Lo strappo alla regola: “musica degenerata” e sopravvivenze libertarie nella Germania nazista

Ludovico Testa

Un uomo di colore. Un uomo di colore dalle sembianze scimmiesche suona il sassofono vestito in smoking. Sull’occhiello della giacca, in bella vista, è appuntata la stella di David. L’immagine si sovrappone parzialmente al profilo inquietante, in color “rosso bolscevico”, di un cranio giudaico ritratto con il caratteristico naso ricurvo. Questa immagine, diffusa in un manifesto del 1938, sintetizza più di qualsiasi parola l’essenza della dottrina razziale del Terzo Reich.

Nel manifesto sono infatti rappresentati i tratti distintivi della “musica degenerata”, oggetto di una mostra che fece seguito a quella sull’”arte degenerata”, inaugurata l’anno precedente a Monaco dallo stesso Hitler. Il negro e l’ebreo dunque, espressione di culture inferiori e minaccia incombente sulla purezza della razza ariana, da combattere senza quartiere e su ogni terreno, compreso quello musicale.

Il processo di sradicamento dell’”influenza ebraica” sulla musica tedesca si sviluppò con valenza retroattiva e giunse a colpire maestri quali Felix Mendelssohn (1809-1847) e Gustav Mahler (1860-1911), le cui opere vennero vietate in tutto il Reich. La furia nazista contro la “musica degenerata” prese naturalmente di mira anche i contemporanei, costringendo all’esilio compositori di origine israelita del calibro Arnold Shonberg (1874-1951), il padre della dodecafonia, e Kurt Weil (1900-1950) autore di musiche destinate a lasciare un segno indelebile nel teatro del Novecento. Molti altri furono ridotti al silenzio, altri ancora internati nei primi campi di concentramento.

Il marchio dell’infamia non era riservato solo alle “razze inferiori”, ma a tutti coloro che si fossero macchiati di complicità con la “degenerazione culturale ebraico-bolscevica”. Tra le tante vittime della persecuzione nazionalsocialista va segnalato il maestro Igor Stravinskij e il compositore austriaco Erns Krenek, autore di un’opera di successo, Jonny Spielt auf, nella quale un jazzista di colore seduce una giovane ragazza bianca. Messa in scena nel 1927, l’opera subì continue contestazioni tanto in Austria che in Germania fino a essere bandita dai teatri. Il sassofonista nero ritratto sul manifesto dell’opera di Krenek sarà poi ripreso dalla propaganda nazista per essere eretto, con le opportune modifiche, a simbolo della “musica degenerata”. Nel 1938, all’indomani dell’annessione  dell’Austria al Reich tedesco, Krenek emigrò negli Stati Uniti, aggiungendosi alla fitta schiera di musicisti, artisti, scrittori fuggiti alla morsa del regime.

Copertina della prima edizione di Johnny spielt auf di Ernst Krenek (Wikimedia Commons)

Tra le pieghe del regime: la “Swingjugend”

Nella Germania degli anni Trenta, il forte grado di omologazione imposta dal modello totalitario non riuscì tuttavia a impedire l’emergere tra le giovani generazioni di accenti di difformità che, indirettamente, si evidenziarono come manifestazioni di opposizione all’ideologia ufficiale. Nelle principali città del Reich, Amburgo e Berlino in particolare, gruppi di giovani non facevano mistero della loro attrazione per la “musica degenerata”, organizzando feste semiclandestine in cui suonavano orchestrine di jazz, mentre i ragazzi si lanciavano in gare di ballo sulle note dello swing. I membri della “Swingjugend” (gioventù dello swing), come vennero chiamati al tempo, si vestivano e si atteggiavano imitando lo stile inglese e i protagonisti dei film di Hollywood.

I ragazzi indossavano lunghe giacche e trench alla Humphrey Bogart e, rispetto ai loro coetanei rasati a spazzola, tenevano i capelli assai più lunghi, non di rado sovrastati da un cappello Borsalino calzato di sbieco. Fumavano pipe sul modello britannico, leggevano periodici in lingua inglese e non uscivano mai senza ombrello. Le ragazze invece si ponevano controcorrente lasciando i capelli liberi sulla schiena e non raccolti (come prevedeva la moda tirolese consacrata dal regime), truccandosi abbondantemente, abbigliandosi in modo provocante con gonne corte o pantaloni da uomo e fumando sigarette innestate su lunghi bocchini. Più che abbracciare l’esempio della donna “madre e moglie” incensata dalla propaganda del Reich, le ragazze della Swingjugend richiamavano i tempi dei cabaret berlinesi tanto denigrati dal regime.

Rigorosamente apolitici, gli Swingjugend non si risparmiavano però nello sbeffeggiare i “granitici” rituali del nazionalsocialismo: alle loro feste il saluto ufficiale delle grandi adunate, “Sieg Heil!”, si tramutava così in “Swing Heil!”. Un film del 1993 ha tracciato un quadro di questa cultura ribelle, destinata tuttavia ad essere travolta dallo scoppio della Seconda guerra mondiale.

Con lo scoppio della guerra, infatti, la stretta del regime divenne inesorabile e intollerante verso ogni forma di “deviazione”. Nel 1940 un festival dello swing organizzato ad Amburgo fu interrotto dall’intervento delle forze di polizia e si concluse con il fermo di centinaia di giovani. Ciononostante, i ragazzi della Swingjugend non scomparvero del tutto e finirono con attirarsi le simpatie dei ben più impegnati coetanei della “Rosa Bianca”, il gruppo di studenti capeggiato dai fratelli Scholl, protagonista di una coraggiosa contestazione alla dittatura nazista. Mentre la Seconda guerra mondiale volgeva al termine tale presunta contiguità portò all’arresto di alcuni membri della Swingjugend con l’accusa di propaganda anarchica e sabotaggio dello sforzo bellico. La fine del conflitto si frappose fortunatamente tra loro e le grinfie del “Tribunale del popolo”, una sorta di anticamera del patibolo già macchiatosi di una lunga serie di condanne a morte, tra le quali anche quelle a carico dei ragazzi della “Rosa Bianca”.

Per approfondire il tema dell’opposizione giovanile nel Terzo Reich, leggi questo contributo: http://dprs.uniroma1.it/sites/default/files/187.html

 

(Crediti immagini: Wikimedia Commons, Wikimedia Commons)

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