Il muro violato e il peccato originale di Roma

Michela Mariotti

Roma, anno zero. Due gemelli di Albalonga, abbandonati alla nascita, ma discendenti di Enea e figli di Marte, decidono di fondare una nuova città nei luoghi in cui sono stati allevati, alla foce del Tevere. Per stabilire chi tra loro debba dare il nome alla nuova città e governarla, non potendo affidarsi al criterio dell’età, Romolo e Remo traggono gli auspici osservando il volo degli uccelli (auspicium, da avis, «uccello», e specio, «osservare»). Il favorito è Romolo ed è lui che procede all’atto fondativo: sul Palatino, il colle da lui prescelto (Remo aveva optato invece per l’Aventino), il re indossa, secondo il rito etrusco, una toga che gli copre il capo alla maniera di Gabii (cinctus Gabinus), aggioga a un aratro dal vomere di bronzo un toro e una vacca, bianchi entrambi, li orienta in senso antiorario e traccia il solco primigenio, sollevando ogni tanto l’aratro dove prevede l’apertura delle porte nella cinta muraria. La terra scavata dall’aratro che disegna il solco di fondazione (la fossa) è sollevata e riportata sul lato interno del perimetro: questo tracciato di zolle costituisce già il murus, santo e inviolabile come le future mura di Roma.

Ma perché tutto questo sia possibile, è necessario che Remo esca di scena.

Ed è sulla morte di Remo che le fonti storiche e la tradizione letteraria si dividono. Si possono distinguere due versioni del mito: una accusa Romolo di fratricidio, l’altra cerca invece di scagionare il re fondatore, obliterandone la colpa o trasferendola ad altri.

Secondo lo storico d’età augustea Livio, tra i due fratelli nacque una disputa sugli auspici: Remo avrebbe ricevuto per primo l’augurio favorevole avvistando sei avvoltoi, a Romolo ne sarebbero comparsi il doppio, ma in un secondo momento. La gioventù che accompagnava i due fratelli allora si divise: chi parteggiava per Remo avvalorò l’anteriorità del presagio, chi tifava per Romolo il numero degli uccelli, con il risultato che i gemelli furono entrambi acclamati re. La contesa degenerò in violenza e Remo perse la vita nello scontro: ibi in turba ictus Remus cecidit (Liv. 1, 7, 2). Un delitto senza colpevole, quindi, e un re fondatore senza peccato.

Livio però riferisce anche un’altra versione dei fatti, presentata come la più nota (vulgatior): …ludibrio fratris Remum novos transiluisse muros; inde ab irato Romulo, cum verbis increpitans adiecisset: «Sic deinde, quicumque alius transiliet moenia mea», interfectum, «per deridere il fratello, Remo oltrepassò il muro appena tracciato; quindi Romolo in preda all’ira, dopo aver soggiunto, rimproverandolo a parole: «Così finirà chiunque altro oltrepassi le mie mura!», lo uccise».

È la versione più antica, risalente a Ennio (il fr. 102-103 V. conserva infatti le parole pronunciate da Romolo nell’atto di uccidere il fratello). A ben vedere però anche in questa versione la colpa di Romolo gode di alcune attenuanti: il delitto è commesso d’impulso, sotto la spinta dell’ira, in risposta a una provocazione gratuita di Remo, che oltrepassa il muro per schernire il fratello.

Nessuna premeditazione.

Ben più duro il giudizio di Cicerone: «Un’apparenza di utilità (species utilitatis) spinse l’animo di Romolo: poiché gli sembrava più vantaggioso (utilius) regnare da solo piuttosto che con un altro, uccise suo fratello. Dimenticò il vincolo dell’amore fraterno (pietas) e della civiltà (humanitas) per poter conseguire ciò che sembrava un vantaggio e non lo era (quod utile videbatur neque erat), e tuttavia accampò il pretesto del muro, una parvenza di onore (species honestatis) né degna di approvazione né certo adeguata» (De Officiis 3, 41).

Siamo nel 44 a.C. Cicerone è preoccupato dal crescente potere di Cesare e dalla connotazione monarchica del suo governo, e certo con il pensiero rivolto anche a Cesare egli accusa il primo re di bieco opportunismo: pur di regnare da solo, Romolo arrivò a uccidere suo fratello. Il muro profanato? Un vile pretesto per nascondere la sua colpa.

In realtà l’ombra della cupido regni è presente anche nella narrazione liviana, ma dislocata all’inizio del racconto, come causa della vergognosa contesa (foedum certamen) che nacque in seguito agli auspici tratti dai due gemelli (Liv. 1, 6, 4); una considerazione moralistica, lasciata sullo sfondo della prima versione del mito, quella che solleva Romolo da ogni responsabilità.

Il fatto è che nell’età augustea il muro oltrepassato da Remo e il fratricidio di Romolo non sono semplicemente elementi di un racconto che dà forma mitica alla nebulosa preistoria di Roma, sono temi carichi di una scottante attualità politica. Dopo Azio (31 a.C.), Augusto intende presentarsi come un secondo fondatore dello stato finalmente pacificato, e a tal fine punta sull’identificazione con il re fondatore e guerriero, di cui pare che inizialmente volesse assumere anche il nome (cfr. Dione Cassio 53, 16, 7-8), rinunciandovi poi per evitare l’associazione con altri dittatori, come Silla o lo stesso Cesare, che avevano sfruttato la figura di Romolo a fini propagandistici. Ma l’identificazione nel fondatore di Roma può essere rischiosa: il mito presenta aspetti imbarazzanti, potenzialmente distruttivi per chi si proponga come alter Romulus, specialmente quando essi trovano una sinistra corrispondenza nella realtà della storia. Nella difficile transizione verso il principato, non era politicamente opportuno per Augusto richiamarsi al fondatore della monarchia, e di una monarchia istituita in seguito a un fratricidio, soprattutto quando anche Augusto, il pacificatore, aveva la sua parte di responsabilità nella guerra fratricida.

Era necessario quindi riscrivere il mito, obliterarne i tratti scomodi.

Ed ecco che nelle narrazioni prorumulee spunta persino un oscuro personaggio, un tale Celere, sovrintendente di Romolo alla costruzione delle mura, su cui si fa ricadere la colpa dell’omicidio di Remo. Nella variante attestata da Diogene di Alicarnasso, attivo a Roma dal 30 all’8 a.C. (e accolta da Diodoro Siculo, 8, 6, 2; Plutarco, Vita Romuli 10, 1-3; Servio, ad Aen. 11, 603), Remo salta al di là delle mura per dimostrare che sono inutili alla difesa, e viene ucciso da Celere: una reazione d’impulso e precipitosa (cos’altro aspettarsi da chi porta la rapidità nel nome?), sproporzionata all’entità del crimine, soggetto a sanzione ma non certo alla pena capitale. Romolo è esente da ogni colpa.

L’ambiguità dell’identificazione tra Augusto e Romolo, la tensione tra le varie versioni del mito affiorano nella raffinata tessitura dei Fasti di Ovidio. A prima vista Ovidio segue la versione proromulea che sposta su Celere la responsabilità dell’omicidio. Con alcune, significative differenze. Celere agisce con rapidità, abbatte Remo che ironizza sulle mura (his populus … tutus erit?, «con queste il popolo sarà al sicuro?», 4, 842) e le scavalca. Ma la sua non è un’iniziativa personale, come nella versione più nota: è stato Romolo ad affidargli l’incarico di vigilare sulle opere di fortificazione: neve quis aut muros aut factam vomere fossam / transeat; audentem dede neci, «che nessuno oltrepassi o il muro o la fossa scavata col vomere; se qualcuno osa farlo, mettilo a morte» (4, 840). Ignorando l’editto, Remo va incontro al suo destino. Romolo non è l’esecutore materiale del delitto, ma il suo ruolo non è affatto privo di responsabilità come nella versione originaria.

Ma c’è di più. Come osserva A. Barchiesi (Il poeta e il principe, Bari 1994, p. 149 s.), la locuzione dede neci, non comune in poesia augustea, ha un precedente significativo nelle Georgiche, in un precetto dato all’apicoltore il cui sciame abbia due comandanti: deterior qui visus, eum, ne prodigus obsit, / dede neci: melior vacua sine regnet in aula, «quello che ti è sembrato inferiore tu mettilo a morte perché non sia dannoso: lascia che il più forte regni nella reggia deserta». È quanto è accaduto per mano di Celere: ora Romolo può regnare da solo. Riemerge nella filigrana dell’intertestualità l’accusa di Cicerone: Romolo ha eliminato il fratello per calcolo politico, ritenendo più vantaggioso regnare da solo piuttosto che con un altro.

E ciò che Ovidio, il poeta che finisce la sua vita nell’esilio di Tomi, può solo suggerire sotto la superficie del testo, accogliendo una tensione irrisolta tra verità conflittuali, diventerà pochi decenni più tardi il grido del poeta epico Lucano, che nel fratricidio di Romolo vede la colpa collettiva che condanna il popolo romano alla guerra civile (Bellum Civile 1, 95-97): fraterno primi maduerunt sanguine muri, / nec pretium tanti tellus pontusque furoris / tunc erat: exiguum dominos commisit asylum, «le nostre prime mura grondarono di sangue fraterno, e allora il premio di una follia così violenta non era la terra o il mare (come nello scontro tra Cesare e Pompeo): un angusto rifugio (la Roma delle origini) spinse alla lotta i padroni».

Come nell’epodo 7 di Orazio, composto nel 38 a.C., nel pieno della guerra civile, la coazione dei Romani a farsi la guerra deriva dalla colpa di Romolo, è una reiterazione del fratricidio originario: Sic est: acerba fata Romanos agunt / scelusque fraternae necis, / ut inmerentis fluxit in terram Remi / sacer nepotibus cruor, «È così: spinge i Romani un atroce destino e l’empietà dell’uccisione del fratello, quando il sangue di Remo innocente fu versato a terra, diventando una maledizione per i discendenti» (epodo 7, 17-20).

Non c’è traccia della provocazione di Remo, della violazione del muro tracciato da Romolo. Remo è dichiarato inmerens, un innocente. Resta solo quel muro bagnato dal sangue fraterno, simbolo di sopraffazione e dell’esclusione dal potere.

 

Sulla fondazione di Roma e sui primi secoli della sua storia puoi vedere
Dal Mito alla storia – Parte 2 – Fondazione di Roma – YouTube

 

Crediti immagini
Apertura: 
Romolo segna col l’Aratro una linea intorno al Monte Palatino, per fabricarvi le mura, della Città di Roma (thorvaldsensmuseum.dk)
Box: 
Romolo e Remo traggono auspici dal volo degli uccelli per decidere chi dei due avrà diritto a regnare (Wikimedia Commons)

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