Il sapere umanistico contro il sapere scientifico. Stereotipo o dato di fatto?

Beatrice Collina

Nel saggio Le due culture e la rivoluzione scientifica del 1959, il fisico e scrittore inglese Charles P. Snow richiamava l’attenzione sulla frattura venutasi a creare tra umanisti e scienziati, sulle diffidenze e incomprensioni che li dividevano. In particolare, l’autore biasimava quei «letterati» che si autoproclamavano intellettuali ma che, arroccati nel loro sapere tradizionale ed erudito, si dimostravano incapaci di cogliere la portata delle scoperte scientifiche. Il testo di Snow ha colto uno dei leitmotiv del dibattito culturale dell’ultimo secolo in Europa e Nord America, ovvero la contrapposizione tra sapere umanistico e sapere scientifico. È però opportuno chiedersi se questa contrapposizione esista (e sia esistita) di fatto o se si tratti piuttosto di un luogo comune talmente radicato da essere comunemente accettato. Un’indagine sul secolare rapporto tra filosofia e scienza può fornire un decisivo contributo in questo senso.

 

Filosofia e scienza. Storia di una collaborazione proficua

È a partire dai secoli XV-XVI che inizia a delinearsi la figura dello scienziato moderno. Si tratta tuttavia di una figura lontana da quello stereotipo ereditato dalle interpretazioni positiviste dell’Ottocento, impegnate a difendere un’ideale di scienza “pura”, avulsa da qualsiasi altra componente culturale. In realtà, è oramai accertata l’inadeguatezza di tracciare un confine netto tra filosofo della natura e scienziato, tra ricerca filosofica e ricerca scientifica nell’Europa di quel periodo. La “rivoluzione” scientifica non è scaturita dal nulla, ma deve molto a un contesto di ricco fermento culturale che affonda le proprie radici nella riscoperta (critica) di autori dell’antichità come Democrito e Aristotele, tra i primi ad aver tentato di fornire una spiegazione ai fenomeni naturali. Laicizzazione del sapere, rinnovato interesse per la natura, studio dei classici: sono queste le basi che Umanesimo e Rinascimento hanno gettato rendendo possibile la nascita della scienza moderna. Le stesse biografie degli scienziati-filosofi dell’epoca restituiscono la poliedricità dei loro interessi, non sempre propriamente “scientifici” e per questo talvolta tralasciati dai loro studiosi successivi. Resta emblematica la vicenda di Isaac Newton (1642-1727), padre delle leggi sul moto e della teoria della gravitazione, ma al contempo appassionato di alchimia e arti magiche.

Il dibattito sul metodo della scienza e sul significato delle scoperte scientifiche raggiunge il suo apice nel Novecento grazie a filosofi del calibro di Karl Popper, Thomas Kuhn, Imre Lakatos. Proprio il Novecento, quasi a smentire la tesi di Snow, è un periodo decisamente propizio per la collaborazione tra filosofia e scienza, in particolare grazie agli studi nell’ambito della fisica quantistica che mettono in crisi i fondamenti della fisica tradizionale. In un contesto di riflessioni molto “strutturate”, sorprendono le posizioni di un eccentrico Paul K. Feyerabend (1924-1994), il cui merito è quello di aver messo in evidenza gli aspetti creativi della ricerca scientifica. Feyerabend conia l’espressione «anarchismo epistemologico» per indicare la tendenza dei grandi scienziati della storia a non seguire i metodi di ricerca prestabiliti, ma anzi a rompere drasticamente con le regole e l’autoritarismo del loro tempo, in molti casi difendendo teorie (apparentemente) contrarie all’evidenza dei fatti. A questo proposito, nel volume Contro il metodo (1975) Feyerabend analizza il “caso Galilei” e sostiene che lo scienziato si sarebbe servito non del principio di induzione, ma di «contro-induzione», stabilendo dapprima ipotesi “stravaganti” e forzando poi la realtà attraverso la fantasia per poterle dimostrare.

Uno degli esempi proposti da Feyerabend a sostegno della propria interpretazione del lavoro di Galilei riguarda il cosiddetto «argomento della torre», che era un punto di forza della teoria tolemaica: se la Terra ruotasse davvero, sostenevano i tolemaici, lanciando un sasso da una torre, il sasso non dovrebbe cadere perpendicolarmente al terreno, ma spostato più avanti o più indietro. Galilei non si lasciò scoraggiare dall’evidenza dei fatti, ma mise in discussione proprio la loro “realtà” e il nostro modo di percepirla sensorialmente. Per “spiegare l’inspiegabile”, Galilei introdusse così il principio di inerzia circolare, sostenendo che i sistemi in movimento come la Terra seguono un moto circolare con velocità angolare costante.

 

Una contrapposizione tutt’altro che neutra. Le ricadute politico-educative

Sebbene nei fatti il confine tra sapere umanistico e sapere scientifico si dimostri spesso labile, alcuni intellettuali non hanno esitato a fomentare, consapevolmente o meno, la contrapposizione tra i due ambiti. Nel primo decennio del Novecento, è celebre in Italia l’acceso dibattito tra i filosofi neoidealisti Benedetto Croce (1866-1952) e Giovanni Gentile (1875-1944) da un lato, e il matematico e filosofo della scienza Federigo Enriques (1871-1946) dall’altro. Quest’ultimo era impegnato nella promozione della cultura scientifica nel paese, da compiersi tuttavia integrando discipline come la filosofia e la storia della scienza all’interno degli stessi curriculum specialistici, posizione questa che lo isolò anche rispetto a una parte dei suoi colleghi scienziati. Ben diversa la prospettiva di Croce e Gentile i quali, con sfumature diverse, facevano coincidere la vera conoscenza con la conoscenza filosofica, in grado di cogliere, a differenza della scienza, ciò che è universale al di là dei casi particolari. Con l’avvento del fascismo e l’ascesa di Gentile a Ministro dell’Istruzione, le posizioni neohegeliane si concretizzarono in una precisa riforma scolastica che non solo privilegiava le materie umanistiche in quanto tali, ma ne faceva il discrimine tra la formazione delle élite e quella delle classi popolari.

Per un approfondimento in merito al dibattito e ai rapporti tra Gentile ed Enriques:
http://www.treccani.it/enciclopedia/la-polemica-di-gentile-con-federigo-enriques_%28Croce-e-Gentile%29/

Nel mondo contemporaneo, sembra che la situazione si stia rapidamente capovolgendo. A dedicare particolare attenzione alla progressiva erosione dei fondi dedicati alla cultura umanistica, e alle possibili conseguenze di queste politiche, è la filosofa statunitense Martha Nussbaum. Nel suo saggio Non per profitto (2009), Nussbaum evidenzia come in tempi di crisi economica sia facile giustificare il taglio dei finanziamenti ai saperi non immediatamente coinvolti nella logica del mercato. D’altro canto, l’introduzione nei percorsi di studio, anche a livello propedeutico, di discipline che come la filosofia allenano il ragionamento critico è per Nussbaum un elemento essenziale al fine di «educare cittadini» e garantire quindi la tenuta democratica di una società, senza che questo danneggi lo sviluppo economico. Il timore che nel prossimo futuro sarà sempre più il mercato a dettare l’agenda educativa è certamente fondato. Tuttavia, anche Nussbaum pare non abbandonare la dicotomia tra sapere umanistico e sapere scientifico, tralasciando così i rischi che la stessa ricerca scientifica corre, a scapito di una formazione sempre più orientata alla sfera meramente tecnica e applicativa.

I legami storici e attuali tra filosofia e scienza suggeriscono una realtà più complessa di quella descritta da Snow nel 1959. Certamente, ogni disciplina ha precisi metodi e contenuti che devono essere responsabilmente valutati dalle rispettive comunità ed è innegabile che nel mondo contemporaneo alcuni ambiti ottengano riscontri più immediati e “concreti” di altri. È tuttavia errato non solo negare l’esistenza di scambi costanti e fruttuosi tra ambito umanistico e scientifico, ma anche controproducente se si considerano i riflessi negativi che un’ideologica contrapposizione può generare a livello educativo e, quindi, sociale.

 

Crediti immagini
Apertura: PXHere
Box: Wikimedia Commons

 

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