Dal sogno al desiderio dal desiderio al sogno

Andrea Tarabbia

«I sogni son desideri» diceva la Cenerentola della Disney, e forse perfino Freud sarebbe stato d’accordo. Quel che Cenerentola taceva, però, è che la maggior parte dei sogni non è che un sintomo di desideri irrealizzati o irrealizzabili. La letteratura è, secondo molti, la battaglia che un personaggio (e con lui l’autore) fa per realizzare un desiderio. È un tentativo di realizzare i sogni. Non ci credete? Provate a pensarci su. Prendiamo una delle più grandi storie d’amore mai finite sulla pagina, I promessi sposi: è una formidabile parabola sul desiderio, perché pone al centro la sacrosanta voglia che hanno Renzo e Lucia di sposarsi e la volontà, uguale e contraria, di chi glielo vuole impedire. Da questo scontro di sogni, che sembrano ora irrealizzabili ora possibili a seconda dello sviluppo dei rapporti tra i personaggi, scaturisce la trama del romanzo; su questi desideri contrapposti (vogliamo sposarci/non vogliamo che vi sposiate) si formano e agiscono le personalità dei due protagonisti, di fra’ Cristoforo, dell’Innominato, di don Rodrigo. Tutto ruota attorno a un sogno d’amore. Prendiamo una qualunque storia di pirati: da che cosa è mossa? Dal desiderio, a volte malsano, di impossessarsi di impareggiabili ricchezze o di salvare bellissime fanciulle. E i gialli? I thriller? Che cosa sta al centro delle storie dove sono in scena un assassino, una vittima e un ispettore che deve risolvere il caso? Il desiderio di scoprire la verità, di trovare le prove del delitto, insomma di fare giustizia.

 

L’oggetto del desiderio

Il motore di ogni storia che raccontiamo o che leggiamo è dunque il desiderio o, in senso più ampio, il sogno. Questa affermazione, che può risultare bizzarra, è così vera che in narratologia esiste addirittura una categoria che la sancisce: la categoria dell’oggetto del desiderio. Che cos’è l’oggetto del desiderio? È un bene materiale (per esempio il tesoro nascosto su un’isola misteriosa in una storia di pirati), una condizione morale, la volontà di conquistare qualcosa (uno stato sociale, per esempio: al centro di Il rosso e il nero di Stendhal c’è la volontà del protagonista, Julien Sorel, di diventare “qualcuno”) o qualcuno (come nel caso di I promessi sposi). L’oggetto del desiderio è qualcosa che, all’inizio di ogni racconto, manca e che per questo il protagonista desidera: la sua storia, dunque, sarà la sequenza di eventi, azioni, incontri, delusioni e conflitti che il protagonista affronta per soddisfare il proprio desiderio. Provate a pensare a una storia, una storia qualsiasi che vi hanno raccontato o che avete visto o letto; provate a pensare a quale sia il suo centro, la cosa che mette in moto gli avvenimenti, che fa incontrare o scontrare i personaggi: è qualcosa che vogliono, o desiderano. Sempre. Ci sono naturalmente varie gradazioni di desiderio o di sogno, varie intensità: per Renzo e Lucia il matrimonio diventa una questione di vita o di morte; in Hunger Games, l’oggetto del desiderio di Katniss Everdeen è, prima di ogni altra cosa, sopravvivere; nella serie di film dedicati a Iron Man, l’oggetto del desiderio di Tony Stark è, oltre a sconfiggere i cattivi, porre rimedio a un danno che lui stesso ha combinato: ha venduto armi in tutto il mondo e queste armi sono state usate per fare il male. Ora lui userà la sua ricchezza e la sua tecnologia avanzatissima per costruire un’arma che porti pace e non guerra; e così via.

Ogni storia esiste perché mossa da un desiderio, da un sogno e, di conseguenza, ogni personaggio è qualcuno che, all’inizio, sente una mancanza, un vuoto che vuole colmare. Il “come” questo vuoto verrà colmato è la storia che stiamo leggendo o guardando.

Per approfondire il tema dell’oggetto del desiderio, leggi un estratto del volume Metodi e fantasia: http://online.scuola.zanichelli.it/metodiefantasia/files/2009/08/pp56-59n.pdf 

 

Una narrazione al quadrato

Ma si parlava di sogni: essi non sono soltanto un motore narrativo o una categoria narratologica. Sono spesso parte integrante della narrazione, sono l’argomento di cui molta letteratura parla direttamente. Molti studiosi e scrittori sostengono che il primo romanzo moderno – l’autentica matrice da cui sono scaturiti i successivi quattro secoli di letteratura – sia il Don Chisciotte. Lo scrisse nell’arco di dieci anni (1605-1615) lo spagnolo Miguel de Cervantes, scrittore avventuriero che, nella sua vita, fu anche soldato e partecipò alla battaglia di Lepanto (1571), durante la quale perse l’uso della mano sinistra; in seguito, fu venduto come schiavo ad Algeri e visse in quella condizione per almeno cinque anni; fu scomunicato per ben due volte, fece bancarotta, fu incarcerato e sospettato di un omicidio che non aveva commesso. Si placò agli albori del 1600, quando si stabilì a Madrid e cominciò a immaginare le tragicomiche avventure di un sedicente cavaliere, Don Chisciotte della Mancha, e del suo pacioso scudiero, Sancho Panza. Don Chisciotte è un uomo che ha letto per tutta la vita romanzi cavallereschi: li ha letti fino a impazzire e a credersi l’ultimo della schiatta dei grandi cavalieri. Così, s’inventa cavaliere errante, prende un ronzino che per lui è un destriero, e parte per attraversare la Spagna in cerca di duelli e avventure. Sa che ogni cavaliere deve avere un amore, una dama da salvare e da cantare: la individua in Aldonza Lorenzo, una contadinotta sua vicina, che viene da lui chiamata Dulcinea del Toboso. Durante i suoi viaggi, Don Chisciotte la canta, la sogna, la sospira, anche se nella realtà l’ha solo intravista. Ma non è importante: importante è il suo sogno d’amore.

Storia malinconica e irresistibile, insieme comica e avventurosa, il Don Chisciotte segue a lungo il suo protagonista raccontando di improbabili duelli con garzoni e bottegai, poste a osterie scambiate per castelli, beffe, scambi di persona: Don Chisciotte è un uomo che vive in un mondo parallelo, una Spagna di fantasia che egli ha derivato dai libri che ha letto e dalla sua follia. Ma è anche, allo stesso tempo, un uomo che sogna: il romanzo non è che il lungo racconto delle sue immaginazioni, il protocollo di una fuga dalla realtà dentro un mondo parallelo.

Le bellissime illustrazioni che Gustave Doré, pittore e incisore francese del XIX secolo che illustrò tra l’altro anche la Commedia, dedicò al Chisciotte: http://www.booktobook.it/libri-novita/le-bellissime-illustrazioni-di-gustave-dore-al-don-chisciotte-della-mancia/

Dunque, riassumiamo: il desiderio, il sogno, sono la spinta propulsiva di ogni narrazione; il primo e fondamentale romanzo della modernità è la storia dei sogni (e dei deliri) di un uomo: in pratica, è una narrazione al quadrato.

 

Il ruolo dei sogni

Diceva lo scrittore argentino Jorge Luis Borges (1899-1986) che i sogni sono il genere letterario più antico: tanto antico e importante che egli dedicò al tema addirittura un libro, intitolato Libro di sogni (1976), in cui provò a costruire una “storia generale dei sogni e degli incubi”, per la quale ripropose alcuni suoi racconti, ma indagò anche opere fondamentali della letteratura universale come L’epopea di Gilgamesh (III millennio a.C.) o Il sogno della camera rossa (1792)

Ascolta la poesia Il sogno di Jorge Luis Borges: https://www.youtube.com/watch?v=dafNC–w-U0

Secondo Borges, il sogno è parente stretto della letteratura, perché entrambi hanno a che fare con l’immaginazione, con la creazione di una realtà altra, parallela, rispetto a quella in cui viviamo. Gli scrittori fanno di giorno ciò che tutti quanti facciamo di notte: inventano mondi. Per spiegare questa parentela così stretta tra scrittura e sogno, in una conferenza tenuta nel 1977 e intitolata L’incubo, Borges fece un esempio molto semplice: «Supponiamo che io sogni un uomo (…) e che poi, immediatamente, sogni l’immagine di un albero. Al risveglio, posso conferire a questo sogno così semplice una complessità che non gli appartiene: posso pensare che ho sognato un uomo che diventa albero, che era un albero. Modifico i fatti, e ho già iniziato a creare delle trame fittizie». Eccola la parentela.

Romanzi, film, serie tv sono pieni di sogni, tanto pieni che proporre degli esempi sarebbe non solo arbitrario, ma inevitabilmente anche limitato. Proviamo allora a rispondere a una domanda: perché i personaggi delle opere di finzione (che dunque appartengono già a mondi fittizi) sognano, ossia escono dalla realtà fittizia in cui si muovono per entrare in una realtà ancora più fittizia? Viene in mente subito La metamorfosi di Kafka, di cui abbiamo già parlato qui. Vi ricordate come comincia? Comincia dicendo che Gregor Samsa, il protagonista, si ritrova trasformato in un insetto svegliandosi dopo aver fatto sogni inquieti. Non conosciamo i sogni di Gregor: ne sappiamo solo la qualità. Del resto, la realtà in cui si trova immerso al risveglio è essa stessa un sogno, un incubo assurdo. Ma ciò che conta per il nostro discorso è che questa realtà d’incubo ha origine nei sogni.

Più semplicemente di quanto avviene in Kafka, in molti romanzi gli scrittori utilizzano i sogni come metafora della condizione di un personaggio. Come avviene a tutti noi qui nella realtà, spesso i sogni dei personaggi delle opere di finzione sono personificazione delle angosce o delle speranze di chi sogna. Sono, a volte, commenti a ciò che è accaduto nelle pagine precedenti o premonizioni: i personaggi sognano il loro futuro. Succede anche a noi ma, ovviamente, a differenza di quanto avviene nella realtà, quando dentro un libro o un film un sogno accade il suo significato metaforico è quasi sempre immediatamente comprensibile per chi legge: il personaggio X ha sognato la cosa Y perché dieci pagine fa gli è capitata la cosa Z. Il rapporto di causa-effetto tra gli eventi della vita del personaggio e i suoi sogni è evidente.

Facciamo, prima di chiudere, un esempio:

Nel sogno da cui si era svegliato vagava in una caverna con il bambino che lo guidava tenendolo per mano. Il fascio di luce della torcia danzava sulle pareti umide piene di concrezioni calcaree. Come viandanti di una favola inghiottiti e persi nelle viscere di una bestia di granito. Profonde gole di pietra dove l’acqua sgocciolava e mormorava. I minuti della terra scanditi nel silenzio, le sue ore, i giorni, gli anni senza sosta. Poi si ritrovavano in una grande sala di pietra dove si apriva un lago nero e antico. E sulla sponda opposta una creatura che alzava le fauci grondanti da quel pozzo carsico e fissava la luce della torcia con occhi bianchissimi e ciechi come le uova dei ragni. Dondolava la testa appena sopra il pelo dell’acqua come per annusare ciò che non riusciva a vedere. Rannicchiata lì, pallida, nuda e traslucida, con le ossa opalescenti che proiettavano la loro ombra sulle rocce dietro di lei. Le sue viscere, il suo cuore vivo. Il cervello che pulsava in una campana di vetro opaco. Dondolava la testa da una parta all’altra, emetteva un mugolio profondo, si voltava e si allontanava fluida e silenziosa nell’oscurità.

È un brano tratto da La strada, romanzo apocalittico che lo scrittore americano Cormac McCarthy ha pubblicato nel 2006. È la storia di un padre e un figlio che tentano di sopravvivere in un mondo dove una catastrofe forse nucleare (l’autore non ce lo dice mai) ha distrutto ogni cosa (le città, quasi ogni forma di vita che non sia umana), ma soprattutto ha costretto gli uomini a tornare a uno stadio primitivo: la loro occupazione principale è quella di procacciarsi il cibo, scaldarsi, difendersi dagli altri uomini – molti dei quali, in questa violentissima e disperata lotta per la vita, sono diventati selvaggi, addirittura cannibali. Il romanzo segue padre e figlio mentre percorrono una lunga strada che li porterà al mare, dove sperano di poter cominciare una vita meno brada, ascolta i loro discorsi, li vede lottare con altri uomini per non essere uccisi. È un mondo desolato, non c’è elettricità, acqua, niente. Il padre, disilluso e malato, cerca di proteggere il figlio, di non fargli sapere tutto ciò di cui sono capaci gli uomini; il figlio, invece, è ora spaventato ora convinto di poter trovare un posto migliore dove vivere. Ecco, in queste condizioni, ogni tanto padre e figlio sognano: quello che abbiamo riportato è un sogno del padre. È terribile, ed è ovviamente una metafora di quello che sta loro accadendo e, soprattutto, della paura e della disillusione del padre: c’è una caverna buia, lunga, inospitale, che porta a un’enorme caverna dove vive un mostro cieco – cieco come sono diventati gli uomini. È una creatura primitiva, stolta, ed è fatta di vetro: dietro la sua pelle, il padre che sogna vede gli organi, come succede in certi invertebrati la cui pelle è trasparente. È a questo che sono ridotti gli esseri umani: a bestie immonde per le quali contano soltanto i bisogni elementari. È un sogno che commenta la condizione disperata in cui si trovano i protagonisti, ne è metafora e immagine indimenticabile. E tuttavia, in questa situazione estrema, anche per il padre e il figlio c’è un desiderio (solo il padre sa che è forse irrealizzabile): vedere il mare, ricominciare, trovare magari qualche uomo buono con il quale condividere un pezzo di strada.

 

Crediti immagini
Apertura: Collage delle incisioni realizzate da Gustave Doré e dedicate a Don Chisciotte (Wikimedia Commons)
Box: Il matrimonio tra Renzo e Lucia (Wikimedia Commons)

 

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