è legata inestricabilmente alla sostanza fisica in cui nasce, che nel caso dell’intelligenza umana è costituita dal sistema nervoso con tutte le sue terminazioni, i neurotrasmettitori e gli ormoni. Perciò intelligenza naturale e intelligenza artificiale sono di principio differenti, perché nascono in due contesti diversi dai quali sono inseparabili con tutti i vantaggi e gli svantaggi che ne derivano (il cervello umano può soffrire di amnesie; il computer di errori di sistema).
In attesa di una macchina che superi veramente il test di Turing o che sviluppi stati di coscienza, possiamo divertici a dialogare con qualche software on line e a saggiarne le potenzialità.

Prova a dialogare con due macchine: una è Tobby Chatbot, l’altra Eloisa

Immagine di apertura: “Alan Turing”, chrisridd (via Flickr)

Immagine box: statua celebrativa di Alan Turing a Bletchley Park, vicino Londra, dove Turing decifrò i codici e i messaggi dell’Asse durante la seconda guerra mondiale (via Wikimedia Commons)

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