Riscrivere la storia

Ludovico Testa

La negazione della realtà

L’esperienza insegna quanto la storia sia una disciplina suscettibile di essere rivista e riscritta. Ciò può avvenire a seguito di straordinarie scoperte archeologiche, del rinvenimento di documenti inediti o della comparsa di nuove e clamorose testimonianze.

La storia può essere riscritta e rivista anche attraverso la pubblicazione di innovative narrazioni dei fenomeni storici. Narrazioni che, pur avvalendosi del materiale già conosciuto, si basino su una lettura differente dei rapporti causa ed effetto aprendo finestre su nuovi panorami e su nuove prospettive

L’accento negativo con il quale, attraverso la definizione di “revisionismo”, sono state bollate certe interpretazioni storiografiche, finalizzate a rileggere senza pregiudizi ideologici alcune pagine cruciali nella storia del Novecento (e non solo), appare quindi del tutto inappropriato. La storia è infatti materia viva, nella quale la possibilità di rivedere, di riscrivere, di rimettere in discussione deve essere considerata come parte integrante e indispensabile al lavoro dello storico.

Diverso invece è il discorso per quell’altra metodologia di riscrittura della storia conosciuta con il termine di “negazionismo” e che ha come obbiettivo la negazione, appunto, della veridicità di avvenimenti intercorsi nel corso della seconda guerra mondiale o durante le dittature totalitarie. In questo caso non si tratta di revisione ma, piuttosto, di palesi forzature e distorsioni nell’interpretazione della storia, che ben poco hanno a che spartire con il rigore che dovrebbe sempre guidare l’approccio alla materia. Tale filone ha preso forma attraverso libri, interviste e articoli realizzati da una ristretta cerchia di storici, generando inevitabili e accese polemiche sia tra gli specialisti che in seno all’opinione pubblica.

A ben vedere, tuttavia, la negazione o la manipolazione degli eventi destinati a forgiare il corso della storia del Novecento era già praticata dai protagonisti dell’epoca, che poterono avvalersi dei servizi offerti da mastodontici ed efficientissimi apparati propagandistici. “La storia la fanno i vincitori”, recita un vecchio adagio e, per il periodo di tempo in cui restarono al potere, Mussolini, Hitler e Stalin ritennero di poter fissare in modo definitivo la loro personale interpretazione degli eventi ad uso dei contemporanei e dei posteri.

La celebrazione del regime prevedeva infatti, tra le altre cose, un’opera accurata di riscrittura della storia, nella quale la distorsione della verità si concretizzava anche attraverso la selezione e la valorizzazione di eventi e personaggi funzionali allo scopo, mentre altri venivano relegati nell’ombra o inghiottiti dal buio più totale. In tale opera di manipolazione delle coscienze la fotografia svolse un ruolo di primo piano, giungendo in alcuni casi a soddisfare pienamente i propositi illusionisti dei sistemi totalitari.

 

 

Apparizioni e scomparse

Quando si dice che un’immagine vale più di mille parole ci si riferisce alla capacità riconosciuta alla fotografia di comunicare immediatamente sensazioni, di trasportare all’istante l’osservatore nel luogo ritratto, di esprimere concetti senza bisogno di descriverli. E’ quindi del tutto naturale che, nel secolo dell’immagine, anche le dittature abbiano fatto ampio utilizzo dell’”ottava arte”.

Abbiamo a disposizione un’infinità di fotografie capaci di trasportarci dentro i regimi totalitari e osservare da vicino i loro leader. Ritratti dall’obbiettivo della macchina fotografica in pose divenute celebri, i dittatori sono riusciti a costruire con le masse un canale di comunicazione immediato e privo di intermediari. La mascella volitiva di Mussolini, lo sguardo penetrante di Hitler, il sorriso paterno di Stalin intuibile al di là dei baffoni hanno incantato intere popolazioni e ancora oggi, a distanza di decine di anni e di milioni di morti, riescono a conservare un considerevole potere ipnotico su ristretti gruppi di nostalgici.

Le immagini sgradite o giudicate inopportune venivano cestinate o sottoposte ad attente opere di ritocco. Celebre in tal senso è la correzione che fu apportata a una fotografia del 1937 raffigurante Benito Mussolini a cavallo, intento ad alzare vigorosamente la “Spada dell’Islam” consegnatagli da un dignitario berbero. Dallo scatto originale venne rimossa l’”inopportuna” figura dello stalliere, che teneva l’animale per le briglia consentendo al capo del fascismo di assumere la desiderata posa autoritaria (clicca qui).

Allo stesso anno risale la “misteriosa scomparsa” del ministro della propaganda nazista, Joseph Goebbels, da un’immagine di gruppo nella quale egli appariva al fianco di Hitler (clicca qui). Le ragioni di tale cancellazione restano ad oggi sconosciute ma, a parere di chi scrive, possono probabilmente essere ricondotte alla grave crisi intercorsa nei rapporti tra il Führer e il suo ministro a causa del legame extraconiugale intrattenuto da quest’ultimo con una ballerina cecoslovacca. Un legame che rischiava di mandare in frantumi il matrimonio dei Goebbels e con esso il modello di coppia prolifica e armonica additato come esempio per tutte le famiglie del Reich.

Tantissimi sono poi gli esempi di manipolazione fotografica realizzati durante il regime bolscevico. Famosa è l’”apparizione” della figura di Stalin a fianco di Lenin (clicca qui) negli ultimi mesi di vita del leader, frutto di un fotomontaggio volto a testimoniare la complice affinità tra i due. Meno nota è invece la moltiplicazione della folla, giudicata troppo esigua, riunita ad ascoltare un comizio di Lenin (clicca qui e clicca qui per confrontare le due foto manipolate) o la sparizione del passante (clicca qui) che indica la strada a Stalin: il capo infallibile non ha bisogno di indicazioni.

Con il consolidarsi del regime staliniano tali falsificazioni fotografiche assunsero una dimensione sempre più inquietante, riflettendo non solo la drammatica dinamica che accompagnò l’ascesa di Stalin alla guida del paese, ma anche l’avvio di una riscrittura della rivoluzione bolscevica attraversata da accenti negazionisti.

 

Riscrivere con il sangue

All’inizio del nuovo millennio il filosofo bulgaro Tzvetan Todorov scriveva: “I regimi totalitari del XX secolo hanno rivelato l’esistenza di un pericolo prima insospettato: quello di una manomissione completa della memoria”.[1] Numerose sono state infatti le forme e i relativi strumenti utilizzati nei sistemi totalitari per manomettere la memoria collettiva e riscriverci sopra come su un foglio bianco. Tra questi strumenti la fotografia ha occupato un posto del tutto rilevante.

Nei totalitarismi, e in quelli di sinistra in particolare, l’utilizzo dell’immagine si è dispiegato non solo a sostegno dell’esaltazione del capo e del regime, ma anche della lotta condotta contro gli oppositori reali o presunti tali. La vittoria di Stalin al termine dello scontro per la successione a Lenin si riflesse nella progressiva scomparsa di tutti gli avversari dalle immagini ufficiali, una pratica che divenne ampiamente diffusa nel corso delle grandi purghe, colpendo un ventaglio di soggetti sempre più esteso.

La cancellazione da una fotografia riveste un alto significato simbolico che va al di là della critica o della condanna verbale. Sparire da un’immagine significa non avere mai partecipato all’evento ritratto, essere cancellati, come se non si fosse mai esistiti. Al tempo ben pochi erano a conoscenza delle tecniche di contraffazione dell’immagine e così, nella versione staliniana della rivoluzione bolscevica, il traditore Trockij non era mai stato a fianco di Lenin e chi ricordava il contrario rischiava di incorrere in un pericoloso abbaglio (clicca qui, qui, qui qui). Lo stesso dicasi per la fitta schiera di ministri, funzionari locali, membri del Politburo o del Comitato Centrale caduti in disgrazia e svaniti nel nulla, come per magia, dalle immagini che li ritraevano in compagnia di Stalin (clicca qui[2] e qui e qui)[3].

Anche l’episodio da cui deriva la famosissima foto del capo con in braccio la bambina che gli ha portato un mazzo di fiori è stato riscritto col sangue. Nell’immagine originale del 1936, alle spalle del dittatore era infatti ben visibile il padre della piccola, Mikhei Erbanov, un alto funzionario della Repubblica mongola-buriata, in seguito giustiziato. La fotografia però era ormai troppo diffusa per essere ritirata e negli anni successivi il regime continuò a pubblicizzare, con un diverso nome, l’immagine della bambina sorridente tra le braccia di chi l’aveva resa orfana. (clicca qui e qui per confrontare le due foto).

 

L’irresistibile tentazione del trucco

Nei decenni successivi tali pratiche illusioniste sono state ampiamente utilizzate anche in altri regimi dittatoriali e non solo. Esse risultano infatti evidenti nella Cina comunista (clicca qui[4] e qui [5]) nella Cuba di Fidel Castro (clicca qui[6]), nella misteriosa Corea del Nord (clicca qui[7]) anche se, a ben vedere, tracce di trucco sono rintracciabili un po’ ovunque. Proiettandoci sull’attualità, che dire della scomparsa delle figure femminili, nell’immagine riportata dal quotidiano israeliano ultraortodosso The announcer, in occasione della manifestazione internazionale di solidarietà alla Francia dopo l’attentato terroristico al giornale Charlie Hebdo? (clicca qui e qui per confrontare le due immagini) Come commentare la macabra trasformazione in sangue, effettuata dal tabloid svizzero Blick, dell’innocente rivolo d’acqua fuoriuscito da un tempio di Luxor (Egitto) all’indomani della strage di turisti compiuta dai terroristi islamici nel 1997? (clicca qui) Quale interpretazione dare alla maldestra cancellazione, operata dal quotidiano britannico the Sun, dell’uomo di colore che guida un barcone composto per la stragrande maggioranza da soli bianchi? (clicca qui). La tentazione di utilizzare la falsificazione dell’immagine per riscrivere o modificare i piccoli o grandi eventi della storia non costituisce quindi solo una caratteristica dei sistemi totalitari, ma si è imposta come pratica diffusa e trasversale in molti paesi e sistemi politici.

 

[1] T. Todorov, Memoria del male, tentazione del bene. Inchiesta su un secolo tragico, Garzanti, Milano 2001.

[2] In questa foto notiamo la scomparsa di Nikolai Ezov. Tra gli organizzatori delle grandi purghe degli anni Trenta e successivamente accusato di spionaggio e tradimento, Ezov fu vittima lui stesso delle epurazioni staliniane.

[3] Leningrado 1926. Da sinistra Nikolai Antipov, Josif Stalin, Serghej Kirov, Nikolai Svernik, Nikolai Komarov alla XV Conferenza regionale del Partito. Nelle immagini successive i compagni di Stalin scompaiono ad uno ad uno in quanto giustiziati (Komarov e Antipov), scivolati nell’ombra (Shvernik) o assassinati in circostanze poco chiare (Kirov).

[4]  Il giovane Mao (all’estrema destra) con e senza Quin Banxian, segretario del PCC dal 1932 al 1935 e successivamente emarginato a causa delle sue eccessive aspirazioni al potere.

[5] Il vuoto lasciato dalla “Banda dei 4”, capeggiata dalla moglie di Mao e liquidata poco dopo la morte del leader cinese in seguito all’ascesa della corrente riformista guidata da Deng Xiaoping.

[6]Fidel Castro e, sullo sfondo, il leader rivoluzionario Carlos Franqui, rimosso dalla fotografia per la netta disapprovazione espressa in merito all’intervento sovietico in Cecoslovacchia nel 1968 appoggiato dal governo cubano

[7]Un passo di lato è sufficiente a cancellare la figura di Chang Sung-taek, zio del leader nord coreano Kim Jong-Un, accusato di tradimento e giustiziato nel 2013

 

 

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