Dal muro al cuore della gente: la street art da Basquiat a Banksy

Chiara Pilati

Ogni giorno, dovunque andiamo, ci imbattiamo in moltissimi tipi di barriere e di muri. Ci sono muri sociali (l’esclusione, il razzismo, la paura del diverso), muri psicologici (l’isolamento, l’incomunicabilità nella quale oggi più che mai le giovani generazioni si trovano immerse), muri funzionali (le pareti, le case nelle quali ci chiudiamo senza saperne più uscire), muri politici (i confini fra stati e territori che ogni giorno migliaia di persone cercano di attraversare in cerca di un futuro migliore ma spesso vengono respinti per la sola colpa di essere nati dalla parte sbagliata) e muri della memoria (lapidi e i monumenti).

Poi c’è il muro pubblico, quello di case e dei palazzi, quello esterno agli ambienti privati, quello di tutti, quello che ospita una delle espressioni artistiche più interessanti e contemporanee, la street art.

Ecco, quando si pensa al muro da un punto di vista artistico ed espressivo, il primo che viene in mente è sicuramente quello che un certo gruppo di artisti, dalla fine degli anni Settanta circa, usa come “tela” per esprimere idee, raccontare storie e urlare la sua rabbia. Ma attenzione, questo muro non è così separato da tutti gli altri citati, e in certo senso li comprende, perché l’esigenza di questi artisti di gridare ad alta voce il proprio pensiero e scriverlo là dove tutti possono vederlo, nasce proprio dalle riflessioni sollevate da tutte le altre forme di esclusione e di barriera.

 

Street art e graffiti

Se si legge il Contemporary Art Market Report 2017 di Artprice, si scopre che la Street Art sta conquistando un numero sempre maggiore di collezionisti. Oggi, tra i primi dieci artisti contemporanei per numero di opere vendute, quattro appartengono al mondo della street art.

Ma non è sempre stato così. L’arte di strada non nasce per essere venduta e comperata: nasce clandestina, sui muri delle periferie delle grandi città, per essere vista da tutti e durare un tempo non noto e sicuramente limitato.

Non c’è una data precisa ma c’è sicuramente un luogo che segna la nascita di quest’arte: New York. Nella grande mela, mentre Andy Warhol lavorava nella sua Factory, riflettendo sulle implicazioni del mercato e del consumismo sulla società contemporanea, un gruppo di ragazzi, fra i quali si distinguono subito Jean-Michel Basquiat e Keith Haring, comincia a dipingere sui muri delle periferie.

Fin dagli esordi, i temi della street art affondano le loro radici in ambito sociale e politico, tanto che la sua storia va di pari passo con la nascita e lo sviluppo di altre arti sorte dalla necessità degli strati più deboli della società di raccontare la disparità sociale come la musica l’hip hop e la danza che l’accompagna.

L’interesse pubblico per l’arte di strada ha poi avuto un boom verso gli anni 2000, anche grazie alle opere di Banksy che hanno cominciato a invadere le strade delle metropoli del mondo, e da allora non si è più fermata arrivando a influenzare numerosi ambiti della vita contemporanea come la comunicazione visiva, la pubblicità e anche la televisione.

Ciò nonostante la street art conserva un aspetto per così dire “underground” che la lega all’assenza di regole e alla clandestinità poiché, sebbene sempre più spesso le grandi opere siano commissioni pubbliche o private, molta della produzione mantiene un carattere di illegalità, tanto che il confine tra quello che viene considerato vandalismo e ciò che è dichiarato arte, rimane una linea molto sottile.

 

Un omaggio alle origini

Lo scorso settembre, a 30 anni dalla morte di Basquiat, quando il Barbican Center di Londra gli dedicava una retrospettiva celebrativa, in un tunnel vicino alla sede espositiva, sono comparsi due graffiti del misterioso artista Banksy che omaggia, a suo modo, il primo degli street artist.

Sul muro campeggia una grande ruota panoramica, con alcune persone in fila a pagare il biglietto per salire. Al posto dei sedili per i passeggeri si vedono delle corone, simboli ricorrenti nelle opere di Basquiat.

The New Banksy at the Barbican (Flickr)

Contemporaneamente sul profilo Instagram di Banksy è comparsa la foto del murales accompagnata da un commento provocatorio, come sono sempre le sue opere: “I lavori di Basquiat sono in mostra al Barbican, in un luogo dove sono soliti cancellare qualsiasi murales sia fatto sui muri”.

Nella seconda opera l’artista non va più tanto per il sottile e la critica nei confronti di chi cancella le opere dalla strada si fa anche più dura ed evidente.

(Flickr)

La riproduzione di una delle opere di Basquiat più conosciute, Il ragazzo e il cane, apparsa nel 1982 a Johnnypump, è accerchiata dalla polizia. E il commento che la accompagna è “Il benvenuto della polizia locale al disegno di Basquiat”.

Nell’opera è presente probabilmente anche un altro livello di critica alla società contemporanea che esce dall’ambito artistico e pone l’accento su come, ancora oggi, dopo tanto tempo dalla prima apparizione delle opere di Basqiat, i neri e i bianchi abbiano trattamenti diversi da parte della polizia e delle istituzioni. Di questo non possiamo avere certezza ma quello che invece è sicuro è che Banksy non si lascia sfuggire nessuna occasione per ribadire le ragioni della sua arte e della sua polemica e sottolinea, in questa occasione, la sua diretta discendenza e continuità di intenti con il movimento dell’arte contemporanea che più ha avuto il coraggio della rivalsa sociale.

 

I protagonisti di ieri e di oggi

Jean-Michel Basquiat

Basquiat nacque nel sobborgo newyorkese di Brooklyn il 22 dicembre del 1960. Il padre era haitiano e la madre statunitense di origini portoricane. Fin da piccolo Jean-Michel è un ragazzino molto dotato ma, come spesso accade a chi è diverso dai suoi coetanei, inizia presto a manifestare la sua indole ribelle. Disegna da quando aveva quattro anni, a otto, costretto in ospedale a causa di un incidente, legge il libro di anatomia Gray’s Anatomy dal quale sarà poi ispirato sia nella sua produzione artistica che in quella musicale quando fonda con alcuni amici, tra cui un certo Vincent Gallo, un gruppo musicale che chiamerà proprio Gray.

Nel 1976 inizia a frequentare la City-as-School a Manhattan, per ragazzi dotati a cui non si addice il tradizionale metodo didattico, e da questo momento inizia a produrre graffiti per le strade di New York firmandosi come SAMO, acronimo di “SameOldShit“.
Nel 1978 lascia gli studi, abbandona la casa del padre e comincia a guadagnarsi da vivere vendendo cartoline da lui stesso disegnate e così inizia anche la sua fortuna, quando in un ristorante di SoHo trova un acquirente molto speciale per le sue piccole opere, Andy Warhol.

Nella Factory di Warhol il promettente Basquiat cresce dal punto di vista artistico e acquisisce uno stile tutto particolare caratterizzato da immagini rozze e infantili che fanno riferimento all’Art Brut di Dubuffet, all’arte africana, alle sue conoscenze di anatomia e che hanno come elemento caratterizzante l’inserimento della scrittura come parte integrante dell’opera.
“I neri sono i protagonisti delle mie opere. Mi sono reso conto che non ho mai visto opere d’arte con persone nere come soggetti” ha dichiarato lui stesso spiegando i contenuti della sua arte. In tutta la sua produzione c’è una continua messa in discussione delle politiche razziali americane e lui stesso ironizza sul fatto di poter vendere a bianchi ricchi le sue opere a centinaia di migliaia di dollari mentre i suoi amici fuori della galleria vengono pestati dalla polizia con qualunque pretesto.
Nel 1985 il suo successo era tale che finì sulla copertina del New York Times. Nel 2017 una delle sue opere intitolate “Untitled” è stata venduta per la cifra record di 110,5 milioni di dollari a un miliardario giapponese.

Ma il giovanissimo Basquiat è tossicodipendente e depresso, con la morte prematura di Warhol nel 1987 la sua dipendenza si aggrava e il 12 agosto del 1988, a ventisette anni, muore per overdose di eroina, nel suo studio in Great Jones Street, a Manhattan. Il corpo viene ritrovato, nudo, in un cassonetto dell’immondizia.

Video Basquiat raccontato da un’amica, la regista Tamra Davis, in inglese https://www.youtube.com/watch?v=J-IA90-lC9w

 

Keith Haring

Keith Haring è l’altro grande protagonista di questa stagione dell’arte, amico di Basquiat, di due anni più vecchio, condivide molte delle sue esperienze di vita e artistiche.

Keith Haring (Wikimedia Commons)

Fin da bambino amava il disegno e realizzava personaggi molto particolari con uno stile del tutto personale preso a prestito da quello dai fumetti. Dopo un’adolescenza passata in Pennsylvania a leggere libri sui protagonisti dell’arte contemporanea, consapevole e fiducioso nelle sue possibilità, organizza la sua prima mostra nel 1978 ottenendo un successo impensato. Intanto si trasferisce a New York dove conosce Basquiat e con lui stringe un’importante amicizia che li fa rimanere legati fino alla morte di quest’ultimo, avvenuta due anni prima della sua.
Nella Grande Mela Haring si iscrive alla School of Visual Art, realizza molti lavori e frequenta assiduamente il Club 57, ritrovo di artisti e musicisti. Ormai ben inserito nel tessuto cittadino, insofferente alle forme e ai sistemi di diffusione tradizionali dell’arte, sceglie come suo terreno di elezione il muro e comincia a definire con precisione la sua identità artistica.
Nel 1980 Haring ha la sua consacrazione artistica quando viene invitato a partecipare al “Times Square Show”, la prima mostra dedicata all’arte underground statunitense.
Un giorno, forse per caso, Haring decide di invadere un altro spazio cittadino, quello dei cartelloni pubblicitari nella metropolitana di New York che divenne, come disse lui stesso,“un laboratorio pubblico dove sperimentare infinite soluzioni grafiche”.

Da qui la sua fama cresce sempre più tanto che alla sua personale del 1982, organizzata dal gallerista Tony Shafrazi, presenziano alcuni degli artisti contemporanei più in vista come Roy Lichtenstein, Robert Rauschenberg, Francesco Clemente, Sol LeWitt e Richard Serra.

L’universo di personaggi colorati di cui sono popolate le opere di Haring trae ispirazione, oltre che dal linguaggio dei fumetti, anche dai geroglifici egizi e dai suoi studi approfonditi in campo religioso e politico ed è ricchissimo di significati simbolici che riportano a temi scottanti di un periodo storico ben definito come il capitalismo, il razzismo, l’ingiustizia sociale, l’apartheid, il riarmo nucleare, la droga e l’AIDS.
Fu proprio quest’ultima a stroncare la sua giovane vita nel 1990.

 

Banksy

“Un muro è una grande arma. È una delle cose peggiori con cui colpire qualcuno”.

Di lui si sa molto poco, la sua identità è misteriosa, così come la sua data di nascita, si sa che è originario di Bristol ma non sappiamo quale sia il suo volto e, chissà, potremmo anche averlo incontrato passeggiando per strada.
I suoi lavori seguono la tradizione della street art più originaria e veicolano, attraverso un linguaggio satirico e provocatorio, messaggi politici, etici, sociali e culturali.
Si potrebbe definire Banksy uno street artist puro, nel senso che le sue opere hanno come unico supporto i muri delle città e come unico pubblico le persone che passano per strada e si fermano a guardarle. Non vende disegni, fotografie o riproduzioni anche se si sa che qualche commerciante senza scrupoli cerca di vendere le sue opere di strada sul posto, lasciando all’acquirente il problema della rimozione e sollevando quesiti sull’identità dell’opera d’arte.

Banksy, Sweeper (Wikimedia Commons)

Manipolando i codici comunicativi della cultura di massa, usando colori accesi e vivaci, applicando la tecnica degli stencil, Banksy trasforma i muri in luogo di riflessione su temi caldi della nostra società attuale e ribadisce un concetto non certo originale ma sicuramente fondante della street art: l’arte deve parlare a tutti, fare riflettere e rendere visibili temi che ci riguardano da vicino.
“L’arte che guardiamo è fatta da solo pochi eletti – dice Banksy – Un piccolo gruppo crea, promuove, acquista, mostra e decide il successo dell’Arte. Solo poche centinaia di persone nel mondo hanno realmente voce in capitolo. Quando vai in una galleria d’arte sei semplicemente un turista che guarda la bacheca dei trofei di un ristretto numero di milionari”.

 

Blu

Anche l’Italia ha alcuni famosi street artist, fra questi c’è Blu, artista nato a Senigallia e bolognese di adozione, segnalato dal Guardian nel 2011 come uno dei dieci migliori street artist in circolazione.
Le sue opere hanno cominciato a spuntare sui muri di Bologna nel 1999, nella zona del centro intorno all’Accademia di Belle Arti e nei centri sociali. Inizialmente disegnava con le bombolette spray, mentre successivamente ha cominciato a utilizzare vernici a tempera stese con rulli montati su bastoni telescopici così da dilatare di molto le superfici pittoriche.
I soggetti delle opere di Blu sono figure umanoidi, dall’aspetto spesso inquietante e drammatico, visionarie e ricchissime di dettagli, a volte surreali che sembrano ispirarti al mondo dei fumetti. Fin dall’inizio Blu ha collaborato con altri artisti come Ericalcane dando origine a immagini che uniscono gli stili in modo armonico.

Anche la sua è arte di strada pura, quella che sbuca all’improvviso ed è destinata a durare fino a che il tempo, gli eventi e l’usura dei muri su cui è dipinta lo vorranno. Ha lasciato la sua traccia sui muri di tutta Italia, a Berlino e a Londra, solo in rare occasioni ha partecipato a esposizioni organizzate, una fra tutte la mostra alla quale lo ha invitato nel 2008 la Tate Modern di Londra offrendo, a lui e ad altri artisti, parte della facciata da dipingere.

(Flickr)

Proprio perché le sue opere nascono, vivono e devono morire sui muri e sulla strada, nel 2016 Blu è stato al centro di un’importante polemica che ha messo in discussione il sistema dell’arte, quando nelle sale di Palazzo Pepoli a Bologna venne organizzata la mostra Street Art – Banksy&Co nella quale furono esposti anche alcuni suoi lavori “staccati” dai muri cittadini senza il suo consenso. In opposizione a questo episodio, e come reazione al sovvertimento dello stesso principio per cui nascono i lavori di arte di strada, Blu decise di cancellare i suoi murales rimasti in città.

 

(Crediti immagini: Wikimedia Commons, Pixabay)

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