Da dea a donna: l’immagine della Fortuna tra l’età classica e l’età moderna

Ludovico Testa

La dea bendata

La rappresentazione più emblematica della fortuna ci viene da mondo classico ed è quella della dea bendata, dal carattere volubile, che dispensa gioie e dolori in modo imprevedibile e del tutto indifferente al desiderio umano. A differenza del Fato, espressione del destino tanto indecifrabile quanto immodificabile e preordinato, la Fortuna trova nell’improvvisazione e nella casualità la sua modalità d’azione privilegiata. A fronte dell’impossibilità di controllarla, gli antichi avevano affinato un metodo per evitare di subirla, consistente nell’allentare la dipendenza dai beni materiali sui quali la Fortuna sfogava i propri capricci, per concentrare l’attenzione sulla dimensione morale, rafforzando la fiducia in se stessi in modo da rimanere imperturbabili al mutare della sorte.

 

Tra sacro e profano: la Fortuna in epoca medievale

La pervasività del divino nella religiosità medievale e l’insofferenza verso ogni forma di autonomia e casualità nel destino dell’uomo mutarono dal profondo l’idea stessa di Fortuna, convertendola in docile strumento del volere di Dio, incaricata di distribuire beni e ricchezze seguendo un disegno giusto, superiore e preordinato. Sottratta dunque alla sfera del caso e dotata di una natura tanto benigna quanto razionale, la Fortuna medievale restava comunque imperscrutabile all’uomo, finendo per confluire in quel concetto di Provvidenza divina di fronte alla quale l’essere umano non può che abbandonarsi con fiduciosa rassegnazione. La conseguente rinuncia ad ogni tentativo di governare la sorte, unita alla celebrazione dell’esistenza condotta all’insegna della moderazione – frutto del saggio equilibrio tra avarizia e prodigalità – costituivano in tale quadro gli ingredienti fondamentali per il raggiungimento di quella concordia tra volere divino ed esistenza umana celebrata da Dante nel I canto del Paradiso.

È solo verso la fine del medioevo che la Fortuna pare recuperare le antiche vesti per riammantarsi dell’inafferrabile mutevolezza, refrattaria ad ogni razionale definizione cui si unisce, per la prima volta, l’emancipazione dalla dimensione religiosa. È la “fortuna mercantile”, irrazionale e laica, descritta da Boccaccio come il concatenarsi di casi fortuiti, indifferente al bene e al male e costantemente mutevole nell’ostacolare o nell’assecondare l’agire umano. Spogliata dei millenari attributi divini, la Fortuna si ripresenta sotto i classici stereotipi femminili di incostanza, volubilità, irragionevolezza. Non più quindi il fiducioso abbandono alla sorte ma, al contrario, la capacità di misurarsi con essa, di opporvi resistenza, di contrastarla si impongono come i nuovi criteri da seguire per l’uomo che si accinge ad uscire dal medio evo.

 

Fortuna e Virtù nel pensiero umanista

Alle soglie del Quattrocento il rapporto tra l’uomo e la Fortuna assomiglia ancora a quello del naufrago condannato a subire la mutevolezza del mare, ma con l’affermazione dell’Umanesimo la zattera inizia a dotarsi di un primo rudimentale timone per orientare la navigazione.

Nel posizionare l’uomo al centro del mondo, la cultura umanista favorì infatti l’elaborazione di una nuova concezione della Fortuna e del suo rapporto con l’esistenza umana. La riscoperta delle humanae littarae provenienti all’età classica favorirono, tra le altre cose, anche la valorizzazione del concetto di autárkeia elaborato dai filosofi greci che, attraverso il dominio razionale sulle passioni e il distacco dalle cose terrene, offriva all’uomo la necessaria protezione dai colpi della sorte. Il confronto con la forza cieca e casuale della Fortuna poteva, secondo gli umanisti, essere sostenuto attraverso la consapevolezza della provvisorietà delle cose terrene, rafforzata da quel comportamento savio e virtuoso già elogiato dal pensiero medioevale.

A differenza dei secoli passati tuttavia, la Virtù predicata dagli umanisti non si presenta come una qualità da offrire sull’altare della Provvidenza divina, ma quale strumento in mano all’uomo per contrastare direttamente l’incidenza della Fortuna sulla propria esistenza. Nel pensiero degli umanisti per la prima volta l’uomo guarda in faccia la Fortuna, si misura con essa senza più intermediari e, attraverso il virtuoso connubio tra buoni costumi, moderazione e capacità professionali, pare in grado di resistere alle imprevedibili avversità della sorte.

La Virtù degli umanisti assume dunque l’aspetto dello scudo e la strategia consigliata per fronteggiare i capricci della Fortuna si ispira al fiero distacco dalle illusioni della vita terrena. L’uomo del Rinascimento però non si accontenta di ostentare indifferenza, egli intende agire, incidere, mettersi in contatto e plasmare la realtà che lo circonda. All’uomo del Rinascimento non basta lo scudo, quello che cerca è la spada e finirà col trovarla nelle pagine di una delle opere più rappresentative dell’epoca rinascimentale: Il Principe di Niccolò Machiavelli.

 

Il Principe e la Fortuna

Con Machiavelli uomo e Fortuna paiono fronteggiarsi ad armi pari. La Fortuna è paragonata in tutto e per tutto alla donna, di fronte alla quale l’uomo ha possibilità di imporsi, di governarla, di piegarla al proprio volere. Non si tratta certo di un’impresa semplice e il successo è tutt’altro che assicurato, ma con Machiavelli l’uomo ha a disposizione una micidiale arma offensiva in quella che lo scrittore fiorentino chiama prudentia, ossia la capacità di prevedere e di prepararsi al confronto che si profila all’orizzonte. Così come il saggio costruisce tra una piena e l’altra del fiume argini adatti a controllare l’impeto delle acque, allo stesso modo il Principe può affinare gli strumenti necessari per non essere colto impreparato al mutare della Fortuna. Ciò necessita una spiccata disponibilità ad adattare la propria natura a seconda delle circostanze e delle situazioni che man mano si parano innanzi, a non combattere utilizzando sempre la stessa strategia ma, al contrario, a comprendere la mutevole realtà che ci circonda per evitare di rendersi prevedibile e riuscire in tal modo a sorprendere la Fortuna con un repertorio di colpi sempre nuovo. Con Machiavelli la Fortuna diventa quindi né più né meno che la realtà in cui l’uomo è immerso; essa perde così definitivamente ogni carattere trascendentale per incarnare “lo spirito del tempo” da affrontare, a seconda del suo costante divenire, con razionalità, previdenza, astuzia e coraggio. Con Machiavelli la Fortuna lascia così all’uomo preziosi margini di intervento, ampi spazi in cui può agire, intervenire e governare la realtà attraverso la ragione. Con Machiavelli, in sostanza, l’uomo diventa arbitro del proprio destino e si prepara ad entrare a grandi passi nell’età della scienza.

 

Crediti immagini
Apertura: Christine de Pizan, “Ruota della fortuna, da Epitre d’Othéa (Wikimedia Commons)
Box: Fortuna, rielaborazione romana da originale greco del IV secolo ac. con testa non pertinente, da Tor Bovicciana (Ostia) (Wikimedia Commons)

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