Riusciremo ad adattarci?

Claudio Fiocchi

Tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta le scienze umane non avevano ancora finito di occuparsi della televisione, quando sulla scena si sono presentate le tecnologie dei media digitali, scatenando una nuova ondata di riflessioni, che non si è ancora interrotta: che cosa accade quando, grazie alla rete, ai computer, ai tablet, agli smartphone le immagini si moltiplicano, si ripetono, circondano in modo intenzionale ciascuno di noi e sono costruite apposta per comunicare, lanciare messaggi diversi, sedurre, scioccare, convincere? Nelle nostre “solitudini interattive” (l’espressione è dello studioso francese Dominique Wolton) riusciamo a mantenere il ritmo delle nuove tecnologie? La nostra mente è abbastanza plastica?

Cerchiamo di riflettere su alcuni degli effetti che le nuove tecnologie possono provocare sulla percezione visiva, il senso del tempo e la memoria.

Una nuova grammatica della visione?

Gli esseri umani condividono lo stesso sistema visivo (salvo lesioni o menomazioni), ma non è detto che vedano le stesse cose: il modo in cui le immagini si associano le une alle altre, la concentrazione su un dettaglio o un altro, il riconoscimento dell’oggetto sono atti molto differenti da cultura a cultura. Gli antropologi, per esempio, sanno da tempo che i colori variano da popolo a popolo. Per un italiano il blu e il verde sono colori distinti. Ma, ricorda l’antropologo Antonio Marazzi, autore di un volume intitolato Antropologia della visione (Carrocci, Roma, 2008- seconda ediz.), non lo sono per i giapponesi, che con la medesima parola “aoi” indicano il verde e il blu: gli uomini, quindi, vedono non solo attraverso i propri occhi, ma anche attraverso il filtro della propria cultura.

 Di Antonio Marazzi è possibile visitare il blog

A maggior ragione nemmeno le immagini sono oggettive: una fotografia e un filmato nascono non solo da un’angolatura ottica, ma anche da una prospettiva mentale. Chi maneggia la macchina fotografica o la cinepresa seleziona che cosa riprendere e che cosa escludere e spesso deve accompagnare le immagini con spiegazioni, anch’esse inevitabilmente viziate dalla propria cultura.

Al filtro della cultura si aggiunge la meccanica della costruzione dell’immagine. Secondo l’antropologo Massimo Canevacci (in Antropologia della comunicazione visuale, Meltemi, Roma, 2001), i media sono in grado di usare contemporaneamente un codice linguistico, un codice visivo e un codice sonoro. Immaginiamo la scena di un film noir, nella quale una figura solitaria cammina in un parcheggio scarsamente illuminato al ritmo di un musica angosciosa: il nostro cervello di spettatori decifra i vari codici e ci avverte dell’imminenza di un efferato delitto. Tutti questi codici vengono “montati” insieme per ottenere un effetto armonico. Dal canto suo, il fruitore sviluppa la capacità di cogliere e decifrare i vari codici.

Possiamo estendere questa considerazione ai dispositivi digitali. In effetti, chi usa le nuove tecnologie deve imparare a decifrare codici diversi: per distinguere le tipologie di siti, identificare la funzionalità di icone, escludere i banner pubblicitari dalla porzione di sito sottostante, cogliere il significato di suoni ecc., elementi che permettono di capire per tempo quali informazioni si stanno ricevendo e se (e come) è necessario reagire.

Imparare ad agire a due velocità?

Accanto alla pluralità di codici, le nuove tecnologie informatiche possiedono un’altra evidente caratteristica: la velocità. Più ancora della televisione, i cui ritmi hanno imposto la semplificazione dei contenuti e la ricerca di immagini di impatto immediato, le nuove tecnologie sono veloci: ma la velocità del mezzo è la velocità della vita umana? No, come sa chiunque sperimenta l’angosciosa e talvolta inutile attesa della mail di un collega o di un ufficio pubblico. La nostra mente deve quindi adattarsi all’esistenza di ritmi eterogenei che “coabitano” negli stessi momenti di una giornata.

Un nuovo modo di usare la memoria?

Le tecnologie informatiche, inoltre, hanno reso ancora più ampio e variegato quel flusso caleidoscopico di informazioni e stimoli visivi e sonori a cui ci ha abituato la televisione. Secondo Nicholas Carr, questa iperstimolazione caotica non è priva di conseguenze: navigando da un sito all’altro senza approfondire le informazioni, rischiamo di dimenticare quanto impariamo e di diventare stupidi. Secondo la psicologa Betsy Sparrow, invece, stiamo imparando a organizzare la memoria in un modo differente: non memorizziamo nuove informazioni, ma impariamo dove sono collocate (con un’analogia, è come se assegnassimo a ciascun familiare un compito: qualcuno dovrà ricordare i numeri di telefono, qualcun altro gli indirizzi, qualcun altro le password della banca ecc.)

 Di Nicholas Carr è possibile visitare il sito

Questa massa di informazioni perennemente disponibili con pochi colpi di mouse e che padroneggiamo a fatica, stimola il navigatore di internet o lo soffoca? Permette di ampliare la conoscenza del passato e del presente o annulla ogni distinzione e appiattisce il senso del tempo?

Per riprendere una distinzione di Umberto Eco risalente all’epoca della televisione, possiamo dividerci tra apocalittici e integrati rispetto alle nuove tecnologie, ma non possiamo negare che ormai costituiscono una parte rilevante e in perenne evoluzione del nostro ecosistema quotidiano, con la quale non possiamo far altro che interagire ed evolvere in parallelo.

Per vedere un esempio di riflessione sui pro e i contro di internet puoi leggere questo editoriale di Eugenio Scalfari:

“E’ internet la causa dell’ignoranza”  (L’Espresso)

Immagine in apertura: “Technology”, di Tom Taker (via Flickr)

Immagine box: smartphone, di Cheon Fong Liew (via Flickr)

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