Labor omnia vicit, dura condanna o condizione necessaria allo sviluppo dell’umanità?

Michela Mariotti

Che cosa pensavano i Romani del lavoro? “Stacanovisti” dell’impegno politico, della dedizione al valore supremo della civitas, consideravano davvero il lavoro come la più alta forma di promozione umana?

 

L’otium (e non il suo contrario) è il tempo della promozione umana

A ben vedere, a Roma l’attività pubblica non gode nemmeno del beneficio di un nome primitivo, ma è denominata dal suo contrario: negotium (da nec e otium) è «ciò che non è non-attività», un paradosso per la società romana arcaica, in cui l’individuo sembra non conoscere altra realizzazione al di fuori dello spazio sociale della civitas e del suo ruolo di cittadino-soldato. D’altra parte l’otium, che in origine indica la «pace interna» dello stato (in opposizione a pax che definisce la non belligeranza con gli stati esteri), con la progressiva conquista di uno spazio privato da parte del cittadino, finisce per designare il contrario del suo contrario, diventando negoti inopia, «mancanza di occupazioni» (Cicerone, De officiis 3, 2). Il tempo di pace dello stato si trasforma così nel tempo libero dell’individuo, il tempo in cui è possibile dedicarsi alla filosofia, alla letteratura, alle relazioni di amicizia autentiche. L’otium è lo spazio della formazione individuale del cittadino romano, il luogo privilegiato della sua promozione umana. E il lavoro?

 

Agricoltore-soldato, il mito del civis romanus

Nel modello repubblicano arcaico il cittadino è prima di tutto un agricola, un piccolo proprietario terriero, lavoratore in proprio di un piccolo fondo. È il modello esemplare di Lucio Quinzio Cincinnato, il vincitore degli Equi nel 458 a.C., che accolse la notizia della nomina a dictator mentre era impegnato ad arare il suo campicello di quattro iugeri (non più di 1 ettaro in tutto), noto da allora in poi come Prata Quinctia: secondo il racconto della tradizione (in particolare Livio 3, 26, 8 ss.) lasciato l’aratro, Cincinnato si deterse il sudore e la polvere, indossò la toga come richiesto dai delegati del senato e ascoltò la loro comunicazione ufficiale. E dopo aver sbaragliato il nemico, impresa che in tutto gli richiese sedici giorni, depose la carica (di norma di durata semestrale) per ritornare alla sua attività di agricoltore.

Onori, ricchezze, cariche pubbliche: non c’è brama di potere personale in Cincinnato, solo un puro e disinteressato spirito di servizio per la res publica. Poi il ritorno al quotidiano, che è polvere e sudore, duro lavoro dei campi.

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Ecco come ha rappresentato la scena il pittore francese Alexandre Cabanel in un dipinto del 1843 (Wikimedia Commons)

 

Le Georgiche, un poema sulla figura idealizzata dell’agricola

Quando Virgilio pubblica le Georgiche nel 29 a.C., all’inizio del principato di Augusto, l’assetto politico, sociale ed economico di Roma è profondamente mutato. La piccola proprietà terriera non esiste più, soppiantata dal latifondo e dall’economia schiavistica, mentre la produzione agraria italica è in crisi per l’afflusso di derrate a basso prezzo dalle province. Eppure, protagonista del poema georgico è ancora il piccolo proprietario terriero, l’agricola che lavora la terra con le proprie mani. In questa proiezione anacronistica si depositano i valori positivi del sistema etico repubblicano, in sintonia con il programma di risanamento morale promosso da Augusto: l’esaltazione delle tradizioni dell’Italia contadina e guerriera è conforme prima di tutto alla rappresentazione della guerra contro Antonio, culminata ad Azio nel 31, come scontro tra Occidente ed Oriente.

 

La necessità del lavoro umano

In primo piano nelle Georgiche campeggia il lavoro indefesso del contadino, la lotta interminabile dell’uomo per strappare alla terra i suoi frutti. Il poema si apre mostrando le opere dell’aratore e il patrimonio di conoscenze tecniche affinato nella quotidiana fatica dei campi. Un impegno tenace, estenuante e sotto costante minaccia di fallimento. Calamità naturali, eventi atmosferici, erbe infestanti: la natura nasconde infiniti pericoli che rischiano di vanificare in un colpo la fatica dell’uomo. Eppure, ricorda Virgilio al suo lettore, non è stato sempre così. Un tempo, nella mitica età dell’oro, durante il regno di Saturno-Crono, la terra offriva all’uomo abbondante nutrimento senza bisogno di essere coltivata. Sotto la forma del racconto mitico il discorso si fa serio: dopo appena cento versi dall’inizio del primo libro, Virgilio introduce la prima di una serie di digressioni che fanno da contrappunto alla trattazione didascalica mirando dritto al cuore del poema, e affronta subito il problema etico della necessità del lavoro umano.

 

L’assenza del lavoro nella mitica età dell’oro

Rievocando la generazione aurea dei mortali, quando «nessun colono lavorava i campi; neppure segnare terreni o dividerli con un confine era permesso; i beni acquistati andavano in comune e la terra da sola recava tutto più generosamente, senza bisogno di chiedere (ipsaque tellus / omnia liberius nullo poscente ferebat)» (Georgiche 1, 125-128; trad. A. Barchiesi), Virgilio si richiama a una lunga tradizione letteraria che risale al fondatore stesso dell’epos didascalico, il greco Esiodo, e al suo poema sul lavoro agricolo, Le opere e i giorni (fine dell’VIII secolo). Anche Esiodo insegnava che allora «gli uomini vivevano come dei, avendo il cuore tranquillo, liberi da fatiche e da sventure… tutti i beni erano per loro, la fertile terra dava spontaneamente molti e copiosi frutti ed essi tranquilli e contenti si godevano i loro beni tra molte gioie» (Le opere e i giorni, 112-119; trad. L. Magugliani). Perché dunque l’uomo ha perduto questa condizione di primigenia felicità?

Su Esiodo puoi leggere il “come te lo spiego” di Andrea Ercolani cliccando qui

 

L’intervento di Giove nella storia dell’uomo e la teodicea del lavoro

Virgilio concorda con Esiodo nel ricondurre l’abolizione dell’età aurea all’intervento di Zeus, che «ha nascosto» all’uomo i mezzi di sostentamento, ma se ne distacca significativamente nell’individuare la causa della decisione divina: non più l’ira di Zeus per l’inganno di Prometeo (l’iniqua e fraudolenta divisione di un bue sacrificato tra uomini e dei, a cui l’eroe civilizzatore destinò ossi spolpati nascosti da una coltre di grasso riservando ai mortali tutte le carni), ma un giudizio etico negativo sulle condizioni di vita della generazione aurea. Per Virgilio la fine dell’età dell’oro non è affatto la punizione di una colpa. Al contrario, essa segna l’intervento della provvidenza divina nella storia dell’uomo, come il poeta dichiara in questi versi cruciali, in cui definisce una vera e propria “teodicea”, una giustizia divina del lavoro umano (Georgiche 1, 121-124):

Pater ipse colendi

haud facilem viam voluit, primusque per artem

movit agros, curis acuens mortalia corda

nec torpere gravi passus sua regna veterno.

«Il padre Giove in persona decise che non fosse facile la via del coltivare, e per primo fece sì che i campi fossero arati, affinando i cuori dei mortali con gli affanni e non sopportando che il suo regno giacesse inerte in un pesante letargo».

 

Il gravis veternus, la malattia dello spirito che il lavoro è chiamato a sanare

Rendendo necessario il lavoro dei campi, Giove ha voluto riscattare l’umanità dalla condizione di patologica inerzia connaturata alla generazione aurea, una sorta di letargia spirituale (gravis veternus) in cui essa languiva beata ma inoperosa. Solo la dura necessità del lavoro, con i suoi affanni, acuisce l’ingegno dell’uomo, diventa opportunità di maturazione intellettuale e spinta alla scoperta tecnologica. È nel bisogno che l’uomo affina le proprie capacità tecniche e con l’esperienza sviluppa le varie artes.

La condanna etica virgiliana riflette l’ambiguità che caratterizza l’età dell’oro nella riflessione filosofica antica. Mentre sofisti e poeti di fronte alla crisi della polis vagheggiano un indistinto ritorno all’età dell’oro, Platone si chiede se il modello esistenziale della generazione aurea sia davvero desiderabile e nel Politico (272 b-d) avanza seri dubbi sulla reale felicità di quegli uomini che, appesantiti da cibi e bevande, vivevano appagando solo gli istinti più bassi della loro anima, condannati a rimanere a uno stadio intellettuale inferiore. E già nel dotto poema alessandrino di Arato, Fenomeni e Pronostici, una delle principali fonti delle Georgiche, Giove è definito come un padre che «nella sua benevolenza verso gli uomini … spinge i popoli al lavoro»; mentre è significativo che nell’età dell’oro di Arato, formatosi ad Atene alla scuola stoica di Zenone, sia presente già l’aratura, con uno scarto notevole dal modello esiodeo pur nella varietà e abbondanza dei prodotti naturali.

 

Due modelli di filosofia della storia a confronto

Ma l’aspetto più notevole nella teodicea virgiliana è la compresenza di due modelli distinti, e inconciliabili, di interpretazione della storia umana: il mito esiodeo delle cinque età (dall’età dell’oro alla contemporanea età del ferro, attraverso le fasi intermedie dell’argento, del bronzo e degli eroi) che descrive un inesorabile processo di decadenza dalla condizione “edenica” primordiale (il “paradiso terrestre” per sempre perduto), e la concezione atea, materialistica, che rappresenta la storia dell’uomo come ascesa lenta ma continua verso la civiltà, percorso di sviluppo a partire da un’età primitiva in cui la vita umana non differiva affatto da quella degli animali selvatici.

Di qui il carattere duplice e contraddittorio del lavoro, che è opportunità di sviluppo, condizione necessaria alla promozione umana, ma insieme lotta e fatica, metaforica guerra che l’uomo ogni giorno combatte contro la natura ostile per la propria sopravvivenza.

 

Un «dialogo interiore» con Lucrezio

Su questo tema Virgilio si misura in particolare con Lucrezio. Lucrezio rifiuta ogni idea di provvidenza nella storia dell’uomo: basta osservare con occhio disincantato la conformazione fisica del pianeta, argomenta il poeta-filosofo in un celebre passo sulla natura matrigna (De rerum natura 5, 195 ss.), per capire che il mondo non è stato affatto creato per il bene dell’uomo. L’uomo è riuscito a strappare a fatica una zona di terra coltivabile alla natura inospitale e selvaggia, una minima percentuale sul totale della superficie terrestre, ma anche questa conquista è precaria, insidiata dai molti incidenti che possono mandare in rovina il raccolto. E nella storia della civilizzazione narrata nel medesimo libro (5, 925 ss.), Lucrezio propone un modello di sviluppo dell’umanità che progredisce a poco a poco da un primitivo stato ferino.

Anche per Virgilio l’uomo è costretto a misurarsi con una natura ostile e matrigna. Non a caso il passo della teodicea sulla scoperta delle artes («affinché l’esperienza (usus) a forza di tentativi (meditando) forgiasse le diverse arti / a poco a poco (paulatim) e cercasse nei solchi la pianta del frumento», Georgiche 1, 133 s.), è una chiara allusione al passo lucreziano sullo stesso tema («la consuetudine (usus) e insieme l’esperienza della mente mai inerte (impigrae simul experientia mentis),/ a poco a poco (paulatim) insegnò agli uomini che marciavano lentamente verso il progresso» (De rerum natura 5, 1452 s.). Eppure, alle origini della storia umana Virgilio non ha voluto lo stato ferino, la primitiva dieta di bacche della retrospettiva lucreziana, ma un’età dell’oro di marca esiodea. Non solo. L’ostilità stessa della natura per il poeta delle Georgiche non è affatto una prova dell’indifferenza degli dei alle umane vicende, ma al contrario la manifestazione della volontà benevola e provvidenziale del padre Giove.

 

Dalla natura matrigna alla fede nella teodicea del lavoro

Un difficile compromesso, che trova espressione nella sententia conclusiva della teodicea, un’affermazione tutt’altro che trionfalistica: labor omnia vicit / improbus, «il lavoro ha trionfato su tutto, con la sua incessante fatica».

Attribuendogli una giustificazione morale e religiosa,Virgilio esalta il valore positivo del labor, l’ideale di operosità instancabile su cui il poema costruisce il suo senso, ma al tempo stesso, attraverso la combinazione di tradizioni letterarie e modelli filosofici eterogenei, il poeta riesce a comporre una visione problematica e non univoca della realtà.

Per un’agile presentazione delle Georgiche clicca qui (dal canale You Tube “Repetita didattica”)

Crediti immagine:

Apertura: illustrazione su pergamena delle “Georgiche” (Wikimedia Commons)

Box: mosaico con Virgilio (Wikimedia Commons)

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