Tempo del calendario e tempo dell’uomo

Andrea Ercolani

Il tempo è davvero oggettivo e misurabile in termini assoluti, come una grandezza fisica, o è invece soggettivo e a misura d’uomo? Se la percezione dello scorrere del tempo è un fatto ovvio, imposto, almeno agli esseri viventi, dal ciclo naturale, la misurazione del tempo è invece un fatto di natura diversa, di tipo culturale, che almeno in origine assolve allo scopo di ordinare e scandire i ritmi della vita lavorativa e sociale in senso lato.

 

La misurazione empirica del tempo

La prima forma di misurazione del tempo di cui abbiamo notizia è legata all’osservazione dei corpi celesti e all’osservazione dell’evoluzione dei cicli naturali, allo scopo di determinare i periodi stagionali adatti a specifiche attività produttive (per lo più, ma non solo, di tipo agricolo). Basta richiamare alcuni passaggi di Esiodo, Opere e giorni, per avere esempi chiari di tali sistemi di computo. Ai versi 383-384 il testo recita: «Quando si levano le Pleiadi, figlie di Atlante, / inizia la mietitura, l’aratura quando tramontano». Il sorgere e il tramontare delle Pleiadi indicano rispettivamente un tempo intorno alla metà di maggio e verso la fine di ottobre. Meno intuitiva, ma non meno diffusa, l’osservazione dei cicli naturali, specialmente vegetali, come documentano  i vv. 678-681, che in parafrasi recitano: «Altra stagione per navigare è primavera: il mare è infatti nuovamente percorribile appena che le foglie del fico sono tanto grandi quanto l’impronta che lascia una cornacchia quando cammina».

La costellazione delle Pleiadi è osservabile a diverse latitudini e per questo è uno degli indicatori astronomici più diffusi: in area sumero-babilonese le tavolette di MUL.APIN collegano le Pleiadi all’aratura (tav. 1 [= WA 86378 (BM 86378), British Museum], col. 1, l. 2), e sempre al calendario agricolo l’osservazione delle Pleiadi è legata nella cultura araba yemenita, così come in area polinesiana e melanesiana e nell’America del Nord. Le Pleiadi sono probabilmente raffigurate nel cosiddetto ‘disco di Nebra’, uno dei più antichi manufatti metallici rinvenuti in area europea.

Vale ancora la pena segnalare che in area ebraica, uno dei più antichi documenti scritti che possediamo è un calendario: il calendario agricolo di Gezer (X sec. a.C.).

Link utili per approfondimenti e materiale vario:

http://www.lavia.org/italiano/archivio/calendarioakkadit.htm

http://www.lda-lsa.de/en/nebra_sky_disc/

http://www.lavia.org/italiano/archivio/GezerIT.htm

Gli esempi si possono moltiplicare rapidamente e facilmente: il dato basilare è che la misurazione del tempo è un universale culturale, legato, almeno in prima battuta, alla determinazione dei corsi stagionali per le attività.

 

La misurazione sociale del tempo

Diversi e più astratti sistemi di computo del tempo vengono elaborati nelle civiltà complesse, dove esiste un apparato amministrativo che presiede all’organizzazione della vita comunitaria, e che deve fissare, in maniera preordinata e il più possibile oggettiva, i tempi e la durata di svolgimento di una serie di “fatti sociali” (mercatura, amministrazione della giustizia, inizio e fine di incarichi pubblici, feste religiose etc.). In tali contesti si stabilisce una divisione del tempo (su base lunare o solare), che viene a scandire la vita della collettività, e si danno diversi sistemi calendariali, alcuni più schiettamente religiosi, altri più propriamente amministrativi.

In Grecia i sistemi calendariali in adozione in numerose poleis sono ben documentati. Si tratta di calendari elaborati a partire dall’osservazione delle fasi lunari (si vedano, a titolo di esempio e per restare in ambito esiodeo, i vv. 780 e 790 s. di Opere e giorni, che fanno riferimento al sorgere e al calare della luna). I singoli giorni all’interno del mese lunare sono variamente indicati, a secondo delle regioni, seguendo come linea generale e approssimata uno di questi due sistemi: o una numerazione progressiva dei giorni, o una partizione del mese in tre decadi e quindi, all’interno di ciascuna, una numerazione progressiva.

Nell’Atene di V sec. a.C., per guardare a un esempio storico particolare, esistevano due calendari istituzionali che correvano paralleli: un calendario festivo stabilito dagli arconti, a scandire la vita pubblica religiosa, e un calendario di tipo più propriamente amministrativo, scandito dalla successione delle pritanie (ovvero il periodo di tempo corrispondente alla decima parte di un anno in cui i pritani restavano in carica).

I due sistemi presentavano qualche difficoltà oggettiva nel momento in cui bisognava far tornare i conti, ossia far sì che il numero complessivo dei giorni fosse identico nell’uno come nell’altro calendario, e che tale numero complessivo coincidesse con i giorni “solari”. A questa confusione (acuita forse dalla riforma calendariale introdotta in Atene dall’astronomo Metone nel 432 a.C.) allude un passo delle Nuvole di Aristofane (vv. 615 ss.). Nella distorsione comica, la Luna afferma di far diversi favori agli Ateniesi, tra cui guidarli nel computo dei giorni; ma afferma altresì, dolendosi, che gli Ateniesi facevano una tal confusione in proposito che spesso gli dèi mancavano il giorno della festa loro dedicata «e se ne tornavano a casa senza pranzo».

Un divertente video a cartoni animati sulla misurazione del tempo a partire dall’antichità a questo link:
https://www.youtube.com/watch?v=is6Rtdax7e4

 

Il tempo e l’individuo

Come esiste una misurazione pratica ed empirica del tempo, come esiste una misurazione astratta, astronomica e matematica del tempo, esiste anche una misurazione individuale e soggettiva del tempo. Una percezione più che una misurazione. Una percezione incerta, sfumata, problematica. Che sfugge alla definizione. Scrive S. Agostino, nel libro undicesimo delle Confessioni (cap. 14): «Che cos’è il tempo? … Se nessuno me lo chiede, lo so; non lo so quando voglio spiegarlo a chi me lo chiede». La concezione del tempo in Agostino è complessa, e non interessa qui valutarla nel dettaglio. Interessa unicamente rilevare l’intuizione fondamentale del rapporto stretto che intercorre tra scorrere del tempo e coscienza individuale: In te, anime meus, tempora metior («in te, animo mio, misuro il tempo»: cap. 27). Il tempo esiste nella coscienza di chi lo misura; non c’è alcuna dimensione assoluta e oggettiva del tempo, ma unicamente la sua esistenza relativa, nella coscienza individuale.

Il che induce a una considerazione addizionale: il fluire del tempo è anch’esso “relativo”, determinato dalla percezione del singolo, e soprattuto dal valore che l’individuo assegna non al tempo in sé, ma alla qualità del tempo. E proprio sulla qualità del tempo sarebbe bene tornare a meditare, magari prendendo spunto da un trattato di Seneca, La brevità della vita, la cui cifra di lettura è condensata in uno dei passaggi di apertura: vita, si uti scias, longa est, «la vita, se sai farne buon uso, è lunga». E questo a prescindere dalla sua misurazione oggettiva in termini assoluti.

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