Tra religiosità e collezionismo: il culto delle reliquie

Ludovico Testa

Tra aldiquà e aldilà

Il termine “reliquia” deriva direttamente dal latino e significa “avanzi, resti”. Con esso ci si riferisce alle rimanenze corporee, così come a vestiti, armi, utensili e altri oggetti entrati in contatto con il corpo di persone (reali o anche mitiche) che la collettività reputa dotate di qualità straordinarie. La reliquia offre al fedele la possibilità di entrare in contatto con il soggetto venerato, rendendo percepibile la misteriosa potenza del sacro.

Nelle società primitive le qualità straordinarie del capo, così come del guerriero nemico abbattuto, avevano modo di diffondersi nella comunità attraverso pratiche di cannibalismo rituale o per mezzo dell’abitudine ad adornarsi di parti del corpo (denti, capelli, ossa) del eroe defunto, ritenute capaci di garantire il potenziamento delle capacità individuali. Nelle civiltà del mondo antico, con il complicarsi dell’articolazione sociale e religiosa, i corpi interi o parcellizzati degli eroi o dei semidei divennero oggetto di più elaborate forme di venerazione. I loro sepolcri assicurava protezione ai visitatori e alle città che le ospitavano, rafforzando l’identità degli abitanti e il prestigio dei centri urbani.

Nell’Egitto dei faraoni molto frequentati erano i santuari costruiti per ospitare i 14 pezzi in cui era stato smembrato il corpo del mitico re Osiride da parte del fratello Set. Nella Grecia classica le tombe dei semi dei o degli eroi furono per secoli meta di pellegrinaggio, come nel caso di Protesilao, il primo soldato greco caduto nella guerra di Troia o il sepolcro di Achille che la tradizione voleva fosse stato costruito sulle rive dell’Ellesponto o ancora la grotta nell’isola di Lesbo che ospitava la testa di Orfeo fatto a pezzi dalle Baccanti. Le spoglie dei protagonisti dell’età degli eroi divennero anche obbiettivo di spedizioni volte a recuperare i resti, o presunti tali, per portarli in patria. Così avvenne per le reliquie di Oreste (figlio di Agamennone) disseppellite presso Tegea e trasportate di nascosto a Sparta o per quelle di Teseo, che gli ateniesi recuperarono nella piccola isola di Scira.

Costruzioni religiose furono edificate nella penisola indiana allo scopo di conservare le ceneri del Buddha, mentre un suo dente è custodito a Ceylon. Anche il mondo islamico celebra un suo culto per le reliquie, testimoniato dal pelo della barba di Maometto venerato a Bijapur (India) così come dal capello del Profeta, mostrato ai fedeli una volta l’anno nella città di Rohri in Pakistan.

Per un quadro generale sulle reliquie leggi questo brano:

http://www.treccani.it/enciclopedia/reliquie_%28Enciclopedia-Italiana%29/

 

Collezionare reliquie, una pratica tutta cristiana

Il sovrapporsi del cristianesimo alla religiosità del mondo classico portò un po’ ovunque alla chiusura di santuari, alla distruzione dei sepolcri venerati da secoli e dei tradizionali luoghi sacri all’antica religiosità. Nuovi luoghi di culto, nuovi sepolcri, nuove reliquie si affermarono quale meta di pellegrinaggio per i fedeli alla cultura religiosa vincente, popolata da martiri, santi e beati che con il loro esempio spianavano il cammino della nuova fede. Fin dai primi secoli dell’era cristiana iniziò così una vera e propria “caccia alla reliquia” che ebbe naturalmente come primo obbiettivo le testimonianze della Passione di Cristo. Nel 325 d. C. il pellegrinaggio compiuto in Terra santa da parte della regina Elena – madre di quell’imperatore Costantino che aveva disposto l’accoglienza del cristianesimo tra le religioni dell’impero – portò al ritrovamento della croce, dei chiodi e della corona di spine. Trasportate a Costantinopoli, costituirono il cuore di una vasta collezione di reliquie che per secoli rese la capitale dell’Impero romano d’Oriente il principiale centro della cristianità. A Costantinopoli erano anche custoditi il mantello della Vergine, i sandali di Gesù, la lancia che gli trafisse il costato, le vesti di San Giovanni Battista, la pietra sulla quale era stato composto il cadavere di Cristo e i resti dei bambini fatti uccidere da Erode.

Nel corso del Medio evo tutto il mondo cristiano fu investito da un vero torrente di reliquie di ogni tipo e forma e dimensione, il cui numero risulta difficile da quantificare. Roma naturalmente attirò una svariata quantità di resti sacri, ma quasi ogni città grande o piccola che fosse ebbe la sua parte di frammenti. Non era infatti solo la santa sede a essere interessata alla raccolta di reliquie. Autorità cittadine, principi e sovrani fecero a gara per accaparrarsi testimonianze sacre, destinate a impreziosire cattedrali, giustificare la costruzione di nuove chiese o, non di rado, arricchire collezioni personali. Ne è un esempio la grande collezione di reliquie custodita nella residenza dei principi di Baviera, ma molte altre sono le testimonianze di questa particolare propensione al collezionismo che, diffusa in tutto il mondo cristiano, favorì  tra le altre cose lo sviluppo di una ramificata quanto lucrosa rete commerciale.

La distribuzione dei resti mortali di apostoli santi e martiri avvenne nei modi più disparati: scoperta, acquisto, donativo, furto, saccheggio. Alcune reliquie divennero il fulcro di storie avvincenti fatte di scomparse, rocamboleschi rinvenimenti e ardite traslazioni. Altre invece non vennero mai ritrovate e tra esse la più preziosa di tutte: la leggendaria coppa dell’ultima cena, nella quale venne raccolto il sangue di cristo, meglio nota come Sacro Graal.

In tale quadro, degna di nota è la traslazione dei resti dell’apostolo Marco, trafugate da due mercanti veneziani ad Alessandria d’Egitto nell’829 e giunte nella città lagunare dentro una cesta colma di carne di maiale (cibo considerato impuro dalla religione islamica) per scoraggiare i controlli delle autorità mussulmane. In suo onore nel 1063 iniziarono i lavori per la costruzione della chiesa di San Marco poiché, come avveniva nel paganesimo, custodire una reliquia rivestiva – e tutt’ora riveste – un significato identitario e protettivo per la città ospitante, offrendo l’occasione per l’innalzamento di splendide cattedrali e raffinatissimi reliquiari.

La chiesa medievale condannava la pratica del collezionismo rivolta all’ostentazione di lusso e ricchezza, ma accoglieva le raccolte di reliquie e oggetti sacri in quanto funzionali ad avvicinare l’uomo alla fede. Il commercio di reliquie è a tutt’oggi assolutamente vietato dal diritto canonico, con pene per i trasgressori che vanno dalla sospensione dei sacramenti alla scomunica. Tale divieto non è tuttavia recepito dalla legislazione italiana, nella quale non esiste una norma che vieti la compravendita di reliquie, limitando l’illecito al caso di commercio di reliquie rubate o classificate come opere d’arte. Basta fare in giro sul web per rendersi conto di quanto la febbre dei collezionisti di reliquie continui ad attestarsi su temperature assai elevate.

(Crediti immagini: Wikimedia commonsWikimedia Commons)

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