Dall’integrazione alla segregazione all’integrazione. Il circolo della follia

Ludovico Testa

“Navi dei folli” e “Pazzi di Dio”

I corsi d’acqua sono stati da sempre utilizzati dall’uomo come importanti vie di comunicazione per lo spostamento di merci e persone. Verso la fine dell’età medievale, lungo i grandi fiumi e i canali che attraversano l’Europa settentrionale, poteva capitare di incrociare imbarcazioni del tutto particolari, tanto per l’equipaggio che vi si trovava a bordo quanto per la meta di destinazione. Sospese tra realtà e romanzo, le navi dei folli sono state oggetto di raffigurazioni artistiche e opere letterarie ma hanno anche avuto un’esistenza reale. Secondo quanto riportato da Michel Foucault – autore della celebre opera Storia della follia nell’età classica – si trattava di un’usanza diffusa soprattutto in Germania durante il Basso medio evo e consistente nel caricare su battelli gli alienati mentali trovati a vagabondare per le vie cittadine, consegnando il loro destino alla corrente del fiume.

All’opera di Michel Focault è dedicato il “come te lo spiego” di scienze umane scritto da Claudio Fiocchi: http://aulalettere.scuola.zanichelli.it/come-te-lo-spiego/2017/12/22/la-follia-secondo-foucault/ 

Rappresentata su tela da maestri quali J. Bosch e descritta in libretti satirici divenuti assai popolari in Europa a cavallo tra il XV e XVI secolo (primo fra tutti quello di S. Brandt, con illustrazioni di A. Dürer), la nave dei folli assurge a rappresentazione simbolica di uno spartiacque fondamentale intervenuto nell’approccio alla follia e nel mutamento della percezione del matto all’interno del corpo sociale.

Fino ad allora il folle aveva potuto fare affidamento su un notevole grado di integrazione e finanche di rispetto. La prerogativa oracolare spesso attribuita ai pazzi nell’antichità – in quanto considerati strumenti attraverso i quali si manifestava la voce della divinità – non era del tutto scomparsa con l’inizio dell’era cristiana. I matti nell’Europa medievale potevano indirettamente beneficiare della considerazione che Paolo di Tarso aveva riservato ai cosiddetti pazzi di Dio. Noi siamo gli Stolti per la causa di Cristo – si legge nella Prima lettera i Corinzi –; soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo schiaffeggiati, andiamo vagando di luogo in luogo, (…) siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti, fino a oggi(Prima lettera ai Corinzi, 4,10-13.)

Nell’incoraggiare l’anomalia del comportamento nel nome di “un amore folle per il Crocifisso, il Disprezzato, l’Alienato fino alla morte” (Enzo Bianchi), le parole di San Paolo diedero impulso alla proliferazione di monaci asceti vestiti di stracci, refrattari alle regole della convivenza e del pudore, che si aggiravano per città e campagne pronti a scagliarsi con scomposta veemenza contro chiunque, senza distinzione di rango e di ceto. Il loro esempio mirava, attraverso il paradosso, a innalzare la supremazia della fede evangelica sull’arrogante razionalità della sapienza umana, così come sul rigido formalismo delle gerarchie ecclesiastiche. Diffusissimi e venerati tra i cristiani ortodossi (il folle, secondo la letteratura agiografica bizantina è colui che riesce a trovare un senso nel caos del mondo) i “folli in Cristo” esercitarono una certa influenza anche a Occidente: lo stesso Francesco d’Assisi definiva se stesso quale pazzus in Christo, simplex et idiota.

Sui “Pazzi di Dio” leggi questo brano:

http://freaknet.org/asbesto/roba/pazziincristo/pazzi_in_cristo.htm

 

La rivincita della ragione

Se la Chiesa ortodossa ha visto dunque la proliferazione di tale ascetiche manifestazioni di follia, la Chiesa romana, maggiormente coinvolta nelle vicende terrene e minuziosamente regolata dal diritto canonico, ha mostrato in tal senso minore apertura e disponibilità, giungendo a stigmatizzare le manifestazioni estreme della pazzia e a incoraggiarne la punizione. Nell’Occidente medievale il matto viveva comunque integrato nel contesto sociale quale stereotipo vivente della insensatezza della condizione umana, avvolto del manto enigmatico di chi pare avere accesso a verità superiori e misteriose.

Con lo scorrere del tempo, tuttavia, da emblema della contrapposizione tra il bene e il male in equilibrio sul mondo, la follia venne sempre più di frequente associata alla manifestazione del maligno. Nel XV secolo restavano ben poche tracce della suggestione esercitata dal folle sull’uomo medievale, il matto era oramai comunemente bollato come “indemoniato”, posseduto da spiriti maligni, responsabile di disgrazie e calamità naturali e per tale motivo oggetto di una serie di misure che spaziavano dall’esorcismo al rogo.

Alla fine del secolo successivo, le navi dei folli che solcavano i fiumi della Renania e le correnti dell’immaginario collettivo annunciarono il passaggio definitivo dall’integrazione all’isolamento dei soggetti affetti da disturbi mentali. Sotto l’impulso del pensiero di Cartesio il XVII secolo si concentrò nel separare la ragione dalla non-ragione, a distinguere il pensiero sensato dal pensiero insensato, a celebrare l’etica del lavoro e i principi della moralità sui quali, tra Riforma e Controriforma, andava formandosi la società borghese. Tale netta separazione non avvenne tuttavia all’insegna del riconoscimento della follia come patologia da comprendere e curare. Essa offrì, al contrario, la giustificazione teorica per inquadrare definitivamente l’alienazione mentale come devianza da correggere attraverso la punizione.

 

Peggio delle bestie feroci

Stigmatizzati per la loro stravagante inoperosità, i matti vennero equiparati a una fitta schiera di personaggi ritenuti dannosi alla società (mendicanti, libertini, atei, omosessuali, criminali, bestemmiatori, sifilitici) e con essi internati negli stessi luoghi di segregazione costruiti per i lebbrosi, divenuti ora disponibili a seguito della progressiva scomparsa della lebbra in Europa. La vittoriosa offensiva condotta dalla ragione cartesiana si tradusse bruscamente in una messa al bando della follia: “quasi da un giorno all’altro (in meno di cinquant’anni in tutta l’Europa) le [venne] attribuito un territorio limitato dove ognuno può riconoscerla e denunciarla – lei ch’era stata vista errare a tutti i confini, abitare furtivamente i luoghi più familiari -; a partire da quell’istante, e in ciascun personaggio in cui essa s’incarna, sarà possibile esorcizzarla con un solo tratto per mezzo di misure d’ordine e di precauzioni poliziesche” (M. Foucault, Storia della follia nell’Età classica, BUR, Milano, 2008, p. 62)

Le cose cominciarono a cambiare verso seconda metà del Settecento, quando in molti paesi europei le prigioni furono sostituite con strutture più adatte all’accoglienza di coloro che vennero finalmente considerati affetti da patologie mentali. Il principio della segregazione rimarrà in vigore ancora per lungo tempo ma l’approccio punitivo iniziò a cedere il passo a quello terapeutico. La follia divenne oggetto di studi e ricerche, presero forma le prime classificazioni (demenza, frenesia, malinconia) per dare un nome alle sue varie manifestazioni.

Ciò non comportò tuttavia sensibili miglioramenti per quel che riguarda il trattamento disumano inflitto ai soggetti affetti da disturbi mentali. Durante il XIX secolo in tutta Europa era usanza offrire nei giorni di festa lo spettacolo dei pazzi furiosi alla curiosità popolare, spesso dietro pagamento di un biglietto di entrata come avviene nei giardini zoologici. A seguito di un’ispezione nei manicomi francesi, lo psichiatra Jean-Étienne Dominique Esquirol così descriveva le condizioni di coloro che vi erano rinchiusi: “Io li ho visti nudi, coperti di stracci, senz’altro che un po’ di paglia per proteggersi dalla fredda umidità del selciato sul quale sono distesi. Li ho visti grossolanamente nutriti, privati d’aria per respirare, d’acqua per spegnere la loro sete, e delle cose più necessarie alla vita. Li ho visti in balia di veri carcerieri, abbandonati alla loro brutale sorveglianza. Li ho visti in stambugi stretti, sporchi, infetti, senz’aria, senza luce, rinchiusi in antri dove si temerebbe di rinchiudere le bestie feroci…” (Ibid. p. 31).

Sara necessario attendere il XX secolo per vedere riconosciuta al malato di mente la dignità di persona, per constatare il beneficio offerto da trattamenti terapeutici adeguati, per assistere all’apertura definitiva dei manicomi. Una volta abbattute quelle mura, la follia potrà finalmente riprendere il suo posto nella società, come parte integrante ed essenziale del mondo in cui viviamo.

Crediti immagini
Apertura:
 Frontespizio di un’edizione del 1549 de La nave dei folli (Wikimedia Commons)
Box:
Hieronymus Bosch, Nave dei folli, 1494 (Wikimedia Commons)

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