Alcuni tipi di muro in letteratura e altro

Andrea Tarabbia

Muri come metafora

Forse uno dei muri più famosi della letteratura del Novecento lo edificò Jean-Paul Sartre nel 1939, anno in cui pubblicò il suo secondo libro, intitolato, appunto, Il muro. Il libro – una raccolta di cinque racconti – seguiva di un anno La nausea, romanzo che aveva rivelato alla Francia il talento di quello che sarebbe diventato, di lì a poco, uno dei padri dell’esistenzialismo. Le cinque storie che compongono Il muro sono, a detta dello stesso autore, cinque «piccole disfatte» – storie a metà tra il fatto di cronaca e l’apologo, in cui dei personaggi vengono messi di fronte al “muro dell’esistenza”, vale a dire (e sono ancora parole sue) «ciò che è di impedimento all’umano e l’umano che si pietrifica». La novella che dà il titolo alla raccolta è ambientata durante la guerra di Spagna e racconta la storia di tre condannati a morte che aspettano la loro ultima alba chiusi in una cella: per dare alla propria fine un significato, Pablo, il protagonista, si sforza di capire l’esperienza della morte, ma ciò che riesce a cavare dalle sue riflessioni non è altro che un senso di incompiutezza, di spreco. In La camera, il secondo racconto, c’è Eva, una donna sposata a un uomo folle che lei rifiuta di abbandonare nonostante sia consapevole che ciò la porterà alla rovina: Eva a volte odia il marito, altre volte vorrebbe diventare come lui, e dimenticare il mondo. Erostrato, invece, racconta di un uomo che odia gli uomini e vuole rimanere nella storia per il male che ha compiuto: decide così di sparare a delle persone innocenti e poi suicidarsi; non riuscirà a portare a termine completamente il suo progetto. In Intimità Lulu, sposata a un uomo impotente, vagheggia delle avventure con altri uomini, tra cui Pierre: ma non ha il coraggio di abbandonare il marito e di darsi totalmente all’amante. Così la sua vita rimane come bloccata nel mezzo. Lucien, figlio di un ricco industriale, è il protagonista dell’ultimo racconto, Infanzia di un capo: è un ragazzo alla ricerca del proprio posto nel mondo, ma non sa accettarsi. Finirà per prendere le scappatoie che la sua condizione agiata gli concede: diventerà un capo, si aggregherà a un’organizzazione fascista e non saprà mai, davvero, chi poteva essere (una delle ultime riflessioni di Lucien è «Non cercare di vedere in se stessi; non c’è errore più pericoloso»).

Morte, follia, prigionia, impotenza, omicidio, malafede, rifiuto, frustrazione: questi sono i temi che attraversano Il muro, anzi, sono i temi su cui Sartre costruisce la propria poetica degli esordi. A lui non interessa indagare a fondo la psiche dei suoi personaggi attraverso riflessioni o giudizi: interessano piuttosto i gesti, le piccole azioni quotidiane, le agitazioni di fronte agli ostacoli spesso invalicabili che la vita mette davanti ai protagonisti. Ecco, gli ambienti di Il muro sono pieni di pareti divisorie, di finestre, di filtri, di camere che sono “al di là” di qualcosa: varcare una soglia o pensare di scavalcare un muro significa, per questi personaggi, immaginarsi di poter affrontare le proprie paure, o la follia, o l’insoddisfazione. Ma quasi mai i personaggi lo fanno, quasi mai vanno di là: e su questo dilemma Sartre edifica quel muro metaforico che dà forma all’opera e che è, allo stesso tempo, una messa a nudo della nostra condizione.

Tutto Sartre (o quasi) in tre minuti: http://www.ovovideo.com/jean-paul-sartre/

 

Intermezzo. Muri come metafora e come realtà

Nel 1917 Franz Kafka scrisse (e lasciò incompiuto) un racconto enigmatico dal titolo Durante la costruzione della muraglia cinese. In questo racconto, lo scrittore prende spunto da un fatto reale: la muraglia fu immaginata e costruita per proteggere l’impero cinese dalle invasioni dei popoli del nord. Quest’opera colossale era, dunque, una soglia, un muro che divideva un “noi” (il popolo cinese) da “loro” (gli invasori). Ma Kafka va oltre questo concetto: egli fa raccontare la storia della costruzione di questa mastodontica opera di ingegneria a uno studioso cinese di storia comparata, che esordisce spiegando come questo muro, concepito come un baluardo di difesa, fu in realtà costruito a pezzi, così:

«La costruzione fu condotta da sud-est e da sud-ovest, e qui ebbe luogo l’unificazione. A questo sistema di frazionamento ci si attenne in piccolo anche nell’ambito dei due grandi eserciti di operai, l’esercito dell’est e quello dell’ovest. Avvenne così, vennero formati gruppi di circa venti operai i quali avevano da erigere una frazione di muraglia della lunghezza di circa cinquecento metri, incontro a loro un gruppo adiacente edificava poi una muraglia della stessa lunghezza. Dopo però che l’unificazione era effettuata, la costruzione, al termine di questi circa mille metri, non veniva proseguita, anzi, i gruppi di lavoro erano inviati in tutt’altre regioni a edificare la muraglia».

Naturalmente,

«risultarono in questo modo molte grosse lacune, che soltanto poco a poco, lentamente, vennero colmate, parecchie addirittura soltanto dopo che si era proclamato il completamento della costruzione della muraglia. Anzi, ci devono essere lacune che proprio non sono state chiuse, secondo molti esse sono molto più estese delle frazioni costruite […]»

È un metodo di costruzione totalmente irrazionale, eppure, ci dice il narratore, la costruzione parziale della muraglia, con brecce rimaste aperte per molti anni, fu progettata proprio in questo modo. Perché? Qual è il senso di questa operazione? È oscuro, dice il narratore: ciò che l’imperatore pensa e vuole è imperscrutabile per i suoi sudditi. Egli vuole proteggere la Cina, ma lo fa costruendo programmaticamente un baluardo che è un colabrodo, e che viene attraversato di continuo da orde mongole, tribù nomadi, nemici dell’impero. Nessuno sa come Kafka avrebbe voluto chiudere questo racconto che però, partendo da un dato reale, diventa metafora dell’incomprensibilità del potere.

 

Muri come realtà

C’è poi un muro vero, che dal 1961 al 1989 ha diviso in due una città, Berlino, uno Stato, la Germania, e il mondo intero: trovate la storia e il significato di questo muro nel pezzo di Ludovico Testa. Attorno al muro di Berlino, per quasi tre decenni, scrittori, registi, musicisti di tutto il mondo hanno immaginato storie, drammi, vicende piccole e grandi in cui si rifletteva la vita di questa città spaccata in due e in cui riecheggiavano le due ideologie che si sono affrontate fino alla caduta dei regimi comunisti dell’Europa orientale. È impossibile fare una scelta esaustiva tra le opere che si sono occupate del muro di Berlino: la lista è sterminata. Ne scelgo qualcuna, che varrà come esempio. Nel 1963 – cioè solo due anni dopo la costruzione del muro – lo scrittore inglese John Le Carré, che nella vita lavorò anche come agente dei servizi segreti britannici, pubblicò La spia che venne dal freddo, un thriller che ha per protagonista Alec Leamas, un agente inglese infiltrato nella Germania Est. Leamas, un po’ come il personaggio di Charlize Theron in Atomica bionda, film del 2017, prende contatti con i servizi tedeschi, suoi nemici, con lo scopo di minarne la credibilità. Tra diserzioni, tradimenti, azioni di spionaggio e controspionaggio, sparatorie e rapporti con personaggi ambigui, La spia che venne dal freddo racconta il difficile e pericolosissimo equilibrio su cui si è retto il mondo per quasi trent’anni. E, nell’epilogo, sarà proprio il muro a imporre a Leamas una scelta irreversibile.

Un’intervista in cui Le Carré racconta i suoi libri e la sua vita fuori dal comune: http://www.teche.rai.it/2017/10/john-le-carre-uno-scrittore-dotato-di-intelligence/
Trama, trailer, recensioni di Atomica Bionda: https://www.mymovies.it/film/2017/thecoldestcity/

 

In musica, uno dice «muro di Berlino» e pensa a David Bowie e Lou Reed. Nella seconda metà degli anni Settanta Berlino diventò la capitale mondiale della musica pop. Lì, tra il 1977 e il 1979, Bowie concepì e pubblicò la cosiddetta “trilogia berlinese”, ovvero gli album Low e “Heroes” (entrambi del ’77) e Lodger (1979) – uno spartiacque nella musica a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta. Probabilmente non sapete di conoscere almeno il pezzo più famoso e bello della trilogia berlinese: “Heroes”, storia d’amore a ridosso del muro, in cui tra l’altro si dice «Io mi ricordo/che stavamo nei pressi del muro/e i fucili sparavano sopra le nostre teste/e ci baciavamo, come se nulla potesse crollare». Eccolo qui: https://www.youtube.com/watch?v=lXgkuM2NhYI

Ma Bowie non fece soltanto tre dischi seminali, nella Berlino degli anni Settanta: fece anche il produttore. Risollevò la carriera di Iggy Pop e produsse alcuni dei dischi più importanti di un’altra icona del rock, Lou Reed. A Berlino, Lou Reed ha dedicato uno dei suoi album più belli, Berlin (1973): è un concept album, vale a dire un disco che non è fatto semplicemente di canzoni, ma di pezzi che, tutti insieme, raccontano una storia, come se ogni canzone fosse un capitolo di un romanzo. Ecco, il romanzo “berlinese” di Lou Reed è la storia di un amore che finisce male. Berlino è evocata per le atmosfere decadenti, e perché il muro rappresenta, per una volta, non la divisione tra due ideologie, ma quella tra due persone il cui matrimonio naufraga lentamente.

Nel 2007, Lou Reed ha portato l’album Berlin in tour mondiale: https://www.youtube.com/watch?v=I2RA2UIKP68

 

Ma, a un certo punto, come sapete, il muro è caduto. O meglio: è stato tirato giù. Era il novembre del 1989, la Germania si unificò e all’improvviso i tedeschi, che avevano vissuto in due mondi separati e ostili l’uno all’altro, ricominciarono a vivere insieme. Dovettero ricostruire una società unitaria: il regime comunista crollava e i tedeschi dell’Est andarono a vivere all’Ovest o, in ogni caso, cominciarono una nuova vita sotto un regime democratico, con regole sociali ed economiche che non conoscevano. La letteratura non poteva non fare i conti con questo fenomeno e, anche in questo caso, scegliere di quale opera parlare non è semplice. Però c’è un romanzo del 2005 che si chiama Vite nuove. Lo ha scritto Ingo Schulze, un autore nato a Dresda e che ha sempre vissuto nell’Est del Paese e che ha visto il cambiamento in diretta. Vite nuove racconta proprio questo cambiamento: comincia nel gennaio 1990, vale a dire due mesi dopo il crollo del muro, e mette in scena, attraverso lettere, prose brevi, racconti, la vita di Enrico Türmer, scrittore mediocre e mediocre uomo di teatro, che in seguito ai fatti dell’89 accantona le sue aspirazioni letterarie e “fiuta” il vento del cambiamento. Comincia a lavorare in un giornale, ma scopre presto – grazie all’amico von Barrista che, se Türmer è Faust, è senza dubbio Mefistofele – una vocazione a far soldi, approfittando anche dei vuoti legislativi di un Paese che si sta ricostruendo. Türmer diventa uno speculatore, un arrivista e anche, di riflesso, una figura in grado di comprendere i meccanismi del suo tempo e di sfruttarli a suo vantaggio. Si chiede: «In che modo l’Ovest è entrato nella mia testa? E cosa ha prodotto?». La risposta a queste domande è il senso di tutto il libro, e il riassunto, forse, della vita di milioni di tedeschi davanti ai quali, all’improvviso, il muro non c’è stato più.

Cosa succede in Vite Nuove (con un link a un’intervista radiofonica a Schulze): http://www.dicoseunpo.it/blog/2008/07/18/vite-nuove-di-ingo-schulze/

 

Crediti immagini
Apertura: Un fotogramma del film “La spia che venne dal freddo” (IMDB)
Box: La Grande Muraglia Cinese (Pxhere)

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