Come suonano i colori

Chiara Pilati

Chiunque voglia avvicinarsi e comprendere l’arte di Vasilij Kandinskij (Mosca, 1866 – Neuilly-sur-Seine, 1944) deve partire da una premessa fondamentale e imprescindibile: bisogna accostarsi al dipinto come ad una sinfonia che cattura, come amava dire egli stesso, “il suono interiore” degli elementi.

C’è, sosteneva infatti l’artista, al di là della realtà tangibile delle cose, una dimensione non esprimibile con le parole o con le forme che la realtà ci offre perché non ha dimensioni, né occupa spazio: è fatta di emozioni e spiritualità e necessita di un linguaggio proprio, assimilabile al massimo alla musica o al colore, in grado di farci “vedere l’invisibile”.

Mi sembrava che l’anima viva dei colori emettesse un richiamo musicale, quando l’inflessibile volontà del pennello strappava loro una parte di vita”.

 

La poetica di Kandinskij

Dopo il trasferimento dalla Russia in Germania e dopo un inizio fra espressionismo e fauvismo, nei primi anni del ‘900 Kandinskij comincia ad elaborare quella teoria artistica che lo porta ad essere considerato il fondatore dell’astrattismo.

A partire dal 1909 l’artista comincia a cercare e stabilire analogie precise fra le diverse sfere della produzione artistica con una netta predilezione per la musica che ritiene quella che più riesce ad esprimere l’“invisibile” che tanto vorrebbe rappresentare.

La pittura per Kandinskij si trasforma sempre più una sorta di composizione musicale, una “sinfonia di colori” come egli stesso la definiva.  “Già molto presto mi resi conto dell’inaudita forza d’espressione del colore. Invidiavo i musicisti, i quali possono fare arte senza bisogno di raccontare qualcosa di realistico. Il colore mi pareva però altrettanto realistico del suono”.

Da questo momento i titoli delle sue opere cominciano ad avere una netta assonanza musicale: Impressioni, Composizioni e Improvvisazioni, sono i lavori che conducono Kandinskij all’astrazione.

Vasilij Kandinskij, “Improvvisazione 4”, 1909, Nižnij Novgorod, Museo Statale d’Arte (wassilykandinsky.net)

Vasilij Kandinskij, “Composizione IV (1911)”, Centre Pompidou (Paris) (wassilykandinsky.net)

Vasilij Kandinskij, “Composizione VII”, 1913, Galleria Tret’jakov, Mosca (Wikimedia Commons)

 

Dello spirituale nell’arte

 “Il colore è il tasto, l’occhio il martelletto che lo colpisce, l’anima lo strumento dalle mille corde.

L’artista è la mano che, toccando questo o quel tasto, fa vibrare l’anima.”

Verso la fine degli anni ’10 Kandinskij inizia a lavorare alla sua opera teorica più articolata, “Dello spirituale nell’arte” (Über das Geistige in der Kunst – O duchovnom v iskusstve).

Qui il suo intento è di mostrare come la musica sia la più alta delle arti ma, allo stesso tempo, spiegare come la pittura, e in particolare la pittura espressionista, possa quasi allo stesso modo raccontare le sensazioni e le emozioni nascoste nell’anima dell’artista.

Quando descrive il carattere della propria pittura di quegli anni, Kandinskij sembra, infatti, descrivere il procedere di un brano musicale: “Lotte di toni, l’equilibrio perduto, principi che decadono, inattesi colpi di tamburo, grandi domande, aspirazioni apparentemente insensate, impulso e nostalgia e desiderio in apparenza lacerato, catene e vincoli distrutti che uniscono, opposti e contraddizioni: questa è la nostra armonia”.

Il nocciolo di tutta l’arte di Kandinskij sembra così essere l’emozionalità: il colore, egli ritiene, può avere due tipi di effetti sullo spettatore, uno fisico basato su sensazioni momentanee e quindi più superficiale, e uno psichico dovuto alla “vibrazione dello spirito” attraverso cui il colore raggiunge l’anima di chi lo guarda. Questo accade perché i colori possiedono qualità sensibili che, proprio come la musica di ogni diverso strumento, possono toccare e modificare l’anima dello spettatore.
A questo proposito, nel suo saggio, Kandinskij analizza i colori in base ai loro suoni interiori, ai loro effetti psichici, e associa ognuno ad uno strumento musicale.
Il giallo è vitale, prorompente, irrazionale e viene paragonato al suono di una tromba, di una fanfara. Il blu suggerisce quiete ed è associato al suono del violoncello, l’azzurro, il blu che tende ai toni più chiari, è indifferente, distante ed è paragonabile al suono di un flauto. Il blu scuro viene invece avvicinato al suono di un organo, profondo e intenso. Il rosso è caldo, vitale, vivace, irrequieto come il suono di una tuba. È diverso dal giallo perché non è così superficiale. L’energia del rosso è consapevole e può essere canalizzata. Più è chiaro e tendente al giallo, più ha vitalità ed energia. L’arancione esprime movimento, è paragonabile al suono di una campana. Il verde è noioso, suggerisce opulenza, compiacimento, è una quiete appagata ma appena vira verso il giallo acquista energia. Ha i toni ampi e caldi, del violino.

Vassily Kandinskij, “Giallo, rosso, blu”, olio su tela, 1925, Musée national d’art moderne, Parigi (Wikimedia Commons)

Il viola, come l’arancione, è instabile, è paragonabile al corno inglese, alla zampogna, al fagotto. Il marrone è ottuso, duro e poco dinamico; il grigio è statico, indica quiete, nel grigio c’è assoluta mancanza di movimento. Il bianco è la somma (convenzionale) di tutti i colori dell’iride nella quale però tutti scompaiono. È silenzio assoluto ma ricco di potenzialità: è la pausa tra una battuta e l’altra di un’esecuzione musicale, che annuncia altri suoni. Il nero è mancanza di luce, è anch’esso silenzio ma è definitivo, è la pausa finale di un’esecuzione musicale ma, a differenza del bianco, dà valore a qualsiasi altro colore.

 

Kandinskij e i musicisti

Nella sua produzione pittorica Kandinskij fu influenzato dalla musica di diversi compositori, per primo da quella di Richard Wagner e soprattutto dalla sua opera intitolata Lohengrin, che spinse il pittore russo ad abbandonare la carriera accademica in giurisprudenza per dedicarsi interamente all’arte.

Nello scritto “Sguardo al passato” racconta, infatti, che nel 1896, ascoltando il Lohengrin di Wagner al Teatro Bolscioi ebbe l’impressione di vedere Mosca “dipinta musicalmente”. “Mi sembrava di avere davanti agli occhi tutti i miei colori. – scrive – Davanti a me si formavano linee disordinate, quasi assurde”.

Ma se a Wagner si devono le sue intuizioni iniziali e la sua comprensione del valore musicale del colore e dell’importanza del rapporto fra musica e pittura, ancor più fondamentale per la formazione artistica di Kandinskij fu l’amicizia con il compositore viennese Arnold Schönberg, con il quale condivideva la ricerca per la “dissonanza nell’arte”: “la dissonanza pittorica e musicale di oggi non è altro che la consonanza di domani”.

Il primo “incontro” fra i due ebbe luogo a Monaco di Baviera, il 2 gennaio del 1911 ad un concerto del compositore austriaco (Quartetto per archi op.10 e i Klavierstücke op.11) che colpì così tanto Kandinskij da spingerlo a scrivergli, pur senza conoscerlo. In seguito a quell’ascolto, poi, il pittore decise anche di dar forma alle sue impressioni in un dipinto destinato a diventare uno dei suoi più celebri capolavori, Impressione III: Concerto.

Vasilij Kandinskij, “Impressione III (Concerto)” , 1911; olio su tela, 77,5 x 100 cm; Monaco di Baviera, Städtische Galerie im Lenbachhaus (Wikimedia Commons)

ll dipinto è dominato da un grande triangolo nero che rappresenta molto probabilmente il pianoforte e si inserisce tra uno sfondo giallo e una serie di forme colorate. La grande massa gialla sembra essere il suono vitale della composizione che investe il pubblico e lo accende di energia.

La prima lettera di Kandinskij a Schönberg è datata 18 gennaio 1911. In essa, il pittore comunica al compositore quanto avessero in comune, perché Schönberg, a detta di Kandinskij, era riuscito a ottenere, in musica, ciò che l’artista russo intendeva raggiungere in pittura. Kandinskij avvertiva che la sua ricerca era totalmente conforme a quella di Schönberg, che con la sua atonalità aveva sovvertito le regole della musica classica con il dichiarato intento di fare drizzare i capelli agli spettatori, tanto la libera espressione dell’inconscio era diretta e immediata.

Schönberg gli rispose con una dichiarazione che ci fornisce diversi elementi per comprendere il senso della sua arte, e di quella di Kandinskij: “l’arte appartiene all’inconscio! L’artista deve esprimere sé stesso! E deve esprimersi in modo diretto! Non deve esprimere il proprio gusto, la propria educazione, la propria intelligenza, le proprie conoscenze o le proprie abilità. Non deve, insomma, esprimere ciò che ha acquisito, ma ciò che è innato, che è istintivo. […] Io non credo che la pittura debba necessariamente essere oggettiva. Anzi, credo fermamente nel contrario”.

Ispirato dalle ricerche di Schönberg, Kandinskij fu il primo artista a liberare l’arte dalla realtà: per la prima volta l’opera non doveva e non voleva rappresentare elementi tratti dal mondo che ci circonda ma raccontare l’inconscio. Era l’inizio dell’arte astratta e l’opera che sancisce questa nascita si intitola Figura con cerchio: Kandinskij la dipinge nel 1911.

Vasilij Kandinskij, Figura con cerchio (1911; olio su tela, 100 x 150 cm; Tbilisi, Museo Nazionale della Georgia) (wassilykandinsky.net)

“Più il mondo diventa orribile (come quello di oggi), più la nostra arte diventa astratta, mentre un mondo felice produce un’arte realistica” scriveva Kandinskij nel suo diario nel 1914. Di lì a poco ebbe inizio la prima guerra mondiale e le strade del pittore russo e del compositore ebreo austriaco, che fino ad allora rimasero legati da una profonda amicizia professionale, furono costrette a dividersi.

Resta però il fatto che come Schonberg ha rivoluziona il sistema tonale classico, creando il nuovo linguaggio della musica atonale, così Kandinskij ha abbattuto i muri e le regole della pittura tradizionale approdando all’astrattismo.

L’arte di Kandinskij e la musica di Schönberg

https://www.youtube.com/watch?v=3jfpm7isw5c

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Commenti [1]

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  1. fiorenza

    Ottimo grazie!

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