Le due facce della medaglia

Ludovico Testa

 

Ciò che è opposizione si concilia
e dalle cose differenti nasce l’armonia più bella

e tutto si genera per via di contrasto
Eraclito

 

Un’occasione mancata

“Immaginate di vivere in un paese in cui l’egemonia culturale è dettata dallo spirito di un uomo che non eccelle solo nel proprio ambito, la matematica, ma è dotato anche di una visione generale, storica, critica, dei diversi saperi scientifici; e che ama ricollocarli, nel loro continuo intrecciarsi e progredire, entro una visione unitaria del sapere (…) Ora pensate invece a un paese in cui l’egemonia è dettata da una filosofia che considera la scienza, e persino la matematica, come una sorta di menomazione dell’intelletto, frutto di menti settoriali e limitate, soprattutto se confrontata con le vette altissime di un sapere le cui leggi universali sono attingibili a livello Metafisico da poche menti elette, le sole capaci di nutrirsi di arte, filosofia e letteratura, cioè degli ingredienti dell’unica cultura davvero degna di questo nome. E ora scegliete In quale di questi due paesi preferireste essere nati?

Certo, direte, nessuno dei due esiste allo stato puro. Somigliano più a dei modelli archetipici che a descrizioni di mondi reali. Però, se avete scelto il secondo, spero vi sia almeno chiaro che, nelle sue linee generali, è proprio quello in cui state vivendo”

Con queste parole nel 2011 Armando Massarenti ricordava dalle colonne del Sole 24 ore l’aspra polemica consumatosi un secolo addietro tra il matematico Federigo Enriques e i principali esponenti della scuola neoidealista: Giovanni Gentile e Benedetto Croce. Tema dello scontro era il rapporto tra scienza e filosofia, che Enriques immaginava fortemente organico e capace valorizzare il risvolto culturale della ricerca scientifica, mentre Croce e Gentile tendevano a sbilanciare con decisione in favore delle discipline umanistiche.

Se Enriques rivendicava dunque per la matematica “un posto d’onore tra gli insegnamenti che preparano alla filosofia”, Croce giudicava i frutti della ricerca scientifica alla stregua di un ricettario di cucina e appellava con acredine lo scienziato livornese come “un professore di matematica che si diletta di filosofia”. Il trionfo del neoidealismo e il pesante condizionamento culturale imposto dalla riforma scolastica elaborata da Gentile non giungeranno a ostacolare lo slancio della ricerca scientifica nell’Italia tra le due guerre, ma la voce di Enriques (sempre più isolata e infine messa brutalmente a tacere dalle leggi razziali del 1938) continua ancora oggi a risuonare come emblema di un’occasione mancata, che avrebbe potuto proiettare il nostro paese all’avanguardia nel processo di composizione del difficile rapporto tra cultura umanistica e cultura scientifica.

 

Storia di un divorzio

Come è facile intuire, il termine “cultura umanistica” trae origine da una precisa fase nella storia della civiltà occidentale, durante la quale si consumò l’uscita definitiva dall’età medievale e l’entrata nell’età moderna. L’Umanesimo significò il ritorno dell’attenzione sull’uomo o, meglio sull’umano, inteso quale dimensione naturale nella quale l’uomo si trova a interagire. Centralità dell’essere umano e indagine dei fenomeni naturali che lo circondano costituirono nel pensiero umanista due aspetti distinti ma armonicamente dialoganti, così come era avvenuto molti secoli addietro in quell’antichità classica di cui il Rinascimento andava riappropriandosi.

A ben vedere, però, anche nel Medioevo – nonostante i vincoli imposti dal dogma ecclesiastico – era stata raggiunta una certa unitarietà del sapere. Anche allora, grazie all’impulso impresso da un’altra “rinascita”, quella carolingia, era stata raggiunta un’armonica composizione tra le sette arti liberali, seppur separate in due gruppi distinti: il trivio (grammatica, retorica, dialettica) e il quadrivio (geometria, aritmetica, astronomia, musica). Ancora nel XVIII secolo tale complementarietà tra le due culture mostrava di reggere la sfida del tempo, come dimostra l’opera simbolo del periodo illuminista, l’Encyclopédie, frutto della collaborazione tra un filosofo e un matematico francesi.

Quand’è allora che si giunse alla rottura di tale equilibrio? Quand’è che il dialogo si interruppe e la sintonia si tramutò in incomprensione, spingendo i due mondi ad allontanarsi, fino a diventare reciprocamente estranei e non di rado ostili l’uno all’altro?

L’origine della frattura può essere individuata nel passaggio tra il XVIII e il XIX secolo e in particolare nella sovrapposizione dell’idealismo romantico al razionalismo illuminista. L’oggettiva analisi della realtà proposta dalla ricerca scientifica iniziò ad essere giudicata con insofferenza crescente da parte di un movimento culturale che innalzava il sentimento a strumento per la comprensione filosofica del mondo, spostando il processo metodologico della ricerca dall’oggettivo al soggettivo e riducendo il valore la cultura scientifica più a strumento di calcolo che di conoscenza.

Forse non è un caso che tale antagonismo sia maturato nel secolo in cui i progressi della scienza e della tecnica compivano un poderoso e rivoluzionario balzo in avanti, trasformando durevolmente la vita quotidiana di milioni di individui e lanciando l’uomo verso l’età contemporanea. Se così fosse, non sarebbe allora azzardato interpretare la contrapposizione che si andò maturando tra cultura umanistica e cultura scientifica come reazione della prima alla minaccia costituita dalla rapida crescita del peso specifico della seconda. Sta di fatto che al volgere del nuovo secolo tale frattura aveva raggiunto nel mondo occidentale un preoccupante livello di profondità. L’oramai consolidatasi incomunicabilità tra le due culture trovava conferma in dibattiti sempre più caratterizzati da un radicalismo fondamentalista, che sbarrava la strada a qualsiasi ipotesi di ritorno all’antica dialettica.

 

E adesso?

«Trent’anni fa le due culture non si rivolgevano la parola, ma almeno si sorridevano freddamente» scriveva il chimico e letterato inglese Charles P. Snow nel suo fortunato saggio Le due culture (1963) «Ora la cortesia è venuta meno, e si fanno le boccacce»

Nell’analizzare la frattura tra scienziati e umanisti, Snow individuava la radice del male nei reciproci pregiudizi e nell’ostinata sottovalutazione del contributo apportato da ciascuna cultura allo sviluppo della umanità. Di fronte alla realtà di due mondi apparentemente inconciliabili Snow caldeggiava la ricerca di una “terza via”, di una “terza cultura” capace di ricongiungere in uno stesso ambiente i due principali tronconi del sapere, auspicando il recupero di una dialettica costruttiva caratterizzata dal reciproco rispetto. Primo passo in tale direzione avrebbe dovuto essere il profondo ripensamento del sistema educativo all’insegna di una visione complessiva del sapere.

A distanza di mezzo secolo, la riflessione di Snow rimane di indubbia attualità, ma non si può negare che importanti progressi siano stati fatti sul piano della consapevolezza circa la necessità di costruire solidi ponti tra le due culture. Le frontiere tra i due mondi sono diventate più permeabili; la scienza è diventata più comprensibile anche ai non addetti ai lavori, mentre la metodologia scientifica è stata recepita in molte branche della cultura umanistica. La consapevolezza circa la fecondità di quell’intreccio interdisciplinare caldeggiato da Federigo Enriques sembra oramai acquisita. L’auspicio per il futuro è che il lungo periodo di separazione tra le due culture possa giungere finalmente al termine ed essere giudicato alla stregua di quello che il filosofo Massimo Cacciari ha definito come “un anacronistico equivoco intellettuale”.

 

Crediti immagini
Apertura: Andrea Bonaiuti, Arti liberali, Cappellone degli Spagnoli, Firenze (Wikimedia Commons)
Box: Federigo Enriques (Wikimedia Commons)

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