I muri di Bauman

Claudio Fiocchi

Uno dei più acuti osservatori della nostra epoca, il sociologo Zygmunt Bauman (1925-2017), ha coniato la felice espressione “società liquida”, per indicare una società priva di strutture stabili, caratterizzata da rapporti deboli, soggetti a rapidi cambiamenti che sono imposti dalla globalizzazione. Una società è liquida, spiega Bauman in Vita liquida (Laterza, Roma-Bari 2007), se le situazioni cambiano prima che gli individui riescano a trasformare i loro modi di agire in abitudini e procedure: è quindi facile capire che la società liquida è contrassegnata dalla precarietà.

 

Le paure liquide

L’aggettivo “liquido” si è rivelato così azzeccato da contagiare altri sostantivi, come “paura”. Di che cosa abbiamo paura? Secondo Bauman, nella società attuale i nostri timori sono molti. Esistono le paure immediate, dovute a un pericolo incombente, come quando un rapinatore ci minaccia arma alla mano. Esistono inoltre paure derivate, che sono una sorta di ipersensibilità o di insicurezza verso il mondo là fuori e i suoi aspetti meno noti e spesso meno sperimentati.
Esiste però anche un terzo tipo di paura, quella tipica del mondo globalizzato, che nasce da notizie di minacce imminenti, come il millennium bug, il virus della mucca pazza, i cibi transgenici… un insieme di paure che danno la sensazione di vivere su una sottile lastra di ghiaccio, che può spezzarsi da un momento all’altro.
Queste paure, “liquide” perché diffuse senza barriere, sono molte e variano a seconda delle condizioni sociali, ma condividono la caratteristica di apparire insormontabili in una società individualistica, dove i legami sociali sono andati spezzandosi.

 

La paura dell’altro

Tra le molte paure che assillano l’uomo della società liquida contemporanea vi è quella degli altri, immigrati, profughi e più in generale “estranei” al nostro gruppo sociale. Bauman analizza con attenzione due strutture abitative che questa paura genera: i campi profughi e i quartieri fortificati.
I campi profughi, recintati e regolamentati, costituiscono una sorta di “transitorietà congelata” (come Bauman scrive in La società sotto assedio, Laterza, Roma-Bari 2003): un luogo di passaggio, ma che non cessa di esistere, dove il tempo delle persone è sospeso in attesa di qualcosa, mentre le loro identità vanno trasformandosi sotto il peso degli eventi.
Dietro i muri o i recinti dei campi profughi sono “inimmaginabili”, perché le società che li hanno confinati non sanno immaginare come ricollocarli. Rimandarli da dove sono partiti, luoghi di violenze e distruzione, non è possibile; ma neppure mandarli avanti, verso altre destinazioni sembra una scelta percorribile, non fosse altro per l’ostilità che provocherebbe nei nuovi ospitanti.
Il muro come mezzo di sicurezza sembra agli occhi di Bauman l’ultima illusione della nostra epoca. Erigere muri veri e propri o altre forme di limitazione della mobilità non riuscirà a fermare l’ondata migratoria che dai paesi meno fortunati si dirige verso l’Occidente e ciò per il semplice fatto che in una società globalizzata lo Stato nazione non ha il potere di fermare eventi globali.

Per approfondire questo concetto puoi leggere questa intervista a Bauman
https://openmigration.org/idee/intervista-a-zygmunt-bauman/

Agli occhi di Bauman, i muri sono quindi solo una manifestazione dell’ennesima paura della società globalizzata e una prova dell’incapacità degli Stati di creare da soli una condizione di sicurezza nel mondo globalizzato. Essi, però, costituiscono anche un tradimento dei valori su cui si basa la stessa fondazione dell’Europa, ossia il superamento delle barriere tra i diversi popoli che si erano combattuti per secoli.

 

Chiudersi dietro un muro: la mixofobia

I muri che Bauman analizza non sono solo quelli che impediscono agli estranei di mescolarsi con la società, ma anche quelli che gruppi di individui, in genere abbienti, costruiscono intorno a sé per proteggersi dai pericoli del mondo. Bauman prende in considerazione quei complessi residenziali circondati da mura e telecamere, sorvegliati da una vigilanza interna, che stanno sorgendo ai bordi dei centri abitati dei paesi industrializzati. Quartieri come questi sono la negazione della città, che è da sempre il luogo nel quale l’interazione con gli estranei è la norma.
L’estraneo, spiega Bauman, è un’incognita: in quanto tale, non sappiamo cosa voglia e come agisca. La città richiede quindi l’abilità di comunicare con gli estranei. Al contrario, chi è animato da mixofobia, dalla paura di mescolarsi con gli altri, sceglie di non sviluppare quest’arte.
Perché chiudersi dietro un muro invece di sviluppare un dialogo, si chiede Bauman (Cose che abbiamo in comune, Laterza, Roma-Bari 2012)? A suo avviso, per due ragioni psicologiche: innanzitutto, perché l’altro, l’estraneo, il profugo ci costringe a guardare noi stessi attraverso i suoi occhi, vedendo forse qualcosa da cui vorremmo fuggire. Inoltre, perché partecipare a una vita comune può spaventare per i suoi rischi e le sofferenze.

Passando con grande abilità dal piano sociologico a quello psicologico, Bauman ci pone quindi di fronte a uno dei dilemmi della nostra epoca: il muro è un’effettiva protezione o solo una soluzione momentanea, che invece di risolvere un problema di convivenza lo alimenta? Per giocare con le metafore di Bauman, potremmo chiederci se i muri possano resistere alla liquidità della società o siano essi stessi destinati a diventare liquidi.

 

Crediti immagini
Apertura: Gated community (Flickr)
Box: Entrata del campo profughi di Latina (Wikimedia Commons)

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