Il tempo nella storia

Ludovico Testa

La Storia non è altro che il presente
che prende coscienza del passato
Jean-Paul Sartre

Tempo della storia e tempo dello storico

Come due facce della stessa medaglia, i termini “tempo” e “storia” appaiono strettamente correlati. Nel suo divenire il tempo diventa storia mentre la storia, in fondo, non è altro che la concatenazione di eventi piccoli o grandi, di lunga o breve durata, che scorrono e si accavallano lungo la linea del tempo.

La storia è, per citare Marc Bloch, «la scienza degli uomini nel tempo» mentre il tempo si presenta come «la sostanza stessa della storia» (A Prost). La storia diviene allora «un lavoro sul tempo» (S. Rabuiti), un lavoro di scavo paziente lungo i molteplici e variegati strati sedimentosi depositatisi nel corso dei decenni, dei secoli e dei millenni sui fondali dell’esistenza umana.

Il tempo della storia è un tempo passato che si riflette nel presente condizionando il futuro. Secondo l’impostazione culturale giudaico-cristiana si tratta di un tempo storico lineare, che scorre proiettandosi unilateralmente in avanti. Altre culture hanno invece espresso una visione circolare del tempo e della storia, caratterizzata non la linearità ma la ripetizione.

Ma che cos’è il tempo per lo storico? In che modo egli si approccia alla dimensione temporale che sovrintende il corso della storia?

Fino agli inizi del XX secolo la ricostruzione degli eventi storici era legata a una prospettiva sostanzialmente biografico-politico-militare. Il mestiere dello storico si concentrava sugli avvenimenti politici di grande portata, sui personaggi di rilievo, sulle vicende belliche, il tutto analizzato da una angolatura temporale sostanzialmente ristretta. Nell’osservare dalla riva il fiume della storia, lo sguardo era quindi rivolto più all’analisi dei tronchi trasportati dalla corrente che alla studio della corrente stessa. Scarso o nullo risultava il dialogo tra la storiografia e le altre scienze umane, come la geografia, l’economia, le discipline sociali e statistiche.

 

Un’altra crisi del ‘29

Tale metodo di affrontare la storia entrò in crisi nel 1929. Lo stesso anno in cui il crollo della borsa di Wall Street si abbatteva con effetti traumatici sugli equilibri internazionali, usciva a Strasburgo il primo numero di una rivista destinata a dare vita a un movimento che avrebbe destabilizzato dalle fondamenta il metodo storiografico tradizionale. Obbiettivo dichiarato dei fondatori – gli storici francesi Marc Bloch e Lucien Febvre – era quello di fornire una prospettiva del tutto nuova alla metodologia della ricerca storica, a partire dalla stessa definizione di “storia”.

Secondo i fondatori delle Annales d’Histoire économiques et sociales la storia non doveva infatti esaurirsi nell’elencazione di battaglie e conquiste o nelle gesta di sovrani, principi e pontefici, ma dotarsi invece di un respiro più ampio, capace di contestualizzare individui ed eventi attraverso l’apertura e la contaminazione tra le scienze umane. Interdisciplinarità, dunque, quale condizione ineludibile per la comprensione della storia, alla quale andava accompagnata un’apertura a ventaglio sull’oggetto dell’indagine storica. Non più soltanto una storia politica, ma anche e soprattutto una storia sociale, capace di dilatare l’attenzione dall’individuo all’Uomo, dal clamore di superficie al rumore di fondo, dalle gesta dell’attore al palcoscenico su cui è chiamato a muoversi. Una nuova storia da costruire attraverso la ricerca e l’interpretazione delle fonti più disparate (documenti amministrativi, trattati teologi, canzoni popolari, referti medici, atti giuridici), sepolte da secoli e apparentemente inanimate, ma suscettibili di essere riportate a nuova vita sotto il microscopio dello storico.

Altra grande novità avanzata dalla storiografia delle Annales era costituita dal rapporto dell’uomo con il tempo. La storia non doveva essere considerata soltanto come “passato” ma, al contrario, i suoi confini andavano dilatati fino a comprendere il presente, al fine di instaurare tra le due dimensioni temporali un fitto scambio dialettico. La storia, per usare le parole di Bloch «ha incessantemente bisogno di unire lo studio dei morti a quello dei viventi [allo scopo di] comprendere il presente mediante il passato e comprendere il passato mediante il presente».

Tale nuova concezione del tempo della storia offriva così immagine di una storia vitale, una storia chiamata a svolgere un ruolo da protagonista nella contemporaneità, una storia davvero “maestra di vita”. Nel rivolgersi alle nuove generazioni di storici, Febvre così riassumeva le linee di fondo di questa Nuova storia:

«Per fare storia volgete risolutamente la schiena al passato e, innanzitutto, vivete. Mescolatevi alla vita (…) in tutta la sua varietà. Storici, siate geografi. Siate anche giuristi. E sociologi. E psicologi. Non accontentatevi di osservare oziosamente dalla riva quel che avviene sul mare in tempesta. (…) Rimboccatevi le maniche e aiutate i marinai nella manovra È tutto? No. (…) Bisogna che la storia non vi appaia più come una necropoli addormentata, dove soltanto ombre passano, prive d’ogni sostanza. Bisogna che penetriate nel vecchio palazzo silenzioso, e spalancando le finestre, richiamando la luce e il rumore, risvegliate la gelida vita della principessa addormentata» (L. Febvre, Problemi di metodo storico, Einaudi, Torino 1976, p. 152)

Per notizie più approfondite sul movimento delle Annales leggi questo testo
http://www.medievista.it/2014/06/04/les-annales/

 

La svolta di Braudel

Nelle intenzioni dei fondatori delle Annales non c’era tanto un desiderio di rottura con la storiografia ottocentesca, quanto la volontà di allargare il campo, di inserire i grandi personaggi e i grandi eventi in un contesto interdisciplinare più ampio, connettendoli, di conseguenza, a un arco temporale assai più vasto. Spostare insomma lo sguardo sulla corrente, senza tuttavia perdere di vista il tronco.

La seconda generazione che nel secondo dopoguerra guidò la Scuola delle Annales si spinse verso una radicalizzazione di tale impostazione. Secondo Fernand Braudel – ad avviso di chi scrive la personalità più eminente all’interno del movimento – la capacità dell’individuo di incidere sul corso della storia era a ben vedere estremamente limitata. Interpretare o ricostruire la storia da quella prospettiva diventava di conseguenza fuorviante. All’occhio di Braudel le guerre, le conquiste, la stessa vita dei grandi personaggi costituiscono solo avvenimenti fugaci, brevi istanti, increspature schiumeggianti sulla superficie del mare. Per comprendere la storia bisogna immergersi in quel mare e nuotare in profondità verso il fondo. Solo così, scavalcando l’individualità dei personaggi e dei singoli eventi, diventa possibile cogliere il tempo della storia o, meglio, i tempi della storia.

Perché secondo Braudel il ritmo del divenire storico non è dettato da un solo tempo ma, al contrario, il tempo della storia si scompone in tre sezioni fondamentali che tra loro interagiscono in modo non di rado problematico. C’è, come sopra accennato, una storia di breve durata, l’histoire événementielle o histoire bataille, fatta di eventi, di oscillazioni brevi, rapide, nervose. C’è poi una storia intermedia e più profonda: è la storia dei cicli economici e politici, nei quali si consumano le lunghe parabole dei grandi imperi, la storia delle società, le trasformazioni delle istituzioni. Ancora più in profondità c’è infine una storia di lunga durata, silenziosa e quasi immobile. È la storia delle culture, delle mentalità collettive, degli andamenti demografici, dei cambiamenti climatici. Una storia dal lungo respiro, dove le trasformazioni avvengono attraverso i secoli e, talvolta, i millenni. Una storia fatta di persistenze, di andamenti e di tendenze, all’interno delle quali l’individuo è sciolto nell’Uomo e dove l’Uomo non costituisce più il fulcro della storia ma solo una sua componente, che interagisce con altri elementi naturali di lunga durata. «Davanti a un uomo – osservava Braudel – sono sempre tentato di vederlo chiuso in un destino ch’egli fabbrica a stento, in un paesaggio che disegna dietro e davanti a lui la prospettiva infinita della lunga durata» (F. Braudel Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, Torino, Einaudi 1986, vol. II, p. 1337)

Per approfondire il concetto di lunga durata leggi questo brano di Saura Rabuiti su Treccani.it
http://www.treccani.it/scuola/tesine/tempo_e_storia/rabuiti.html

e guarda questo video
http://www.conoscenza.rai.it/site/it-IT/?ContentID=381&Guid=59301b90f0b2424ca5b3c128a7dba038

(Crediti immagini: Wikipedia e Medievista.it)

Per la lezione

Prosegui la lettura

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *