Democrazia e significati del voto. La proposta di Jürgen Habermas

Beatrice Collina

Il voto è lo strumento democratico per eccellenza. Tuttavia, all’interno dei modelli di democrazia elaborati da filosofi e giuristi, esso può assumere significati molto diversi tra loro.

Esponente della seconda generazione della Scuola di Francoforte, il filosofo tedesco Jürgen Habermas (n. 1929) intraprende sin dagli anni Novanta una raffinata analisi dei sistemi democratici contemporanei, affermandosi come una delle voci più autorevoli nel dibattito internazionale su questi temi.

 

Un modello contemporaneo di democrazia

Per Habermas, il voto costituisce un momento necessario, ma non sufficiente della vita democratica di uno Stato. Sebbene da un punto di vista pratico la chiamata alle urne si confermi il mezzo più efficace attraverso cui i cittadini prendono decisioni, Habermas ritiene che una vera democrazia non possa esaurirsi in questo singolo atto. Una vita democratica autentica si concretizza infatti nell’accesso a informazioni complete e trasparenti, nella partecipazione continuata e consapevole dei cittadini alla vita pubblica, nel confronto razionale tra le diverse posizioni in gioco.

Secondo il modello deliberativo (o procedurale) che Habermas sviluppa nel testo Fatti e norme (1992), esistono due “spazi” all’interno di un sistema politico: il «centro» e la «periferia». Pur essendo ambiti distinti, in democrazia centro e periferia non si chiudono l’uno all’altra, ma comunicano tra loro in modo costante e reciproco. La periferia è il motore propulsivo del processo democratico: a questo livello, emergono e si confrontano in via preliminare le opinioni relative alle «situazioni sociali problematiche». Il centro del sistema, costituito dalle istituzioni statali, deve essere pronto a ricevere i contenuti trasmessi dalla periferia e rielaborarli sotto forma di leggi e provvedimenti che, a loro volta, verranno sottoposti ai cittadini per essere approvati o respinti, ricorrendo prevalentemente allo strumento del referendum.

Habermas prende così le distanze da uno dei maggiori giuristi del Novecento, l’austriaco Hans Kelsen (1881-1973), riferimento essenziale nel dibattito sui sistemi democratici. Per Kelsen, la democrazia è democrazia parlamentare: nel cuore istituzionalizzato del sistema, i partiti si confrontano e decidono rispettando procedure condivise. L’impegno politico dei cittadini si esaurisce nella scelta dei propri rappresentanti, in accordo con un sistema elettorale proporzionale. Il meccanismo democratico è quindi collocato al centro del sistema; l’elemento partecipativo, proprio della periferia, viene al contrario tralasciato. È su quest’ultimo elemento che Habermas dissente.

 

Scegliere democraticamente. Pregi e criticità del principio di maggioranza

Sia che le decisioni siano prese a livello informale (periferia) sia che siano prese all’interno delle istituzioni (centro), anche nel modello di Habermas si pone un problema: l’unica regola che permette di non prolungare in modo indefinito il confronto su un tema rilevante è il principio di maggioranza. Si tratta però di un principio meramente quantitativo. Nella realtà, la maggioranza può essere indotta a una determinata scelta da fattori non strettamente legati ai contenuti in discussione, si pensi al carisma di un leader o alla disinformazione. Se è inoltre legittimo che sia la maggioranza a tracciare la direzione politica, alla parte minoritaria deve essere sempre garantita la possibilità di esprimere le proprie ragioni, che in futuro potrebbero risultare “vincenti”.

È perciò necessario rispondere alla seguente domanda: come salvaguardare la regola di maggioranza, e la sua innegabile efficacia, evitando di ridurre esclusivamente a essa il significato più profondo della democrazia? La soluzione di Habermas consiste proprio nel coniugare l’elemento quantitativo del principio di maggioranza con quegli elementi qualitativi a cui un sistema democratico non dovrebbe mai rinunciare: trasparenza, partecipazione, razionalità argomentativa. In questo, Habermas risente dell’influenza del filosofo statunitense John Dewey (1859-1952), il quale riteneva che «la regola di maggioranza, considerata esclusivamente come regola di maggioranza, è sciocca come i suoi detrattori l’accusano di essere. Sennonché essa non è mai soltanto una regola di maggioranza […]» perché «la cosa più importante sono i mezzi attraverso cui una maggioranza riesce infine a essere maggioranza». (Cfr. Habermas, Fatti e norme 1992, pp. 359-360).

 

Partecipazione, voto e rappresentanza politica. Un tentativo di sintesi

Nei contesti geograficamente circoscritti del passato, più semplici da gestire a livello politico come le poleis greche, le democrazie erano democrazie dirette: nell’Atene del V secolo a.C., ad esempio, i cittadini intervenivano in prima persona nelle questioni pubbliche. Si trattava però di un numero esiguo di persone, perché la categoria di “cittadino” era applicata solo ai maschi, adulti e proprietari. Con la nascita, in età moderna, degli Stati-nazione aumenta la complessità dei sistemi democratici e si amplia progressivamente il numero di coloro che partecipano alla vita politica. Le democrazie diventano democrazie rappresentative: i cittadini eleggono i propri rappresentanti, i quali non rispondono ad alcun vincolo di mandato. Una volta eletti, essi non rappresentano esclusivamente gli interessi dei propri elettori, ma dell’intera popolazione. Storicamente, la democrazia si è perciò concretizzata in forme differenti: da qui, il secolare dibattito su quale sia la sua versione più autentica e su cosa significhi di fatto il concetto di «governo del popolo».

Jürgen Habermas sul significato del voto in democrazia:

«Il senso del voto democratico non è quello di fotografare la gamma delle opinioni quali si manifestano allo stato brado, bensì di riflettere il risultato di un processo pubblico di formazione dell’ opinione. Il voto espresso nella cabina elettorale acquista il peso istituzionale di una compartecipazione democratica solo in relazione ad opinioni articolate pubblicamente, formatesi attraverso la comunicazione e lo scambio di informazioni, motivazioni e posizioni pertinenti ai singoli temi». (Habermas, La Repubblica, 12 aprile 2011)

Il merito della prospettiva di Habermas è di andare oltre la semplice contrapposizione tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa. Nella periferia, il cittadino ha l’opportunità (non l’obbligo) di prendere parte alla vita pubblica. All’interno delle società complesse contemporanee, questo può avvenire principalmente attraverso le iniziative di organizzazioni e associazioni, che sono impegnate su questioni specifiche. Habermas riesce a includere nel suo modello, e quindi a salvaguardare, il momento partecipativo, proprio delle forme di democrazia diretta; allo stesso tempo, riconosce l’inevitabilità del ricorso alla rappresentanza politica, perché sarebbe di fatto impraticabile il coinvolgimento in prima persona di ogni cittadino per ogni decisione all’ordine del giorno.

In un simile modello, il voto non può essere considerato democratico se ridotto a semplice conteggio, sia che si tratti di scelta informale nei dibattiti pubblici sia che costituisca un momento istituzionalizzato come nel caso di elezioni politiche, amministrative e referendum. Per evitare che questo accada, per Habermas è quindi necessario che le democrazie mettano in campo a tutti i livelli meccanismi e procedure, in grado di dare non solo forma, ma anche sostanza a questo atto.

Per un approfondimento sul percorso intellettuale di Jürgen Habermas e sulle sue posizioni filosofiche si rimanda all’intervista di Markus Schwering, tradotta in italiano su La Repubblica del 30 luglio 2014:

http://www.repubblica.it/cultura/2014/07/30/news/habermas_la_mia_critica_della_ragione_disperata-92745499/

(Crediti immagini: Wikipedia e EuropaPont, flickr)

Per la lezione

Prosegui la lettura

Commenti [1]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *