l mito di Arianna e la rivoluzione narrativa di Catullo

Michela Mariotti

Quando compare ricamata sul drappo nuziale che copre il talamo di Peleo e Teti, nel carme 64 di Catullo, al centro dell’affresco sulle nozze dell’antico eroe e della dea marina, da cui nascerà il glorioso Achille, Arianna ha già una storia lunga secoli alle spalle.

 

La danza di Arianna sullo scudo di Achille

La vita letteraria di Arianna, figlia del re cretese Minosse e di una figlia del Sole, Pasìfae, inizia già con Omero. Nell’ultimo cerchio dello scudo forgiato da Efesto per Achille (Iliade 18, 590 ss.) è istoriata una danza, «simile a quella che un tempo nella vasta Cnosso Dedalo inventò per Arianna dalla bella chioma»: giovani e fanciulle splendidamente abbigliati, tenendosi per i polsi con le mani, corrono veloci disegnando un percorso circolare e concentrico; una danza che, dunque, riproduce lo schema del Labirinto, l’immenso edificio dall’inestricabile intreccio di sale e corridoi realizzato da Dedalo, l’abile architetto ateniese esule a Creta.

Dietro lo splendore della coreografia sullo scudo di Achille, oltre l’opulento fulgore della società minoica, si intravede la storia familiare della principessa cretese, l’unione perversa della madre con il toro inviato da Poseidone, la nascita di un fratello mostruoso, il Minotauro dall’ibrida natura, umana e taurina insieme, la costruzione del Labirinto come eterna prigione per quel figlio della vergogna. Dedalo, figura archetipica di architetto e costruttore (il suo nome deriva dal verbo greco, «lavorare con arte»), ne fu l’ingegnoso artefice per ordine di Minosse; lo stesso Dedalo che, per assecondare l’insana passione di Pasifae, aveva escogitato un congegno dalle sembianze di giovenca, tanto verosimile da ingannare il toro.

 

Teseo, il filo di Arianna e la danza sul Vaso François

A Dedalo chiede aiuto anche Arianna quando a Creta sbarca il figlio del re di Atene, Teseo, con la nave che porta sette ragazzi e sette fanciulle da dare in pasto al Minotauro, macabro tributo preteso da Minosse come ricompensa per la morte del figlio Androgeo in Attica. Appena lo vede, Arianna si innamora dell’eroe straniero e, su consiglio di Dedalo appunto, gli consegna un gomitolo di filo da dipanare lungo i corridoi del Labirinto, per poterne riguadagnare l’uscita dopo il combattimento contro il mostruoso fratello. Teseo abbatte il Minotauro, ma solo grazie al filo, dono di Arianna, riesce a districare l’intreccio mortale del Labirinto.
Ed ecco la danza descritta da Omero comparire sul collo del Vaso François (datato al 570-560 a.C.), eseguita però dai quattordici giovani ateniesi trionfanti guidati da Teseo che li accompagna con la lira: davanti a lui un’Arianna solenne, quasi ieratica, che protende il gomitolo, mentre tra i due la più piccola figura della nutrice indica l’età virginale della principessa cretese.

Per le immagini del vaso a figure nere e una loro lettura iconografica vedi il link seguente

https://universitarianweb.com/2014/09/24/lettura-a-programma-del-vaso-francois-primo-registro-de-collo/ 

 

 

Arianna abbandonata da Teseo nell’Odissea

Nella versione vulgata del mito, dopo avere aiutato Teseo nell’impresa, Arianna parte con l’eroe straniero per celebrare le nozze ad Atene ma viene abbandonata sull’isola di Nasso (o Dia, con cui Nasso si identifica), dove tuttavia sarà messa in salvo da Dioniso, che ne farà la sua sposa.

Nell’Odissea, però, troviamo una versione diversa. Qui Arianna compare nel catalogo di eroine che Odisseo vede agli Inferi, «la bella Arianna, figlia di Minosse funesto, che una volta Teseo conduceva da Creta alla sacra rocca d’Atene, ma non ne godette: prima la uccise Artemide, a Dia cinta dal mare, essendo Dioniso testimone» (11, 321-325).

Secondo un’interpretazione riportata nello Scolio al passo omerico, Arianna sarebbe stata trafitta dalla freccia di Artemide per essersi unita a Teseo nel suo tempio: la dea avrebbe dunque punito con la morte il sacrilegio compiuto da Arianna, denunciato da Dioniso per gelosia.

Più probabilmente, la freccia letale di Artemide è qui (come altrove) metafora epica per indicare una morte improvvisa. Così il viaggio di Arianna termina a Dia e Teseo è costretto a lasciare la principessa sull’isola senza averne potuto godere: la fuga dell’Ateniese, legato sentimentalmente ad Arianna, non è abbandono colpevole ma lutto e dolorosa separazione. E Dioniso, il dio da sempre innamorato di Arianna, assiste impotente e muto alla morte dell’amata.

 

Arianna, da ragazza acerba a sposa fiorente di Dioniso

In effetti, a partire dalla Teogonia di Esiodo Arianna, la bionda figlia di Minosse, è prima di tutto la sposa fiorente del dio dalla chioma d’oro, resa immortale ed eternamente giovane da Zeus (Teogonia 947-949). Secondo M. West, il maggiore studioso moderno della Teogonia, il dio ha incontrato e corteggiato la principessa mortale a Creta: l’Arianna sposa di Dioniso è la principessa cretese dell’Iliade, per la quale Dedalo intrecciava danze simili a quelle istoriate sullo scudo di Achille. Una versione del mito, che ignora l’episodio di Teseo e dell’abbandono di Arianna a Nasso.

Nel complesso intreccio di versioni che intessono il mito di Arianna si possono distinguere quindi due direttrici fondamentali: una incentrata sulla figura virginale di Arianna, innamorata di Teseo, l’eroe straniero, sua aiutante nell’impresa del Labirinto, partita con lui e da lui abbandonata sull’isola di Nasso; e l’altra che ha per protagonista un’Arianna più matura, sposa e madre, accolta con tutti gli onori tra gli dei, e in seguito trasformata in costellazione. Tra questi due poli, l’Arianna pàrthenos (cioè vergine) e l’Arianna sposa fiorente, si articola la biografia mitica della figura femminile che Catullo prende a protagonista del suo carme 64.

 

Arianna, con gli occhi di Giasone

Il precedente forse più importante è l’Arianna che compare nelle Argonautiche di Apollonio Rodio (poeta alessandrino del III a.C.), nelle parole che Giasone rivolge a Medea per convincerla ad aiutarlo nella conquista del vello d’oro (3, 997-1007). Giasone invita la principessa della Colchide a ripetere le gesta della sua omologa cretese, ma altera spudoratamente i fatti: inventa un’impossibile riconciliazione tra Arianna e Minosse prima della partenza della giovane da Creta, e soprattutto tace il fatto che Arianna non arrivò mai ad Atene, abbandonata da Teseo a Nasso, sottolineando invece il premio riservatole dagli dei, la trasformazione in stella. Un’omissione significativa, che mette in rilievo l’analogia più dolorosa tra le due storie: Ariannna fu abbandonata a Nasso, come Medea lo sarà a Corinto.

 

La struttura a incastro del carme 64

L’Arianna di Catullo è la pàrthenos abbandonata da Teseo sull’isola di Nasso. Catullo non sceglie di accostare alle nozze felici di Peleo e Teti una vicenda parallela, come lo hieròs gàmos, il matrimonio divino di Arianna e Dioniso, ma costruisce il suo discorso poetico sull’opposizione tra contrari, e all’interno della vicenda principale (che fa da cornice) incastona (con la tecnica dell’èkphrasis, la descrizione di un manufatto o di un’opera d’arte) un unico segmento del mito: Arianna lasciata sola su un’isola deserta. Il tema della fides tradita, del foedus d’amore violato, al centro degli interessi del poeta, è proiettato nell’universo mitico e sviluppato per opposizione con l’exemplum positivo delle nozze benedette dagli dei. E questa Arianna, assimilata a Medea nel poema di Apollonio, mostra di avere acquisito sorprendenti capacità di analisi introspettiva, una tendenza a riflettere e parlare di sé tipica, prima ancora della Medea di Apollonio, della Medea tragica di Euripide.

 

Pietrificata dal dolore

Focalizzando la narrazione su un unico segmento del mito, Catullo può dilatare la narrazione e dare voce al dolore di Arianna, rimasta finora personaggio muto, soggetto passivo dell’abbandono dell’eroe. Quando la sua figura di fanciulla prende corpo sul drappo nuziale, Teseo è già lontano, ombra indistinta che svanisce all’orizzonte. Arianna è una baccante di pietra, protesa sul mare a scrutare lontano, incredula, irrigidita ma col cuore invaso da un tumulto d’angoscia: «e lui ormai lontano, la figlia di Minosse guarda, ahi!, guarda (in patetica epanallessi: prospicit, eheu! / prospicit) con occhi tristissimi dalla riva algosa, come la statua di una baccante (saxea ut effigies bacchantis), ed è in balia dei marosi dell’angoscia (et magnis curarum fluctuat undis)» (vv. 60-62). Dai biondi capelli scivola giù l’elegante mitra, cade il velo, la fascia che cinge il candido seno si allenta lasciandola nuda, indifesa, privata in un attimo degli indumenti che rappresentano la sua condizione di principessa orientale, il suo passato, ora che Teseo le ha portato via il vagheggiato futuro di sposa (vv. 63-65).

 

Nasso, lo spazio desolato dell’abbandono

Fin dalle prime parole rivolte al mare, nelle due interrogative anaforiche dei vv. 132-135, Arianna ricostruisce la propria vicenda in un cortocircuito emotivo: Sicine me patriis avectam, perfide, ab aris, / perfide, deserto liquisti in litore, Theseu?, «Così, o Teseo traditore, mi hai strappato dalla casa paterna e mi hai lasciato su una spiaggia deserta, traditore?»; Sicine discedens neglecto numine divum,/ immemor, ah! devota domum periuria portas?, «Così, allontanandoti senza preoccuparti della potenza divina, immemore, ahime!, porti in patria gli spergiuri maledetti?».

Arianna, quindi, è giunta a Nasso «strappata» dalla casa paterna per essere abbandonata su un« lido deserto», e per contrasto Teseo, con i suoi giuramenti traditi, è già rientrato in patria, nella sua casa.

Il dolore di Arianna ridisegna la geografia dell’isola di Nasso, che da luogo incantevole in cui la ragazza si addormenta tra le braccia di Teseo, diventa lo spazio estremo e desolato dell’abbandono: «Non c’è casa, l’isola è disabitata, non ha via d’uscita, circondata interamente dal mare, non c’è via di fuga, nessuna speranza; tutto è muto, tutto è desolazione, tutto mi parla di morte» (vv. 184-187). Uno spazio descritto per sottrazione, svuotato dall’abbandono di Teseo.

 

Arianna a Nasso, sospesa tra passato e futuro

Arianna sull’isola di Nasso, irrigidita nel suo dolore, è una pàrthenos in attesa di nozze che non arriveranno mai, una ragazza uscita di casa per sposarsi ma rimasta a metà strada, senza fiaccole nuziali, senza amici e senza più una famiglia. Anche l’evocazione della tomba nel suo lamento non è tanto paura di morire, ma paura di morire senza sepoltura, esposta alle fiere: «sarò esposta alle fiere, corpo da sbranare, preda di uccelli, e morta non avrò un pugno di terra che mi seppellisca» (vv. 152-153). Arianna a Nasso si scopre sola, nuda, deprivata a un tempo del passato (il mondo degli affetti familiari) e del futuro (la vita adulta come sposa di Teseo). Pur di sfuggire alla solitudine, Arianna si dichiara perfino disposta a seguire Teseo come schiava (vv. 160-163). Nasso è lo spazio in cui si proietta la solitudine di Arianna, una terra di mezzo tra passato irrecuperabile e futuro negato.

 

L’amnesia di Teseo

Ma perché Teseo abbandona Arianna? Catullo scarta le molteplici versioni del mito che riconducono l’abbandono a una causa esterna (un’altra donna; una divinità, Atena o Dioniso, che in sogno comanda all’eroe di lasciare immediatamente l’isola; un difetto nel patto stretto con Arianna, che la ragazza avrebbe estorto all’eroe invalidandone la promessa) e racchiude la colpa di Teseo in un unico termine, ripetuto più volte: immemor (vv. 58, 123, 135, 248).

Quella di Teseo non è certo semplice dimenticanza, vuoto di memoria, momentanea perdita di senso. Teseo se ne va perché non può e non vuole ricordare, è per natura irrimediabilmente immemor. Un’amnesia costituzionale, legata alla sua natura insensibile e dura, al suo cuore di pietra. Un altro eroe lascerà agli inferi la propria sposa per una “dimenticanza”: Orfeo, anch’egli immemor (così lo definisce Virgilio, Georgiche 4, 491) dei patti stabiliti con gli dei, ma colpevole per eccesso d’amore, per una passione che offusca la ragione (ed è dementia, furor). Teseo, invece, definito parto di leonessa, del mare in tempesta, di una Sirti, di Scilla e Cariddi (vv. 154-156), ha una natura selvaggia e crudele. Al contrario di Orfeo, Teseo non si volta indietro e perde Arianna deliberatamente. Il suo essere perfidus e periurus, gli epiteti con cui Arianna apostrofa il traditore, è la conseguenza morale di quella sua natura.

 

La maledizione dell’Abbandonata

Nella vulgata del mito, la dimenticanza di Teseo è un’altra. Prima di partire da Atene, il re Egeo suo padre raccomanda all’eroe di sostituire in caso di successo le vele nere che armano la nave ateniese con vele bianche annuncio di vittoria. Fatalmente Teseo

dimentica di cambiare le vele, causando involontariamente la morte del padre, che annientato dal dolore si getta nel mare da allora in poi denominato Egeo.

Ancora una volta Catullo scarta le interpretazioni tradizionali che attribuiscono la mancata sostituzione delle vele ora all’euforia del successo, ora alla nostalgia per Arianna, o anche, più banalmente, a una distrazione del timoniere. Per Catullo i mandata paterni prima custoditi constanti mente (v. 238) dall’eroe svaniscono all’improvviso dal suo cuore a causa della maledizione che Arianna scaglia contro di lui, invocando le Erinni perché l’amnesia di Teseo si volga ora a suo danno (vv. 188-201).

Eppure, l’amnesia sembra non avere per Teseo personalmente alcuna conseguenza catastrofica: la perdita del padre segna, nell’economia del mito, l’uscita di scena del vecchio re, che fa spazio al nuovo, consacrato dal successo dell’impresa cretese, mentre anche l’abbandono di Arianna libera l’eroe dall’imbarazzante presenza al suo fianco della figlia di Minosse, il re che tanto male ha causato ad Atene.

Alla maledizione di Arianna si sovrapporrà dopo poco la maledizione di un’altra Abbandonata, la Didone virgiliana (Eneide 4, 584 ss.) . Quella maledizione, che sigla la tragica fine dell’amore tra la regina cartaginese e l’eroe troiano, è all’origine del conflitto romano-cartaginese, una guerra lunga e sanguinosa, alla fine della quale però Cartagine sarà distrutta e Roma avrà affermato la propria supremazia sul Mediterraneo.

Per approfondire l’analisi del mito di Arianna si rimanda al bel libro di M. Bettini, S. Romani, Il mito di Arianna, Torino 2015.

Sulla libertà degli antichi e dei moderni nella continua riscrittura del mito, puoi vedere l’intervento di Maurizio Bettini in una presentazione del libro cliccando sul link che segue

https://www.youtube.com/watch?v=MNxgvpdA-lc 

 

Crediti immagini: Wikipedia e Wikipedia

Per la lezione

Prosegui la lettura

Commenti [1]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *