Il sogno tra precognizione e premonizione: ieri e oggi

Andrea Ercolani

– “Dormi! È stato solo un (brutto) sogno”: queste le parole che i genitori vengono ripetendo ai bambini fin dalla culla. E proprio queste parole, usate e abusate, evidenziano piuttosto chiaramente la percezione che la nostra società ha del sogno. Nella cultura moderna (almeno in quella media e dominante) il sogno è infatti considerato una non-realtà, un fenomeno evanescente privo di significato, fantasma di nessuna importanza. Una sorta di intermezzo che a volte (ma in realtà sempre) accompagna il sonno. Nel migliore dei casi, dopo il pionieristico saggio di Sigmund Freud sulla Traumdeutung (L’interpretazione dei sogni), il sogno è visto come evento psichico complesso, che offre una chiave d’accesso privilegiata alla psiche dell’individuo, aiuto alla comprensione delle sue pulsioni profonde perché non frenate dal controllo inibitore della razionalità.

Non era così nell’antichità. In tutte le culture antiche il sogno (assieme agli oracoli, ai presagi, alle visioni etc.) era considerato una “precognizione”, vale a dire la conoscenza acquisita per via paranormale di eventi che stanno per accadere o di azioni che (non) si devono compiere. Nelle culture classiche il sogno era riguardato come uno spazio privilegiato di contatto tra l’umano e il sovrumano. Proprio durante il sogno la divinità poteva manifestarsi all’uomo e trasmettergli i suoi messaggi, ora apertamente, in chiaro, ora con senso celato dietro l’ambiguità dell’immagine onirica. Gli esempi abbondano: limitiamoci a considerarne qualcuno preso più o meno a caso.

 

Un dio minore: Sogno

All’inizio del secondo canto dell’Iliade, Zeus, per soddisfare le richieste di Teti e soccorrere Achille oltraggiato dagli Achei, decide di inviare ad Agamennone un sogno ingannatore. In tutta la scena (vv. 1-36) il sogno è rappresentato come personificazione divina di una potenza sovrumana: Oneiros/Sogno è una sorta di divinità minore a tutti gli effetti, tant’è che Zeus gli rivolge direttamente la parola (“dopo averlo [= Oneiros] chiamato gli rivolse alate parole”, v. 7) e gli dà precise istruzioni. Oneiros ascolta gli ordini e subito obbedisce: raggiunge l’accampamento Acheo, si insinua nella tenda di Agamennone addormentato, si ferma sulla sua testa e, assunte le sembianze di Nestore, gli suggerisce direttamente quanto deve fare (τῷ μιν ἐεισάμενος προσεφώνεε θεῖος ὄνειρος, “prese le sue [= di Nestore] sembianze, gli [= ad Agamennone] indirizzò parole Oneiros divino”, v. 22). Al risveglio, Agamennone esegue puntualmente e senza esitazione le istruzioni ricevute. Perché il sogno è divino; perché il sogno viene dagli dèi e non lo si può ignorare. Se il sogno è ingannevole, come appunto qui, è perché gli dèi vogliono la nostra rovina.

 

Il sogno come presagio

Nella tragedia I Persiani di Eschilo, Serse, il Gran re persiano, è partito alla conquista della Grecia col suo smisurato esercito. Sua madre, la regina Atossa, consorte del defunto re Dario, è angosciata da quelle che definisce “notturne visioni”: i sogni. L’ultima di queste visioni viene accuratamente descritta dalla regina (vv. 180 ss.):

“Mi apparvero due donne in vesti adorne, una fasciata di pepli persiani, l’altra in doriche fogge; ed erano, per statura, assai più insigni di ogni donna vivente, e di bellezza impareggiabile, e sorelle nate dagli stesi genitori. Ed ecco che fra loro … sorse una lite, ma il figlio mio cercò di trattenerle, di calmarle, e le aggiogò al proprio carro applicando le cinghie sotto il collo. E una si gonfiò d’orgoglio per questa bardatura, e offriva docile la bocca al morso; l’altra invece recalcitrava, finché lacerò con le mani i finimenti del carro, strappò via con forza il morso e spezzò a mezzo il giogo. Mio figlio cade giù dal carro e Dario, suo padre, gli si avvicina e lo compiange”.
(trad. F. Ferrari)

Qui il messaggio veicolato dal sogno è una vera e propria premonizione: dietro una simbologia per nulla velata sono descritti il fallimento dell’impresa di Serse (= soggiogare la Grecia, come aveva fatto con la Persia) e la sua rovina (= il padre Dario, già morto, che gli si avvicina e lo compiange), e contemporaneamente la liberazione definitiva della Grecia dalla minaccia persiana. Il sogno, veritiero, descrive l’esito degli eventi anzi tempo.

Qui il sogno è patente nei suoi elementi e nel suo significato (anche in considerazione del suo carattere scenico e letterario, che doveva renderlo comprensibile agli spettatori). Ma nella normalità dei casi reali, i sogni risultavano incomprensibili ai loro sognatori: di qui la necessità di consultare interpreti esperti che potessero decifrarli e renderli intellegibili. Esisteva una vera e propria arte dell’interpretazione dei sogni, l’oneirocritica, di cui ci resta un manuale intitolato precisamente Onirocritica (Interpretazione dei sogni) di Artemidoro di Daldi (II-III sec.).

 

Il sogno è una cosa seria

Non so quale reazione avrebbe un lettore medio se in un manuale di storia leggesse ‒ poniamo il caso ‒ che Giuseppe Garibaldi ha intrapreso la spedizione dei Mille per averla vista in sogno. Nel migliore dei casi riterremmo il fatto nulla più che una curiosità aneddotica. Simili fatti, in linea generale, sono lontani dagli interessi dello storico. La storiografia classica, al contrario, si perita sistematicamente di riferire i sogni e presenta un’amplissima campionatura di personaggi di primo piano, illustri comandanti compresi, che hanno agito proprio sulla spinta di un sogno. Se anche quei sogni non sono mai stati sognati, il fatto che gli storici si premurino di riferirli sta a significare che il sogno era nell’orizzonte mentale dei lettori e che lasciarsi guidare dai sogni doveva essere convinzione condivisa, comunque non valutata negativamente.

Uno dei casi più emblematici di sogni che accompagnano spedizioni militari è il sogno di Annibale a Sagunto (su cui le fonti antiche insistono ripetutamente): un sogno che anticipa e illustra la spedizione in Italia e le connesse devastazioni. Tra i testimoni in lingua latina spiccano Cicerone, Sulla divinazione, 1.24.29; Livio 21.22.6-9, nonché Silio Italico 3.163-216.

Per tornare al sogno come “precognizione”, un esempio di “sogno ignorato” illustra bene la funzione del sogno come anticipazione della realtà. Gaio Giulio Cesare, sveglio, vede la moglie Calpurnia agitata nel sonno accanto a lui, gemente d’angoscia. Scoprirà che Calpurnia sognava di tenerlo morto tra le braccia. L’indomani Calpurnia lo esorta a posporre la seduta del senato e, se non credesse alla veridicità del suo sogno, si premurasse almeno di consultare altri sistemi di divinazione. Cesare non disdegna le parole della moglie, anzi, come riferisce Plutarco, “a quanto pare, anche lui fu preso da sospetto e paura” (Caes. 63.5), tanto che invia Antonio a cancellare la seduta. A questo punto, però, entra in gioco Decimo Bruto, uno dei congiurati, che con un ragionamento subdolo e razionalistico persuade Cesare a non dismettere il senato: quella seduta era stata indetta da Cesare stesso; che cosa avrebbero detto e pensato i senatori, se avessero saputo che era stata annullata per un brutto sogno di Calpurnia? E i senatori sarebbero stati convocati nuovamente “quando Calpurnia avesse avuto sogni migliori” (ὅταν ἐντύχῃ βελτίοσιν ὀνείροις Καλπουρνία)?

Il seguito è noto: Cesare si presenta alla seduta senatoria e viene massacrato a coltellate.

Il sogno di Calpurnia è dettagliatamente e appassionatamente raccontato da Plutarco, Vita di Cesare, 63.5-64.3 (il testo greco a questo link), ma ne trattavano anche altre fonti (tra gli altri Livio, menzionato da Plutarco stesso, e Svetonio, nella sua Vita di Cesare 81.4).

Un’ampia galleria di sogni è offerta da Cicerone nel primo libro del de divinatione (1.20.39-30.63), dove il fratello Quinto espone e commenta sogni considerati veritieri e rivelatori; nel secondo libro Cicerone passa a sostenere l’esatto contrario e dimostra l’inconsistenza dei sogni, per concludere il suo ragionamento con l’affermazione perentoria nihil igitur a deo somniis significari fatendum est, “bisogna ammettere che attraverso i sogni nulla viene indicato dal dio” (2.60.125). Curioso che sempre Cicerone userà il ‘sogno’ come espediente letterario (quasi ammettendone implicitamente la veridicità, almeno nel caso dei suoi fini contingenti) per esporre la sua teoria dello stato ideale: il cosiddetto Somnium Scipionis, VI libro e parte conclusiva del de re publica.

 

Sopravvivenze

Ma il convincimento che il sogno anticipi la realtà è persistente e quasi universale, e solo la cultura razionalistica tende a demonizzarlo e a liquidarlo come superstizione. Un caso ancora sotto gli occhi di tutti è ‘sognare’ i numeri al lotto, con la connessa ‘manualistica’ legata all’interpretazione nota come Smorfia napoletana: un manuale di consultazione in cui a determinate immagini oniriche sono associati i numeri da giocare. Qui, come in casi simili, si muove dall’assunto che nel sogno sono trasmesse all’individuo informazioni su squarci di futuro attraverso una cifratura simbolica che necessita di spiegazione. Si insiste, in buona sostanza, sul valore simbolico del sogno, quello stesso valore che costituisce l’assunto di partenza della Traumdeutung freudiana.

Il compito arduo è sempre “distinguer nei sogni il falso dal vero” (F. Guccini, Il vecchio e il bambino)

F. Guccini, Il vecchio e il bambino
https://www.youtube.com/watch?v=uG0q1pDjQaA (minuto 1.43)

 


Crediti immagini
Apertura:
Maschera di Agamennone (Wikimedia Commons)
Box: 
Possibile busto di Atossa (Wikimedia Commons)

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