Il tempo della sociologia

Claudio Fiocchi

Secondo Mircea Eliade, uno dei massimi intellettuali del secolo scorso, il tempo ha un carattere sacro, tant’è che in latino le parole tempus e templus hanno la medesima radice: un’affermazione che può suonare strana, almeno fino a quando non si ammette che il tempo, o meglio ancora il modo di intendere e suddividere il tempo, è una costruzione culturale, che riflette gli aspetti salienti di una società.  Nel caso della società primitiva, a cui fa riferimento Eliade, si tratta di contrapporre due tempi, quello sacro, dell’origine, degli avi e degli dei, e quello quotidiano, di tutti i giorni. Questa indicazione resta significativa anche in tempi profani come i nostri.

Qui trovi una breve biografia di Eliade
http://www.emsf.rai.it/biografie/anagrafico.asp?d=189

 

Non esiste un solo tempo sociale

Per uno studioso delle scienze umane (sociologo, antropologo, etnologo ecc.) il tempo di una società non è solo lo scorrere degli eventi e non esiste neppure un solo tempo. Per esempio, i tempi non sono i medesimi per tutti i gruppi sociali: con riferimento alla società di antico regime, il tempo del borghese, scandito dall’orologio e quantificato in vista del profitto, è diverso dal tempo del contadino che vive secondo il ritmo delle stagioni.

Con la rivoluzione industriale, tra XVIII e XIX secolo, il tempo assume un’importanza strategica. Il tempo misura il lavoro spezzettandolo in unità misurate da un orologio. Il binomio orologio-lavoro meccanizzato crea un tempo del lavoro che diventa dominante nell’intera società: gli altri tempi (il tempo del gioco, il tempo della famiglia, il tempo da dedicare a se stessi ecc.) sono posti in relazione al tempo del lavoro e misurati sul suo stesso criterio. L’intera società ruota attorno alla scansione meccanica del tempo: occorre prendere il giusto autobus che passa a una data ora per andare a vedere un certo film che inizia ad un orario preciso con amici il cui arrivo è previsto dieci minuti prima. E ogni ritardo, in questa sequenza di eventi, ci rende nervosi…

 

Il tempo del lavoro come tempo di riferimento

Da tempo però le scienze umane hanno notato un cambiamento. Secondo Barbara Adam (Timewatch. Per un’analisi sociale del tempo (1994), Baldini e Castoldi Milano 2005), è vero che il tempo dominante della nostra esistenza è quello ritmato dall’orologio: quantificabile, uniforme, scandito da campanelle, calendari, tempi previsti ecc. che interiorizziamo a scuola. Non è però l’unico tempo: anzi ciascuno ha un suo tempo personale (di apprendimento, di ascolto, di relazione ecc.) che deve confrontarsi con i tempi degli altri nella cornice del tempo quantificato.

Il sociologo Roger Sue, autore nel 1994 de Il tempo in frantumi. Sociologia dei tempi sociali (Edizioni Dedalo, Bari 2001) propone una tesi più radicale. A suo avviso, non solo il tempo del lavoro non è l’unico, ma non è neppure quello dominante. Il tempo dominante è ora il tempo liberato, cioè il tempo del non lavoro, dedicato alla famiglia, a se stessi, agli amici. Questo tempo non è però in grado di strutturare l’ordine sociale, perché non ha ancora generato una rappresentazione sociale: detto in altre parole, non siamo ancora consapevoli di questo stato di cose né siamo in grado di misurare la nostra vita sulla base del tempo liberato.

 

Sociologia e tempo libero

Di questo tempo libero/liberato la sociologia si interessa da decenni e studia il modo in cui viene fruito e i significati che riceve. Il tempo del lavoro, ridotto rispetto ai decenni precedenti, è raramente considerato come un tempo autopoietico, di realizzazione personale: al contrario, è il tempo liberato, a potere offrire all’uomo la possibilità di autorealizzarsi. Per esempio, secondo il sociologo Fabio Massimo Lo Verde (Sociologia dello sport e del tempo libero, Il Mulino, Bologna 2014), lo sport è una delle forme più interessanti del tempo libero. Per effetto della crescita del tempo libero, delle politiche di promozione della cura di sé e di mantenimento di una buona forma fisica, lo sport ha conosciuto una grande diffusione e ha assunto un ruolo sconosciuto in precedenza. Le pratiche legate al corpo nel tempo libero diventano sia una forma di autorealizzazione sia un modo per contribuire alla propria salute fisica: insomma, un vantaggioso divertimento.

Come notava Zygmunt Bauman (La società dell’incertezza, Il Mulino, Bologna 1999), una delle caratteristiche del mondo attuale è il tentativo di dominare il corpo, le sue trasformazioni, il suo invecchiamento, le sue malattie con un ricorso massiccio alla tecnologia e un grade investimento di energie e di tempo.

Se anche il quadro che emerge sembra fare a pugni con parte della nostra vita quotidiana (davvero il tempo del lavoro non è più il modello del resto del nostro tempo?), resta tuttavia una suggestione potente: quella di una vita in cui è il tempo dedicato a se stessi, alla realizzazione di sé e alla cura della propria salute, il tempo più importante, nonostante la sua difficoltà a imporsi agli altri tempi della vita.

(Crediti immagini: Sean MacEntee, flickr e flickr)

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