Qualche matto che si è messo a scrivere

Andrea Tarabbia

Con ogni probabilità, Giacomo Leopardi non era un folle, ma sicuramente era un licantropo. Tutta questa sua fascinazione per la luna, continuamente evocata e invocata nei Canti, è, secondo lo scrittore italiano Michele Mari, più di una prova: Mari lo dice, o meglio, lo lascia intendere, in un piccolo romanzo scritto in forma di diario nel 1990 e il cui titolo, Io venìa pien d’angoscia a rimirarti, ruba un verso alla poesia Alla luna; qui, Giacomo è ritratto mentre, nell’anno 1813, appena quindicenne, studia sulle «sudate carte» e lavora al Saggio sopra gli errori popolari degli antichi: a scrivere il diario è il fratello minore, Orazio Carlo, affascinato e insieme spaventato da quel fratello così dotto, talentuoso eppure cupo, indecifrabile. Nasconde forse un segreto, Giacomo? C’è, in quella sua vocazione di poeta e uomo di lettere, qualcosa di più del semplice intellettualismo? C’è forse una bestialità, l’idea di lottare con le proprie paure e ossessioni e, magari, anche qualcosa di inconfessabile che si fa corpo nei versi, ma anche in un mutamento animale di forme? Io venìa pien d’angoscia a rimirarti è un piccolo libro straordinario, scritto in una lingua leopardiana e che, finalmente, leva Giacomo dalle pastoie delle interpretazioni e degli incasellamenti, dal religioso distacco con cui ormai lo si legge e lo fa uomo. Di più: lo fa un ossesso, un umanissimo involto di passioni rappresentate, verso la fine, dal sospetto della licantropia (che, ancora in epoca rinascimentale, era considerata una delle forme della malinconia, o di quella che oggi definiremmo depressione).

Del resto, è stato proprio Mari, in una raccolta di saggi chiamata I demoni e la pasta sfoglia (oggi il Saggiatore, 2016), a teorizzare che «molti dei nostri scrittori prediletti sono degli ossessi. […] Scrittori al servizio della propria nevrosi, pronti ad assecondarla e a celebrarla». E ancora: «è proprio scrivendo che essi finiscono di consegnarsi inermi agli artigli dei demoni che li signoreggiano, finché, posseduti, essi diventano quegli stessi demoni». E I demoni e la pasta sfoglia, che presenta ritratti di questi ossessi, da Tasso a Melville, da Gadda a Flaubert, da Stevenson a Stoker, l’autore di Dracula, è appunto diviso in sezioni i cui titoli sono piuttosto eloquenti: Ossessioni, Feticismi, Furori misantropici, Sadismo e voyeurismo ecc. Scrivere è dunque una malattia, o per lo meno è la messa su pagina delle proprie storture: tecnicamente, ogni vero scrittore contiene un pizzico di follia, una deviazione che è l’impasto su cui lavora per scrivere.

Assecondando quest’idea, fare un pezzo su letteratura e follia potrebbe essere semplicissimo: basterebbe pescare a caso nei secoli e si trova qualche ossesso. È anche complicatissimo, però, perché impone di fare un’enorme selezione, e dunque di restringere i criteri di scelta. Vediamo.

Una recensione a “I demoni e la pasta sfoglia”: http://www.ilsaggiatore.com/wp-content/uploads/2017/07/2017_07-indice-mari.pdf

 

L’autoanalisi del Tasso

Non sono chiarissimi i motivi “ufficiali” per cui Torquato Tasso fu rinchiuso, tra il 1579 e il 1586, nel manicomio di Ferrara: sicuramente l’odio che nutriva per lui Alfonso II d’Este giocò un ruolo decisivo. E però si sa che il poeta soffriva di smemoratezza e che aveva un umore piuttosto instabile, figlio di allucinazioni che lo portavano a vedere larve, fantasmi, diavoli, folletti che lo inseguivano. La stanza LXXVII del dodicesimo Canto della Gerusalemme liberata sembra quasi, se letta con la consapevolezza dello stato precario di salute del Tasso, una pagina di autoanalisi:

Vivrò fra i miei tormenti, e fra le cure
Mie giuste furie, forsennato errante.
Paventerò l’ombre solinghe e scure
Che ’l primo error mi recheranno innante;
E del Sol, che scoprì le mie sventure,
A schivo ed in orrore avrò il sembiante.
Temerò me medesmo, e da me stesso
Sempre fuggendo, avrò me sempre appresso.

 

Dopo la pubblicazione della Gerusalemme, avvenuta nel 1580 senza l’approvazione dell’autore, Tasso divenne uno degli scrittori più noti e celebrati del mondo cristiano e, con lui, divenne celebre anche la sua follia, tanto che pare che a Londra, con Tasso ancora vivo, andasse in scena un dramma intitolato Tasso’s Melancholy. Molte biografie furono scritte, tra Seicento e Ottocento, per raccontare la vita di quest’uomo solo e geniale. Due su tutte: una Vita di Torquato Tasso, scritta nel 1621 da tale Giambattista Manso, divenne un autentico bestseller in Europa; Goethe completò, nel 1790, il dramma teatrale Torquato Tasso, in cui si mette in scena il doppio tormento del poeta: quello con il suo tempo (l’esilio da Ferrara, il suo amore, forse non corrisposto, per Eleonora d’Este, l’ostilità di Alfonso II) e quello con se stesso e le sue turbe. Il poeta, nel dramma goethiano, alla fine impazzisce del tutto e viene internato: ma ha scritto uno dei più grandi libri di ogni tempo. Che cosa affascinava tanto, della vicenda del Tasso, gli scrittori del tardo Settecento e dell’Ottocento? Sicuramente che, in qualche modo, essa rispecchiava e anticipava alcuni grandi temi romantici: racchiudeva genio e follia, ossessione e talento smisurato. Per Goethe, e per i romantici che lo seguirono, la vita e le tribolazioni di Tasso erano un paradigma della creazione.

 

Un matto fiorentino

Ma anche il Novecento ha avuto i suoi matti. Ce n’è uno, grandissimo, che viene da Marradi, in Toscana: si chiama Dino Campana, fu un uomo irrequieto e instabile, capace di grandi accensioni e di altrettanto grandi rancori, e che finì i suoi giorni nella follia dopo aver sfidato gente a duello, aver avuto comportamenti borderline e aver visitato parecchi psichiatri fiorentini. A partire dal 1905 entrò e uscì da vari manicomi da cui spesso fuggiva per venire ripescato dalla polizia.

Scrisse uno dei più bei libri di poesia italiana del secolo, i Canti orfici (prima edizione 1914, seconda 1928), che è un’opera difficile da catalogare: contiene versi, prose liriche, brani di diario, e poi visioni, sogni, deliri ma anche mancamenti, invettive. La vicenda di Campana, uomo perennemente in fuga e perennemente contro il mondo, ha ispirato nel 1984 a Sebastiano Vassalli, grande scrittore recentemente scomparso, un bellissimo romanzo-biografia: La notte della cometa.

Su “La notte della cometa” di Sebastiano Vassalli: http://www.italialibri.net/opere/nottedellacometa.html

Ma forse è meglio che sia Campana a parlare direttamente. Ecco L’invetriata:

La sera fumosa d’estate
Dall’alta invetriata mesce chiarori nell’ombra
E mi lascia nel cuore un suggello ardente.
Ma chi ha (sul terrazzo sul fiume si accende una lampada) chi ha
A la Madonnina del Ponte chi è chi è che ha acceso la lampada? – c’è
Nella stanza un odor di putredine: c’è
Nella stanza una piaga rossa languente.
Le stelle sono bottoni di madreperla e la sera si veste di velluto:
E tremola la sera fatua: è fatua la sera e tremola ma c’è
Nel cuore della sera c’è,
Sempre una piaga rossa languente.

 

L’altra via

Vi sarete accorti che, al di là del “caso Leopardi”, che è una finzione di Michele Mari, ho evitato di parlare di quando la follia sta dentro i libri: vale a dire che questo pezzo contiene qualche spunto e qualche storia sugli scrittori folli – partendo dall’assunto, contenuto nei Demoni e la pasta sfoglia, che in ogni grandi scrittore ci sia, se non una vera e propria forma di pazzia, almeno un’ossessione. Non ho così parlato del matto per eccellenza della letteratura universale, don Chisciotte; non ho parlato del Raskol’nikov di Delitto e castigo, o di tutta quella genia di folli che popola molti romanzi ottocenteschi. L’ho fatto di proposito, volevo dare un altro taglio all’articolo: però chiudo con tre suggerimenti, che sono una breve esplorazione di questo tema, e che costituiscono un percorso utile dentro quelle opere di narrativa che hanno messo in scena folli e ossessi.

 

Crediti immagini
Apertura: Eugène Delacroix, Tasso all’ospedale di Sant’Anna, 1839 (Wikimedia Commons)
Box: Dino Campana (Wikimedia Commons)

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