Uomini e cose. Il collezionismo tra passione privata e risorsa pubblica

Beatrice Collina

Gli oggetti non possiedono significati intrinseci: sono gli esseri umani ad attribuirgliene sulla base di esigenze tanto private quanto collettive. Nel primo caso, possiamo circondarci di determinate categorie di beni di cui riconosciamo l’alto valore estetico: possedere quegli oggetti, oltre a soddisfare un desiderio personale, ci permette di ottenere prestigio sociale. Siamo però indotti a trasferire anche su cose banali le nostre aspettative caricandole, ad esempio, di poteri propiziatori che in realtà non hanno. Persino a livello collettivo, si possono individuare diverse tendenze. Presso alcune comunità primitive giocava un ruolo centrale la venerazione di «feticci», ovvero di oggetti inanimati ritenuti dotati di virtù soprannaturali; un atteggiamento simile è tuttora rintracciabile in alcune pratiche religiose, come il culto delle reliquie. Collezionare questi tipi di oggetti significa gettare un ponte con una dimensione trascendente. D’altro canto, reperti antichi, documenti, opere d’arte, resi pubblicamente accessibili, sono dispositivi fondamentali per accedere ad una dimensione storica e critica. In questo caso, come osserva il sociologo francese Jean Baudrillard (1929-2007), gli oggetti da collezione perdono la propria funzione originaria per assumere un valore di testimonianza all’interno di una rete di significati soggettivamente stabiliti (Il sistema degli oggetti, 1968).

 

L’oggetto senza significato. Il lato oscuro del collezionismo

È possibile focalizzarsi su una determinata tipologia di oggetti, desiderandoli in quanto tali e non perché rimandano a un significato altro. Dietro l’oggetto si nasconderebbe l’incapacità del soggetto di instaurare relazioni umane e sociali sane. È curioso che questo comportamento trovi un’emblematica rappresentazione psicologica nel celebre personaggio mozartiano di Don Giovanni, protagonista dell’omonima opera del 1787: Don Giovanni, infatti, non colleziona oggetti, ma donne (come se fossero oggetti). Circoscritto l’ambito di interesse, Don Giovanni vuole conquistare le donne «d’ogni grado, d’ogni forma, d’ogni età», ovvero tutte le donne, indistintamente, e pur di riuscirci non si preoccupa di mettere a repentaglio la propria vita. Il piacere che ne deriva non consiste nelle relazioni che egli instaura con le sue vittime, ma nel semplice «porle in lista», nell’aggiungere un numero alla sua collezione. È un piacere effimero, che sfuma nel momento stesso in cui è ottenuto e che richiede sempre nuove prede. L’azione di Don Giovanni è seriale, tutta orientata al tempo presente, all’attimo, e inevitabilmente fine a sé stessa. Ricorrendo nuovamente alle parole di Baudrillard: «[…] non basta più un solo [oggetto]: è sempre una serie di oggetti, al limite una serie totale, che diventa progetto compiuto. Per questo il possesso di un oggetto, qualunque sia, è sempre allo stesso tempo fonte di soddisfazione e delusione».

Di seguito, la celebre aria “Madamina, il catalogo è questo” del Don Giovanni di Mozart, qui interpretata da Ferruccio Furlanetto. Leporello, fedele servitore di Don Giovanni, apre gli occhi a Donna Elvira sulle innumerevoli conquiste del padrone, facendone una ironica quanto raffinata analisi psicologica: https://www.youtube.com/watch?v=OqeyElCHRM8

L’ossessione nei confronti degli oggetti può essere la manifestazione esteriore di più complessi disturbi clinici. È questo il caso del discusso “Disturbo da Accumulo”, inserito solo dal 2013 nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Gli accumulatori compulsivi collezionano gli oggetti più disparati, non necessariamente di pregio. Incapaci poi di disfarsene, l’insieme informe di questi oggetti giunge a fagocitare il loro spazio vitale. In questo caso, è la letteratura a proporci ante litteram un profilo psicologico che ben delinea questo tipo di comportamento. Si tratta del personaggio di Plius’kin che incontriamo nel romanzo di Nikolaj Gogol’ Le anime morte (1842): «Chi avesse dato uno sguardo al cortile adibito al lavoro, dove giaceva depositata una grande quantità di legname e di attrezzi che non venivano mai usati, avrebbe creduto di essere capitato al mercato del legname di Mosca […]: botti, mezze botti, tini, barili, mastelli, secchi, torni, brocche, con e senza becco, ciotole, panieri, canestri di tiglio, […] cestelli di vimini, corbelli di scorza di tiglio, o di betulla intrecciata, e molti altri oggetti che servono alla Russia ricca e povera. Di che utilità poteva essere a Plius’kin tutta quella quantità di roba? Mai, nell’intero corso di una vita, si sarebbe potuta adoperare tutta, nemmeno per due proprietà grandi come la sua. Ma a lui pareva sempre poco» (parte I, cap. 6).

 

Dagli oggetti-meraviglia agli oggetti interpretati. Il ruolo socio-pedagogico delle collezioni

È a partire dal Rinascimento che si diffonde in Europa la moda di collezionare oggetti particolari e fuori dal comune (mirabilia). Nelle corti e nei palazzi delle ricche famiglie diventa sempre più frequente trovare spazi dedicati alla raccolta di oggetti preziosi (Schatzkammern, «camere del tesoro») o di oggetti inusuali sia di origine naturale sia creati dall’uomo (Wunderkammern, «camere delle meraviglie»). In un’epoca in cui arte e scienza non sono ancora ambiti rigidamente separati, talvolta queste collezioni hanno non solo l’obiettivo di stupire e incantare, ma rappresentano anche un primo tentativo di ricerca “scientifica”. Emblematico a questo riguardo è lo scrupoloso lavoro del bolognese Ulisse Aldrovandi (1522-1605), le cui collezioni arrivano a contare decine di migliaia di reperti naturalistici, che egli utilizza anche per le attività didattiche. Sarà tuttavia solo nel corso del Settecento, sotto l’impulso della corrente illuminista e della Rivoluzione francese, che avverrà una svolta significativa: le collezioni fino ad allora rimaste private si apriranno progressivamente al grande pubblico con un intento sempre più marcatamente pedagogico, definendo la concezione moderna di museo. Oggetti accumulati per mero piacere estetico assumeranno così un più ampio significato storico, culturale, scientifico.

Il carattere enciclopedico dell’attività di Aldrovandi è evidente nel suo «Erbario», ovvero la minuziosa raccolta e catalogazione di più di 5000 esemplari di piante, disponibile online:

http://www.sma.unibo.it/il-sistema-museale/orto-botanico-ed-erbario/collezioni/erbario-lerbario-di-ulisse-aldrovandi

Una ricca parte delle collezioni di Aldrovandi è oggi conservata e visitabile presso il Museo di Palazzo Poggi di Bologna.

Il modo di collezionare oggetti muta nel tempo così come muta il modo in cui usufruiamo di essi. Oggi scienze sociali come la museologia e la museografia si interrogano sul ruolo e sulle funzioni del museo, sulla progettazione dei suoi spazi e degli allestimenti, sull’interazione con il pubblico. Alla base della riflessione c’è una consapevolezza: le collezioni, da sole, non bastano a rispondere a istanze pedagogiche. È necessario offrire una narrazione, una interpretazione che non trasmetta pure nozioni, ma che sia in grado di problematizzare una questione. Si tratta così di stabilire ed esplicitare di volta in volta i criteri espositivi (cronologici, tematici, concettuali), selezionare gli oggetti in modo coerente ad essi, costruire percorsi alternativi con diversi gradi di approfondimento. Dal museo si dovrebbe uscire con nuove domande e con l’intento di tornare. In Italia, un buon esempio di questa tendenza contemporanea è costituito dal Museo nazionale del Cinema di Torino, sviluppato a spirale all’interno della Mole Antonelliana e concepito in modo da permettere a ognuno di scegliere tra diversi percorsi e aree tematiche in cui gli oggetti non sono semplicemente esposti per essere passivamente ammirati, ma organizzati in modo da creare un’esperienza ricca e coinvolgente, non destinata ad esaurirsi in un’unica visita.

Sul sito del Museo nazionale del Cinema, è possibile consultare i diversi percorsi di visita proposti e il modo in cui sono stati pensati per il pubblico:

http://www.museocinema.it/it/museo-nazionale-cinema#block-bean-sezione-landing-archeologia-de

Il collezionismo si configura quindi come un fenomeno dalle tante sfaccettature che può essere letto attraverso la lente delle diverse discipline sociali. In generale, tuttavia, due possono essere i criteri di analisi per valutare una collezione: il primo consiste nell’individuazione del fine (interesse privato vs. interesse pubblico); il secondo, più profondo, riguarda l’aspetto interpretativo (oggetti significanti vs. oggetti neutri).

(Crediti immagini: museocinema.itsma.unibo.it)

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