È più cieca la fortuna o la ragione? Le considerazioni paradossali di Montaigne

Claudio Fiocchi

Per un filosofo quello di fortuna è un concetto assai sospetto: che cosa si cela dietro questo termine? La Provvidenza divina sotto altro nome? Una catena di eventi ben determinata ma non prevista per la nostra cecità?

Qualche filosofo però considera la fortuna con più indulgenza e ne fa uso per chiarire alcuni aspetti della sua visione del mondo: Michel de Montaigne.

 

Montaigne e i Saggi

Michel Eyquem de Montaigne (1533-1592) è un filosofo francese poco presente nei manuali scolastici, ma quanto mai stimolante. Uomo di diritto e per un certo periodo sindaco della città di Bordeaux, scrisse un’opera fondamentale della filosofia, i Saggi: una corposa raccolta di riflessioni che aprono brecce nelle certezze comuni. L’opera fu pubblicata a più riprese dall’autore con aggiunte e correzioni: segno di un lavoro incessante di revisione del proprio scritto che corrisponde all’attività di revisione del proprio pensiero e delle proprie convinzioni.

Montaigne è convinto che la condizione umana sia caratterizzata da instabilità e mutevolezza. L’identità stessa del soggetto che scrive muta con il tempo e così le correzioni e le aggiunte che Montaigne annota lungo i margini del suo testo esprimono, come scrive Fausta Garavini nell’introduzione ai Saggi dell’edizione Bompiani (Milano 2012), l’Io di oggi che dialoga con l’Io di ieri.

 

Il termine “fortuna”

Nel corso delle sue riflessioni Montaigne usa più volte la parola fortuna in modo apparentemente casuale. Ma che parlare di fortuna fosse comunque sospetto emerge da un rilievo mosso a Montaigne dai censori cattolici, che a “fortuna” avrebbero preferito “provvidenza”. Al suo arrivo a Roma, durante il viaggio in Italia (1580-1581), il testo degli Essais venne sequestrato e sottoposto a un’indagine e al filosofo francese vennero mossi vari rilievi.

Montaigne però non cambiò il termine e anzi in una successiva edizione degli Essais ribadì la sua scelta. Dato che la teologia e i suoi argomenti sono troppo elevati per un discorso come il suo – afferma -, perché dovrebbe impiegare termini più santi, quando a interessarlo sono le fantasie umane e non le verità di fede?

Montaigne quindi predilige il termine “fortuna” per varie ragioni, come segnalare la distanza da un discorso di valore elevato, ma anche perché è convinto che il mondo sia infinitamente mutevole e così pure l’Io della persona. “Fortuna”, allora, è un termine comodo per sintetizzare l’imprevedibilità della vita e della storia.

 

Come agisce la fortuna

Alla fortuna come regola degli eventi Montaigne dedica una lunga riflessione dal titolo La fortuna si trova spesso sulla via della ragione.

Per un osservatore della vita politica e sociale, la fortuna è una componente dell’esistenza. In politica è addirittura invocata come mezzo di scelta, come quando Platone lascia che sia la sorte a stabilire quali tra i buoni della sua città perfetta possono sposarsi tra loro.

Più spesso la fortuna si presenta come una catena di eventi che sembrano obbedire a un criterio di razionalità e giustizia. Montaigne illustra questo concetto con numerosi esempi. Per esempio, il duca Valentino per uccidere un certo cardinale gli fece recapitare una bottiglia di vino avvelenato, che però fu bevuto dal padre del duca, il papa Alessandro VI.

La fortuna inoltre è mutevole: in alcuni assedi le mura sono crollate per pura fortuna, in altre per pura fortuna non sono crollate benché fossero state minate. A volte, poi, la fortuna converte un gesto nel suo contrario: il pittore Protogene, irritato per come stava dipingendo il muso di un cane, gli lanciò contro una spugna piena di colore, e rese più vivace il dipinto.

La fortuna sembra quindi agire come una sorta di giustizia che volge un progetto nel proprio contrario.

 

Fortuna e ragione

Se la fortuna sembra assomigliare a una sequenza di eventi spesso dall’esito beffardo, la ragione è un valido rimedio? Per nulla: nell’Apologia di Raimon Sebond, Montaigne passa in rassegna molte convinzioni (come la superiorità dell’uomo sugli animali) e teorie filosofiche per arrivare alla mesta conclusione che la ragione è tanto diversa, variabile, cieca e sconsiderata quanto lo è la fortuna. Di fatto, essa non si rivela una guida certa né è capace di far luce sui misteri della religione – Montaigne scrive nell’epoca delle guerre di religione tra cattolici e protestanti – e per questo il filosofo francese approda a una serena accettazione dei limiti umani.

Il concetto di fortuna riesce quindi ad esprimere l’assurdità della vita e la difficile relazione tra i nostri desideri e l’esito dei nostri sforzi per realizzarli. Anzi, secondo lo studioso Hugh Friedrich (autore di monografia dedicata a Montaigne del 1949), l’insegnamento che si trae dallo studio della fortuna è proprio un invito ad abbandonare progetti e pianificazioni, perché la fortuna non si lascia imbrigliare dalla volontà umana, ma se ne prende gioco.

 

Una pratica di vita

Quella sulla fortuna è solo una delle tante riflessioni che portano verso una strada più ampia: per un soggetto fragile come è l’uomo, incapace di raggiungere una vera conoscenza e in possesso di una ragione che è poco più dell’istinto degli animali, Montaigne propone come ideale la salute, che non è solo fisica, spiega Sergio Solmi (in un saggio introduttivo ai Saggi, Adelphi, Milano 1966), ma un più profondo equilibrio e una pratica di vita, raggiunti nel lungo lavoro di liberazione dalle paure e dalle convinzioni di tutti i giorni, una volta che sia stata messa a nudo la loro mancanza di fondamento.

Leggendo questo articolo ti puoi fare un’idea più chiara del pensiero di Montaigne
http://www.repubblica.it/cultura/2014/05/29/news/compagnon_vi_racconto_montaigne_nuova_star_della_radio-87525002/


Crediti immagini
Apertura:
Ritratto di Michel de Montaigne (Wikimedia Commons)
Box: 
Montaigne ritratto con la catena dell’Ordre de Saint-Michel conferitagli nel 1571 da Carlo IX (Wikimedia Commons)

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