Danneggiare la mente dell’uomo: una prerogativa divina

Andrea Ercolani

Normalità e patologia

Con “pazzia” si intende, nel linguaggio usuale, “qualsiasi forma di alterazione, persistente o temporanea, delle facoltà mentali” (così recita, a titolo d’esempio, il vocabolario Treccani: http://www.treccani.it/vocabolario/pazzia/). Il termine ˝follia˝ ne è considerato sinonimo a pieno titolo, semanticamente sovrapponibile e perfettamente intercambiabile.

Questo stato di ˝alterazione delle facoltà mentali˝ nelle società odierne è percepito come patologico: la pazzia è considerata una malattia a tutti gli effetti, almeno a partire dal XVI sec., quando i malati di mente vengono reclusi in appositi ospedali (assieme ai criminali, agli eretici e ad altra varia umanità commiseranda).

Non era così nella cultura greca arcaica.

Istruttivo il volume, oramai un classico, di Michel Foucault, Storia della follia nell’età classica, Milano 1963

 

Manìa, ovvero la possessione irrazionale

Il termine greco μανία, manìa, quello che più si avvicina alla moderna nozione (per quanto vaga) di ˝follia˝ o ˝pazzia˝, non è legato alla sfera del patologico (anche se a volte contraddistingue comportamenti che noi definiremmo ‘psicotici’ o ‘nevrotici’).

La formulazione μανίη νοῦσος (una ˝malattia consistente in pazza˝ o forse meglio una ˝pazzia malata˝) di Erodoto (6. 75. 1), unica, per quel che mi risulta, è emblematica: per evidenziare il carattere di malattia della manìa lo storico vi affianca il termine νοῦσος, quasi una chiosa, a conferma implicita che il termine, da solo, non bastava a veicolare tale nozione.

Il campo semantico che manìa evoca è piuttosto legato all’irrazionale, a ciò che contrasta con la logica, con il comportamento usuale. Si capisce dunque bene perché indichi anche la possessione o l’ispirazione divina, nonché la travolgente passione amorosa. Non pare del resto un caso che il termine, esprimente una nozione astratta, cominci a trovare impiego nel V sec. a.C., in un contesto culturale fortemente marcato da un’intensa riflessione filosofica e scientifica.

Una discreta sintesi, con buona campionatura di materiale, al seguente link: http://www.sgai.it/imgs/files/11%20Novara.pdf.

Una lettura che, se anche non tratta specificamente della pazzia, aiuta a comprenderne molti aspetti e illustra bene la complessità dell’ “irrazionale” nella cultura greca è lo splendido libro di Eric R. Dodds, I Greci e l’irrazionale, Firenze 1978 (ora anche Milano 2008; ed. or. Berkeley 1951, reperibile qui: https://archive.org/details/E.R.DoddsTheGreeksAndTheIrrational).

 

L’uomo vittima della ˝pazzia˝

Nei poemi omerici la “pazzia” (per cui non esiste un termine specifico) è un’alterazione delle normali capacità di ragionamento, discernimento, comportamento: è un raptus che può sorprendere l’individuo, qualcosa di esterno che lo travolge e che può investire chiunque.

Quando questo stravolgimento della ragione capita, ci si stupisce, ma solo un poco. Probabilmente perché questo stato di alterazione è assai spesso indotto da un dio. Il che, sia detto di passaggio, vale sia come spiegazione dell’anomalia sia come giustificazione del comportamento che ne segue.

Un primo esempio di pazzia indotta dagli dèi è rappresentato dall’episodio di Glauco e Diomede nel canto VI dell’Iliade (vv. 119-236). Diomede, uno dei più acerrimi combattenti di parte achea, incontra sul campo di battaglia Glauco. Dopo aver avviato conversazione, dichiarata la propria genealogia, i due si scoprono legati da vincoli di ospitalità e conseguentemente si impegnano a non combattersi: anzi, volendo sancire e dichiarare il loro legame, decidono di scambiarsi le armi. E qui entra in gioco la pazzia.

 

Avendo parlato così, saltati giù dai cavalli,
strinsero l’uno la mano dell’altro e si giurarono fede:
ma tolse allora il senno Zeus Cronide a Glauco,
che con Diomede Tidide scambiava le armi d’oro per quelle di bronzo,             235
quelle del prezzo di cento buoi per quelle da nove.
(Iliade 6. 232-236; trad. di G. Cerri)

 

Non senza ironia, la voce narrante commenta l’insulsaggine di Glauco, che scambia armi d’oro con armi di bronzo, andando incontro a remissione certa (la conversione del valore del metallo in buoi è indicativa della sperequazione nello scambio). Vale la pena soffermarsi brevemente sul testo greco del v. 234, che recita φρένας ἐξέλετο Ζεύς, ˝Zeus gli tolse le phrenes˝: nella concezione omerica le phrenes sono un organo fisico (di identificazione controversa, ma comunque nel petto) preposto al pensiero razionale. Nella terminologia medica odierna alcune patologie psichiche, schizofrenia in primis, continuano a chiamarle in causa.

 

L’accecamento della ragione

Nei poemi omerici (ma non solo) comportamenti irrazionali che corrispondono alla definizione di ˝pazzia˝ o ˝follia˝ sono spesso determinati da ἄτη, una sorta di ˝accecamento˝ della ragione dalle conseguenze rovinose per chi ne è vittima: ἄτη è causa di rovina, e di qui, per metonimia, rovina essa stessa.

Si tratta chiaramente di una potenza sovrumana, addirittura personificata in figura divina nell’Iliade, dove è presentata in tutta la sua potenza:

La figlia maggiore di Zeus è Ate che tutti acceca,
maledetta; ha i piedi leggeri: non poggia al suolo,
ma invece cammina sopra le teste degli uomini,
danneggiandoli; su due, uno lo prende
(Iliade 19. 91-94; trad. G. Cerri)

 

Figlia di Zeus, e quindi emanazione del suo potere, Ate ˝acceca tutti˝ (con gioco etimologico: Ἄτη … ἀᾶται) con grande facilità (“ha i piedi leggeri”, si dichiara, a sottolineare la sua mobilità), portando gli uomini alla rovina: addirittura uno su due.

L’accecamento della ragione genera mostri: parafrasare Francisco Goya (“El sueño de la razón produce monstruos”) torna quasi obbligato.

Francisco Goya, Il sonno della ragione genera mostri (disegno preparatorio), 1797 (Wikimedia Commons)

 

Crediti immagini
Apertura: Diomede e Glauco (Wikimedia Commons)

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