Per fare letteratura bisogna essere giovani

Andrea Tarabbia

Facciamo un gioco. Prendete alcuni capolavori della letteratura, italiana e non, e segnatevi le date in cui sono stati scritti; poi cercate la data di nascita dei loro autori: quasi mai è successo che questi capolavori siano stati scritti da persone più vecchie di 65 anni. Ci sono, naturalmente, delle eccezioni: se si considera Cecità (1995) come il capolavoro del premio Nobel portoghese José Saramago (ma forse non lo è: è solo il suo romanzo più famoso), ebbene, è stato scritto a 73 anni; ne aveva 72 Elias Canetti quando compose il primo dei tre monumenti al Novecento e a se stesso, La lingua salvata (1977), primo libro della sua autobiografia, che comprende anche i volumi Il frutto del fuoco (1980) e Il gioco degli occhi (1985): ma si tratta di un’opera autobiografica, non di un’opera di invenzione.

Invece: Dante, che era nato nel 1265, cominciò a scrivere la Commedia intorno ai 35 anni; Joyce cominciò a scrivere l’Ulisse nel 1914, in piena Prima guerra mondiale, quando aveva 32 anni; Kafka morì a 41 anni, dopo aver scritto La metamorfosi e Il processo tra i 31 e i 32 anni (ma Il processo sarà pubblicato solo l’anno dopo la sua morte, nel 1925); la maggior parte dei capolavori di Ugo Foscolo fu composta a cavallo dell’anno 1800: le Ultime lettere di Jacopo Ortis sono del 1802-3 e, negli stessi anni, Foscolo componeva alcuni dei suoi sonetti maggiori: ebbene, era nato nel 1778, dunque all’epoca non aveva ancora compiuto 25 anni; Leopardi morì a 39 anni: i primi Canti sono del 1817, quando lui era appena diciannovenne. E così via. L’elenco potrebbe essere pressoché infinito e, non essendo basato su dati scientifici, è più che altro una suggestione, corroborata però da alcune celebri dichiarazioni: per esempio, il premio Nobel colombiano Gabriel García Márquez, autore di Cent’anni di solitudine (1967), pochi anni prima di morire, nel 2014, dichiarò pubblicamente che avrebbe smesso di scrivere perché si sentiva vecchio, e perché avrebbe potuto ancora fare uno o due romanzi, ma solo grazie al “mestiere”, alla capacità tecnica, non più alla passione.

Lo scrittore spagnolo Javier Cercas intervistato a proposito della rinuncia alla scrittura da parte di García Márquez: http://www.repubblica.it/cultura/2014/04/19/news/javier_cercas_quando_gabriel_garca_mrquez_disse_ecco_perch_non_scrivo_pi-83994372/

Pochi anni dopo Márquez, anche il padre delle lettere americane degli ultimi trent’anni, Philip Roth, oggi 85enne, fece una dichiarazione del tutto simile: smise di scrivere perché, disse, «ho letto i miei libri e ho capito che ormai le idee buone le avevo esaurite».

Un’intervista a Roth sulla fatica e la frustrazione della scrittura e sulla decisione di ritirarsi: https://ilmiolibro.kataweb.it/articolo/scrivere/421/philip-roth-perche-finita-la-mia-lotta-con-la-scrittura/

Insomma: la scrittura non sembra una cosa per vecchi. Esistono scrittori la cui parabola artistica si è consumata dentro una giovinezza incendiaria, autori adolescenti di capolavori senza tempo che hanno lasciato al mondo soltanto una, due opere, per poi morire o fare qualcosa che non ha più nulla a che vedere con la letteratura, come se gli anni della giovinezza avessero esaurito il loro talento. Uno di questi, forse il più famoso, è francese.

 

Contrabbandiere e lirico

Arthur Rimbaud, con Baudelaire e Mallarmé il più grande poeta francese del XIX secolo e uno degli autori più influenti degli ultimi due secoli, è finito a fare il contrabbandiere. Era nato nel 1854 nelle Ardenne, sarebbe morto nel 1891, a soli 37 anni, a Marsiglia, dove era stato trasportato dall’Etiopia per curare una cancrena alla gamba: dalla metà degli anni Settanta, con alcune interruzioni, viveva fuori dalla Francia, dove era stato travolto da uno scandalo omosessuale e dalla quale, spirito irrequieto, era fuggito vagabondando per l’Europa e il Mediterraneo, seguendo circhi, facendo mestieri umili, lavorando in cave di pietra. Arrivò in Etiopia intorno al 1880 e, lì, la sua vita si fa oscura, meno tracciabile: si sa però, appunto, che fece anche il contrabbandiere d’armi. Ma soprattutto, da quando aveva lasciato la Francia, intorno al 1874, dunque a 20 anni, Rimbaud aveva smesso di scrivere. Non solo: rinnegava le opere che aveva composto tra i 15 e i 20 anni. Queste opere sono un pugno di formidabili poesie visionarie, scritte in versi sciolti, un libro capitale come Una stagione all’inferno (1873) e una raccolta di poemetti, non approvata dall’autore e assemblata recuperando le sue vecchie carte, chiamata Illuminazioni (1886). Scritto in soli quattro mesi, Una stagione all’inferno è un piccolo libro che contiene una manciata di prose liriche, brevi brani densissimi di immagini, metafore, sogni, visioni: è il libro di un nevrotico baciato dal genio, una discesa negli abissi di una personalità tormentata, irrequieta, perennemente in crisi e in conflitto con il mondo. Sono temi, se si vuole, “giovani”, ma la lingua in cui sono sviluppati è uno dei vertici della lingua francese.

 

 

Il diavolo ha diciott’anni

C’è un’altra opera fondativa che viene dalla Francia e che è stata scritta da un ragazzo: aveva diciott’anni Raymond Radiguet quando, nel 1921, pubblicò Il diavolo in corpo, storia di un amore tra un quindicenne, l’anonimo narratore, e la diciottenne Marthe, fidanzata e poi sposa di un soldato di stanza al fronte durante la Prima guerra mondiale. Scritto quando Radiguet aveva tra i 16 e i 18 anni ed era un lettore, tra gli altri, di Rimbaud, Il diavolo in corpo è un romanzo inquieto, che narra del passaggio all’età adulta. Con la furia dell’adolescenza, i suoi personaggi rifiutano le responsabilità dei “grandi”: così, quando Marthe rimane incinta del narratore, con il quale la tresca è proseguita dopo il matrimonio, il protagonista si sente oppresso dal peso della paternità e non vuole affrontare lo scandalo che la nascita del figlio provocherà nella società francese del tempo. Erotico, precoce, vitalista, Il diavolo in corpo contiene uno degli incipit più famosi della letteratura francese del Novecento – un concentrato, si può dire, del modo di pensare dell’autore e della sua generazione:

Sì, mi aspettano dei rimproveri. Che cosa ci posso fare? È colpa mia se compivo dodici anni qualche mese prima della dichiarazione di guerra? Forse le emozioni di quel periodo straordinario furono di un genere che non si prova mai a questa età; ma dal momento che non c’è niente di così formidabile che riesca ad invecchiarci, malgrado le apparenze, era fatale che io agissi da bambino in un’avventura che avrebbe messo in imbarazzo persino un uomo fatto. Non sono il solo. Anche i miei coetanei ricorderanno questo periodo in modo diverso da chi è nato prima. E chi mi vuol male immagini pure ciò che fu la guerra per tanti ragazzi allora giovanissimi: quattro anni di grandi vacanze.

Radiguet, morto a soli 20 anni nel 1923, è autore di altre opere, meno vitali e importanti del Diavolo; fondò con lo scrittore e amico Jean Cocteau la rivista letteraria Le Coq e fu, per una breve stagione interrotta dalla morte prematura, uno dei protagonisti della bohéme parigina del primo dopoguerra.

 

Due marinai, due atti fondativi

Dall’altra parte del mondo. È l’anno 1844, un ragazzo di 25 anni torna a Boston dopo aver viaggiato per un anno negli oceani sulla fregata United States. Non è la prima volta che Herman Melville si imbarca: già nel 1839, a soli 18 anni, ha attraversato l’Atlantico come mozzo, e nel 1841 ha compiuto un viaggio di un anno e mezzo a bordo di una nave baleniera nel Pacifico. Questa volta, però, il ritorno a casa è diverso, perché ha l’idea di rimanervi, di non salpare più: si sposa, prende casa prima a New York e poi nel Massachussetts, e comincia a immaginare libri che sono figli dell’impasto tra la sua esperienza biografica di marinaio e avventuriero e l’immaginazione. Ne scrive qualcuno, peraltro bellissimo: Typee (1846), Mardi (1849), Redburn (1849), ma non ha molto successo. Così, come ogni grande scrittore, alza il tiro, rischia il tutto per tutto: si mette a lavorare su un romanzo mastodontico che non è solo un romanzo, ma un’epopea e un mito moderno, un libro scientifico e un trattato sulle balene, un’opera gnostica e filosofica basata sulle Sacre Scritture, dove i protagonisti sono, all’apparenza, dei marinai e il loro capitano ma, in realtà, sono la lotta tra bene e male, tra uomo e natura, tra dannazione e ricerca di Dio. Ha trentadue anni, Melville, quando pubblica il più grande romanzo di lingua inglese di sempre e una delle opere capitali della letteratura: Moby Dick. È un enorme fiasco, che costringerà Melville, negli anni successivi, a fare conferenze in giro per gli Stati Uniti per sbarcare il lunario ma, di fatto, facendosi mantenere dal suocero. Moby Dick e il suo autore saranno riscoperti soltanto settant’anni più tardi, e riconosciuti come i padri del romanzo americano.

Ascolta uno speciale di Radio Rai su Moby Dick: http://www.rai.it//dl/portaleRadio/media/ContentItem-bbcd116f-f64c-4391-a2ef-adfcd04d7661.html

Ascolta un brano del cantautore Vinicio Capossela il cui testo è preso dalla traduzione di un passo di Moby Dick fatta da Cesare Pavese nel 1932: https://www.youtube.com/watch?v=qtS6o51JBeg

Ma c’è un altro marinaio che, tornato sulla terraferma, si è messo a scrivere e, scrivendo, ha contribuito a fondare una letteratura: Ippolito Nievo. Nato nel 1831 a Padova, Nievo segue Garibaldi nella spedizione dei Mille e, di fatto, contribuisce all’Unità d’Italia. Muore nel 1861 facendo naufragio sulla rotta Palermo-Napoli, e lasciando un enorme manoscritto, composto tra il 1857 e il 1858: Le confessioni di un italiano – insieme a I promessi sposi il romanzo grazie a cui nasce la letteratura italiana moderna. Nelle Confessioni si narra il processo attraverso il quale l’Italia è diventata una nazione seguendo le memorie, immaginarie, dell’ottuagenario Carlo Altoviti, che racconta il suo amore di gioventù per una donna, la Pisana. Carlo e la Pisana, insieme, attraversano l’Italia dei moti antinapoleonici e liberali, vivendo da protagonisti quel secolo che avrebbe portato, infine, all’Unità. È impossibile riassumere tutto ciò che accade in questo romanzo lunghissimo, diseguale eppure pieno di ardore, e allora forse è giusto lasciare a lui la parola, riportando l’inizio di questa epopea:

Io nacqui Veneziano ai 18 Ottobre del 1775, giorno dell’Evangelista San Luca; e morrò per la grazia di Dio Italiano quando lo vorrà quella Provvidenza che governa misteriosamente il mondo. Ecco la morale della mia vita.

…ed ecco la morale di questo grande romanzo italiano.

Un sito dedicato alla memoria di Nievo, scrittore e garibaldino: http://www.ippolitonievo.info/IppolitoNievo/home.html

 

Un rimpianto

Silvio d’Arzo (pseudonimo di Ezio Comparoni, nato a Reggio Emilia nel 1920 e lì morto nel 1952) è probabilmente uno dei più grandi rimpianti della letteratura italiana del Novecento. Morto a soli 32 anni, d’Arzo ha scritto, nella sua breve vita, soprattutto racconti, ma anche poesie e un romanzo che lasciano intravedere un talento che, forse, se avesse avuto più tempo, l’avrebbe portato ad essere uno dei maggiori scrittori italiani del secolo. Dobbiamo invece accontentarci di un pugno d’opere d’immenso talento, il cui apice è il racconto Casa d’altri, pubblicato la prima volta nell’anno della morte del suo autore. Lo lesse il poeta e futuro premio Nobel Eugenio Montale e scrisse che era un «racconto perfetto». Racconta una storia piccola, che ha per protagonisti un giovane prete di campagna e una vecchia scontrosa e dura, ma soprattutto sola. È una storia di atmosfere, di suggestioni e di segni, eppure è forse il più bel racconto italiano del Novecento. Silvio d’Arzo è morto di leucemia senza quasi mai lasciare quella terra, il reggiano, che è lo sfondo e l’ambiente umano di quasi tutta la sua opera. Forse, tra tutti gli autori che ho nominato in questo pezzo, è a lui che va il più grande rimpianto: perché Nievo e Radiguet il grande romanzo l’hanno scritto, Melville ha vissuto fin oltre i 70 anni, Rimbaud ha deciso di smettere. D’Arzo ci lascia sì un capolavoro, ma anche il rimpianto di non sapere quanti altri ne avrebbe avuti nella penna se la malattia gli avesse concesso qualche anno ancora.

Un video su Casa d’altri: https://www.youtube.com/watch?v=sNs3R9k06dI

 

Crediti immagini
Apertura:
Arthur Rimbaud (Wikimedia Commons)
Box:
Illustrazione della caccia finale di Moby Dick (Wikimedia Commons)

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