Dalle due culture a una

Andrea Tarabbia

Viene in mente quell’aforisma, famosissimo, di Fernando Pessoa, forse il più grande poeta di lingua portoghese mai esistito: «Il binomio di Newton è bello come la Venere di Milo. Il fatto è che pochi se ne accorgono». Si tratta, da un certo punto di vista, di una pietra tombale sulla polemica che, per secoli, ha contrapposto le cosiddette “due culture” – quella scientifica e quella umanistica. Era il 1928, Pessoa, appassionato di occultismo, era già creatore di uno dei sistemi letterari più complessi e affascinanti del Novecento: scrisse poesie, romanzi, racconti, opere teatrali, e ognuna di queste è un momento fondativo della letteratura nella sua lingua. È soprattutto affascinante il metodo con cui egli scrisse: ogni suo libro è firmato da un “eteronimo”, vale a dire da un alter ego: così, Bernardo Soares scrive Il libro dell’inquietudine (la principale opera in prosa di Pessoa); Ricardo Reis è l’autore di odi e saggi su Alberto Caeiro; Alberto Caeiro è, a sua volta, un poeta, ed è maestro di Pessoa, di Reis, di Antonio Mora e Alvaro de Campos; questi ultimi sono: Mora un filosofo e de Campos, che di mestiere fa l’ingegnere, un poeta decadente che ha una fase futurista; e così via, fino a creare un universo di decine di figure alternative all’autore, ciascuna con una sua poetica, una sua opera, un suo percorso biografico intrecciato a quello degli altri. Ma non esistono davvero i Reis, i de Campos, i Mora e i Soares: sono, semmai, dei Pessoa possibili, ognuno con il proprio stile e, a volte, con una visione del mondo in conflitto con quella degli altri. La cosa curiosa è che, in portoghese, Pessoa, che era il vero cognome del poeta, significa «persona».

Qualche poesia di qualcuno dei molti Pessoa: http://www.elapsus.it/2009/09/pessoa-poesie.html

Antonio Tabucchi conosceva il portoghese (anzi, nel 1991 scrisse addirittura un libro direttamente in quella lingua: Requiem), lo insegnava e lo traduceva. Fu lui a portare in Italia Pessoa e a contribuire in modo decisivo alla sua diffusione. Racconto queste cose perché, in Un baule pieno di gente, una raccolta di saggi che Tabucchi scrisse sullo scrittore portoghese, compare un’intervista al poeta Andrea Zanzotto che, forse, ha a che vedere con il tema di Aulalettere di questo mese: alla domanda di Tabucchi se Pessoa, morto nel 1935, debba essere considerato un nostro contemporaneo o addirittura un nostro postero, Zanzotto risponde così:

[…]

Certo è che forse soltanto in Kafka il rapporto fra realtà, realtà psichica e nominazione ha assunto le tensioni, la “coscienza fisica”, che si ritrovano in Pessoa. Essere nella discontinuità e comunque gettarvi sopra dei ponti, “precipitando” in questo rischio totale eppure vincendo la partita, è sempre stato il désir che muove la poesia – o, all’opposto […] la matematica.

[…]

Ecco: secondo Zanzotto la poesia e la matematica sono accomunate da una stessa forma di desiderio. Continuando a parlare, il poeta cita il matematico e filosofo francese René Thom, inventore della teoria delle catastrofi – un modello matematico che spiega i fenomeni naturali discontinui: cos’è un fenomeno discontinuo? È qualcosa che rompe un equilibrio, che crea una discontinuità, come la divisione di una cellula, una scarica elettrica, ma anche un’alluvione o un crollo in Borsa: ecco, la teoria delle catastrofi è un modello matematico che spiega questi momenti. Niente di apparentemente più lontano dalla poesia, vero? E invece, guarda un po’, Zanzotto cita questa teoria mentre parla di Pessoa e di Kafka, di queste continue rotture dell’equilibrio che sono l’invenzione degli eteronimi, o certi raptus che colgono i personaggi kafkiani: questi momenti possono essere visti come la rappresentazione letteraria di una teoria matematica.

È tutto molto complicato, ma l’idea da cui sono partito è quella di dimostrare che le culture non sono due, ma una, e di trovare degli esempi che corroborino la mia tesi.

 

La cultura della lentezza

A lungo, e per certi aspetti ancora oggi, la cultura scientifica e quella umanistica sono state percepite come contrapposte e inconciliabili. Si è detto e si dice che la cultura umanistica viaggi a un ritmo più lento rispetto a quella scientifica. Lo spiega bene lo scrittore Elio Vittorini in un saggio, pubblicato nel 1967 – dunque quarant’anni dopo l’aforisma di Pessoa da cui siamo partiti –, che si intitola Le due tensioni. Tra le considerazioni che fa Vittorini c’è questa:

la nostra letteratura d’oggi, malgrado Joyce e Proust, […] si continua a servire ]…] del sistema istituito nel sett[ecento] primo ottocento (Goethe vi è compreso) per cui gli oggetti (personaggi e sentimenti compresi) che noi raffiguriamo continuano ad essere da noi pensati secondo la fisica di Newton anziché di Einstein […].

Detto altrimenti: il mondo descritto dalla cultura scientifica è più avanzato di quello descritto dalla letteratura. Per la scienza, il Novecento si apre all’insegna della relatività e prosegue con le teorie sulla meccanica quantistica di Heisenberg e Bohr; i personaggi dei romanzi, invece, ragionano e si muovono in un mondo che sembra avulso da queste teorie. La scienza ci racconta un mondo indeterminato e fatto di particelle, la letteratura fa muovere i suoi personaggi in un mondo che, tutto sommato, è ancora ottocentesco.

Un sito dedicato alla vita e all’opera di Elio Vittorini: http://www.vittorininet.it/supporto/elio/Default.htm

È davvero così?

Da un certo punto di vista sembrerebbe di sì. Ma ci sono alcune considerazioni da fare. Anzitutto, c’è da concentrarsi su quel malgrado che Vittorini mette prima dei nomi di Joyce e Proust: è sbagliato sostenere che al di là di Joyce e Proust la letteratura fu lenta a recepire il cambiamento del mondo, perché, allo stesso modo, al di là di Einstein prima, e di Heisenberg e Bohr poi (con Einstein passato nel frattempo dalla parte dei conservatori), anche il mondo della fisica fu lento e restio ad accettare relatività e teoria dei quanti. Inoltre, se usiamo come metro di paragone i grandi innovatori nelle scienze, dobbiamo farlo anche nelle lettere. Dunque Proust è Einstein, Joyce è Heisenberg. Secondo questo ragionamento, i romanzieri che, in quella stessa epoca, componevano libri “ottocenteschi” sono l’equivalente di quei fisici che all’inizio non capirono, anzi, respinsero la teoria della relatività e quella quantistica.

La verità è che forse è proprio sbagliato parlare di due culture e associarle a diversi tipi di velocità.

I rappresentanti delle due culture si muovono entro lo stesso ambito, entro lo stesso tipo di reale e con esso hanno a che fare: il mondo è uno, e le culture ne possono tutt’al più essere delle declinazioni. Nel 1978, il grande critico letterario Ezio Raimondi pubblicò un libro, che si intitola Scienza e letteratura, in cui studiava in modo approfondito i rapporti tra le due culture sulla base di una considerazione semplice eppure incontestabile:

Il ragionamento scientifico possedeva sempre una forma, quella immanente alla propria struttura intellettuale (…). Allo stesso modo il discorso letterario proprio mentre mediava un’esperienza mediava anche una conoscenza: solo che, aggiungeva Musil, questa conoscenza non era quella razionale della verità, ma tanto l’una quanto l’altra muovevano nella medesima direzione perché non esistevano un mondo razionale e uno irrazionale, c’era una realtà unica che li conteneva entrambi.

La realtà è una, e la cultura umanistica e quella scientifica non sono altro che due chiavi diverse (ma non in conflitto, semmai in comunicazione) attraverso cui si può fornire un’interpretazione del mondo.

Nello stesso anno il filosofo statunitense Nelson Goodman proponeva, in un libro fondamentale chiamato Vedere e costruire il mondo, una visione unitaria della cultura che sarebbe piaciuta a Raimondi: parlando della finzione artistica, spesso messa in contrapposizione alla concretezza scientifica, Goodman sostiene che

La finzione opera in mondi reali né più né meno come quel che finzione non è. Cervantes, Bosch e Goya, né più né meno di Boswell, Newton e Darwin, ereditano, disfano, rifanno, replicano mondi reali, rimaneggiandoli in modi importanti e a volte anche oscuri ma alla fin fine riconoscibili.

Scienza e umanesimo, di nuovo, sono due approcci che provano, ciascuno a suo modo, a interpretare e ricostruire il mondo.

Ma gli esempi che avevo promesso, dove sono finiti? Eccoli.

 

La relatività ad Alessandria d’Egitto

Tra il 1957 e il 1960, lo scrittore britannico Lawrence Durrell compose e pubblicò un ciclo di quattro romanzi chiamato il Quartetto di Alessandria. La particolarità del Quartetto è che i quattro romanzi che lo compongono raccontano quattro volte la stessa storia: un intrigo, un po’ estetizzante, di amore e politica nell’Egitto di quegli anni. Ogni romanzo porta per titolo il nome del personaggio dal cui punto di vista la storia viene osservata e raccontata: Justine, Balthazar, Mountolive e Clea. Il Quartetto è un’opera mastodontica che si basa, per esplicita ammissione di Durrell, sulle teorie di Einstein. Secondo lo scrittore, la letteratura aveva la possibilità di restituire la teoria della relatività basandosi sul gioco dei punti di vista: Einstein aveva dimostrato come l’idea del mondo che ognuno di noi si fa è soggettiva, e dipende dal punto da cui si osserva il mondo. Dunque, ogni storia ha tante versioni possibili quante sono le persone che vi prendono parte o semplicemente la osservano. All’inizio di Balthazar, Pursewarden, uno dei personaggi del Quartetto, sostiene, facendosi portavoce dell’autore, che la nostra visione della realtà dipende dalla posizione che assumiamo nello spazio e nel tempo, e non dalla nostra personalità o dalle nostre idee. Il mondo reale è dunque una nostra proiezione, un’interpretazione che facciamo a seconda di dove ci troviamo. Su questo principio Durrell ha costruito un’opera di oltre mille pagine in cui gli eventi continuamente si ripetono, ma vengono ogni volta raccontati in modo leggermente diverso: tutta la loro portata ci viene svelata a poco a poco, si scoprono contraddizioni, emergono particolari che a volte ribaltano il senso di un avvenimento che, a una prima lettura, avevamo dato per scontato. E così via.

 

Il miglior libro scientifico di sempre

Primo Levi, lo sapete, era chimico. Nel 1975 pubblicò una raccolta di racconti intitolata Il sistema periodico: sono ventuno storie, ciascuna delle quali porta per titolo il nome di un elemento della tavola di Mendeleev. Così, aprendo il volume, possiamo leggere Ferro, o Vanadio, o Nichel, o Titanio. In esse, Levi racconta, rielaborandoli narrativamente, pezzi della propria vita, e mette in scena gli anni della sua formazione, il lager, il ritorno a casa, la vita in fabbrica e così via. Ogni racconto è in qualche modo legato alle proprietà dell’elemento che gli dà il titolo. Riporto un passo dell’ultima storia, Carbonio, perché aiuta a capire come la chimica e l’autobiografia in questo libro bellissimo si fondano perfettamente:

Il lettore, a questo punto, si sarò accorto da un pezzo che questo non è un trattato di chimica […] Così avviene, dunque, che ogni elemento dica qualcosa a qualcuno (a ciascuno una cosa diversa), come le valli e le spiagge visitate in giovinezza: si deve forse fare un’eccezione per il carbonio, perché dice tutto a tutti, e cioè non è specifico […]. Eppure, proprio verso il carbonio ho un vecchio debito, contratto in giorni per me risolutivi. Al carbonio, elemento della vita, era rivolto il mio primo sogno letterario, insistentemente sognato in un’ora e in un luogo nei quali la mia vita non valeva molto: ecco, volevo raccontare la storia di un atomo di carbonio.

Ecco, questo è il principio su cui si fonda Il sistema periodico, uno dei punti più alti dell’arte narrativa di uno dei più grandi scrittori del Novecento: raccontare la propria vita associandola alle proprietà degli elementi chimici.

Ne parlo ora, alla fine, perché ho scoperto una cosa curiosa a proposito di questo libro: nel 2006, la Royal Institution of Great Britain, un’istituzione che si occupa di ricerca ed educazione scientifica, ha premiato Il sistema periodico come miglior libro di scienza mai scritto. La raccolta di Levi ha cioè battuto Il viaggio di un naturalista intorno al mondo di Darwin, o i lavori sul DNA di James Watson, o L’anello di Re Salomone di Konrad Lorenz – e tutto a dispetto di quanto Levi stesso scrive in Carbonio.

Un articolo del Guardian, in inglese, che parla della vittoria del sistema periodico: https://www.theguardian.com/science/2006/oct/21/uk.books

Insomma: il miglior libro scientifico mai scritto è una raccolta di racconti. Il punto è che Levi è riuscito in un miracolo: senza spiegare mai direttamente quali sono le proprietà degli elementi, egli le ha messe in scena, le ha fatte vivere, legandole alla propria storia e alla propria visione del mondo. Così, chi legge Oro non avrà un’informazione diretta su come si comporta l’oro: ma ne sentirà la storia, lo vedrà agire mentre legge di un uomo che viene catturato dai tedeschi e viene imprigionato. Chimica, letteratura e storia stanno insieme in un pugno di pagine. La cultura è definitivamente una.

 

Crediti immagini
Apertura: PXHere
Box: Primo Levi (Wikimedia Commons)

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