Mente e musica

Claudio Fiocchi

Che la musica abbia una stretta relazione con i nostri stati d’animo è una cosa ovvia. Ed è altrettanto normale scoprire di essere intonati e portati per suonare uno strumento musicale al contrario di altre persone, che non sono in grado di azzeccare una nota. Capire in profondità le relazioni che legano la musica con la nostra mente è, però, un’impresa ardua in cui si cimentano da tempo psicologi e neurologi.

 

Musici e amusici

Nella nostra esperienza quotidiana la musica è tanto un fatto tanto acustico quanto mentale: il primo aspetto è il più comune e basta pensare ai molti momenti della nostra giornata che sono accompagnati da un sottofondo musicale a volte voluto, come quando decidiamo di ascoltare la radio, a volte imposto, come quando un ritmo ossessivo proviene dalla macchina accanto alla nostra.

Il secondo aspetto, la dimensione mentale della musica, si rivela quando la musica non è percepita attraverso le orecchie, ma può essere riattivata dalla nostra mente, che ricorda una canzone o un brano senza bisogno di espressione sonora.

In alcuni casi questa capacità della mente si rivela un doloroso boomerang. Pare che il musicista Robert Schumann negli ultimi anni della sua vita fosse affetto da un terribile disturbo e che la sua vita fosse resa un inferno dalla nota la, che egli sentiva senza che fosse prodotta da alcun strumento. Questo aneddoto è ricordato dallo psicologo della musica Géza Résvéz in un volume intitolato Psicologia della musica del 1954 (ed. Giunti Barbera, Firenze), in un capitolo in cui l’autore cerca di fornire una mappatura delle alterazioni nella percezione della musica, scoprendo che in taluni soggetti qualche nota è percepita come se fosse un’altra, e altre note non sono neppure sentite. Prescindendo dai casi in cui la musica viene rifiutata per ragioni inconsce legate a traumi o esperienze passate, per alcuni soggetti la musica appare simile a un rumore fastidioso. Benché questi individui, definiti amusici, costituiscano una minoranza, la loro esistenza solleva il problema del complesso rapporto tra mente e musica. Quello che era un grosso interrogativo cinquant’anni fa sembra oggi trovare una risposta in precise situazioni neurali e in spesso in vere e proprie lesioni cerebrali, che rendono difficoltoso percepire una melodia come tale.

 

Applicazioni della psicologia della musica

Questa capacità della musica di insinuarsi nelle nostre vite è stata sfruttata in molti modi: Helga De la Motte-Haber (Psicologia della musica. Una introduzione, La Nuova Italia, Firenze 1986) ricorda come l’idea di sfruttare la musica per incrementare la produttività sui luoghi di lavoro si sia fatta strada proprio pensando alla capacità della musica di ritmare le attività e di riattivare l’attenzione delle persone dopo un certo periodo di minor attività.

Nel suo aspetto pratico la psicologia della musica diventa un’arma nelle mani di pubblicitari ed esperti del lavoro che cercano di stimolare una data attività. In questo caso, si tratta quindi di capire quale musica sia più adatta a un certo scopo.

Alla lunga, però, questo modo di usare la musica finisce per trasformare certi brani o certe sequenze in una sorta di codice, che per l’ascoltatore indica un dato concetto o momento, come nel caso di una musichetta abbinata all’inizio delle pubblicità o a un dato prodotto.

Ma se è vero che la musica si lega strettamente alle emozioni, è però difficile che la connessione possa essere misurata: a valutare gli effetti sul corpo in termini di respirazione, battito cardiaco ecc. si perde la specificità del fatto psicologico; a verbalizzare l’emozione, cioè descrivendola con le parole, si restringe quest’ultima in una griglia che ne comprime i contorni, come spiega De la Motte-Haber.

 

Musica e neuroni

Per psicologi e neurologici non è solo interessante capire come la musica venga percepita, ma anche  in quale modo essa si inserisca nella vita delle persone che subiscono traumi fisici e psicologici.

Il romanziere Heinrich Boll, in un breve racconto, descrive la particolare patologia di un uomo che ai concerti di musica classica non poteva fare a meno di tossire, attirandosi dapprima un indignato silenzio da parte del resto della sala e poi suscitando altre tossite, come se fossero latrati di cane gli uni in risposta agli altri. Molto peggiori sono però gli effetti descritti dal celebre neurologo Oliver Sacks in Musicofilia: in alcuni casi la musica provoca crisi epilettiche in alcuni suoi pazienti (e a volte sono solo ben determinate musiche ad essere patogene); in altri, però, la musica è stata un’ancora di salvezza, come nel caso del musicista che, mentre diventava sempre più incapace di riconoscere le forme visive e giungeva a scambiare la propria moglie per un cappello, imparava a vivere la vita quotidiana grazie a un costante accompagnamento di brani musicali che guidavano le sue azioni.

Qui trovi il sito di Oliver Sacks https://www.oliversacks.com/

La musica è quindi anche una forma di cura? Una pratica in fase di diffusione come la musicoterapia si rivela in alcuni casi efficace e contribuisce a svelare ancora di più il profondo legame della musica con gli strati profondi della mente. Racconta sempre Sacks dello straordinario effetto che vecchie canzoni possono suscitare su persone anziane affette da demenza senile: un passaggio inaspettato dalla sonnolenza all’attenzione fino a un canto collettivo che unisce i pazienti. In questi casi si tratta di una pratica terapeutica che influisce sull’umore e sulle capacità cognitive dei pazienti per ore e persino giorni. Forse questa esperienza non chiarisce bene il rapporto tra la musica, il ritmo, la melodia e il nostro cervello, ma almeno evidenzia quanto esso sia profondo.

 

(Crediti immagini: PXHere, PXHere)

 

 

 

 

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