L’amore, un desiderio senza fine. Lo spazio privato della passione nella crisi della tarda repubblica.

Michela Mariotti

L’intima lacerazione di chi ama

Odi et amo, un’antitesi lapidaria mette a fuoco la natura conflittuale dell’amore nei versi forse più famosi di Catullo, quell’unico distico che costituisce il carme 85:

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.

Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

Odio e amo. Perché lo faccio, forse mi chiedi.

Non lo so, ma sento che accade e mi tormento.

Un’analisi lucida ed essenziale, condotta con un inaudito livello di astrazione: nessuna traccia della donna amata (la nobile matrona romana Clodia chiamata Lesbia da Catullo), nessun riferimento alle vicende della coppia, alla loro storia d’amore. L’attenzione è tutta concentrata sulla dinamica delle emozioni e degli affetti che si agitano nel poeta innamorato. Emerge in primo piano l’inquietudine di chi si scopre lacerato da un sentimento conflittuale, indipendente dalla propria volontà.

Come sottolinea l’opposizione tra il transitivo faciam e l’intransitivo fieri, il contrasto di sentimenti che l’interlocutore fittizio del v. 1 attribuisce alla volontà del soggetto, per Catullo è un dato di fatto, un’affezione dell’anima di cui l’io poetico si limita a registrare i dolorosi effetti. L’analisi razionale non conduce affatto al dominio dei sentimenti, ma alla loro rassegnata osservazione (e la passività del soggetto è messa in ulteriore rilievo dalla forma medio-passiva excrucior in luogo del più comune riflessivo me excrucio).

 

Catullo, affetto da una passione irrazionale

Per Catullo l’incontro con Lesbia è l’evento fondamentale di tutta la vita. Lesbia è la donna amata nobis quantum amabitur nulla, «amata da me quanto nessun’altra sarà amata» (c. 8,5), oggetto di una passione esclusiva e totalizzante. La scelta stessa del criptonimo Lesbia, «donna di Lesbo», non è solo una celebrazione della raffinata bellezza dell’amata, degna perciò di essere paragonata alle ragazze che a Lesbo frequentavano il tiaso diretto da Saffo (VII-VI a.C.), ma ha soprattutto la funzione di assimilare il sentimento di Catullo alla passione irresistibile cantata dalla poetessa greca, che personalmente ha subito i ripetuti assalti di Eros sperimentandone la forza devastante: «Eros mi ha sconvolto la mente, come vento che dal monte si abbatte sulle querce» (fr. 47; trad. F. Montanari). Nel carme 51 Catullo fa proprie le parole di Saffo, imitando la famosa ode (fr. 31) sui sintomi psicofisici dell’amore, per dichiararsi affetto anche lui dalla medesima passione devastante che conduce allo smarrimento di sé: «non appena ti scorgo o Lesbia non mi resta niente …. ma la lingua è paralizzata, un fuoco sottile penetra giù per le membra, le orecchie ronzano di un suono interno, gli occhi si coprono di doppia notte» (vv. 6-12).

 

La forza antisociale dell’amore

Ma nella Roma repubblicana, nel sistema di valori sancito dal mos maiorum, non c’è posto per l’amore. L’amore è follia (insania, furor, rabies): la sua forza irrazionale e distruttiva è capace di sovvertire l’ordine sociale. Per questo la morale quiritaria relega l’amore in spazi marginali della vita del cittadino, tollerando le relazioni prematrimoniali o extraconiugali soltanto se intrattenute con partner socialmente degradate (schiave o cortigiane), e coartando la sessualità nella rigida forma giuridica del matrimonio, il cui scopo dichiarato è la procreazione dei figli. Dichiararsi vinto dalla forza irresistibile di Eros, come Catullo nel carme 51, implica il rifiuto del sistema etico tradizionale e l’affermazione dell’amore come valore unico ed esclusivo. Con Catullo, l’amore rivendica un proprio spazio nella vita del cittadino romano, afferma la priorità dei diritti dell’individuo sui doveri imposti dalla civitas.

Catullo stesso, consapevole della forza disgregante di Eros, della rivoluzione etica che farsene portavoce inevitabilmente comporta, chiude la sua ode saffica con un (paradossale) controcanto moralistico (c. 51, 13-16). L’otium, la mancanza di occupazioni pubbliche, è la causa della passione perturbatrice da cui è affetto: è l’otium che provoca perdita di autocontrollo (otio exsultas nimiumque gestis), l’otium che ha causato la rovina di re e città un tempo prospere.

 

«Dammi mille baci», un desiderio compulsivo

Eppure, di fronte alle chiacchiere malevole dei senes severiores, «i vecchi troppo severi», prevale la considerazione che la vita è una sola e per di più breve: nel carme 5 Catullo esorta Lesbia a sfidare le norme del mos maiorum (che i senes appunto rappresentano) perché solo l’amore dà senso pieno alla vita (Vivamus, mea Lesbia, atque amemus, / rumoresque senum severiorum / omnes unius aestimemus assis, «Viviamo pienamente, o mia Lesbia, e amiamoci, e le chiacchiere malevole dei vecchi parrucconi stimiamole tutte quante un soldo!», c. 5, 1-3). Un desiderio inarrestabile, che esplode nella richiesta euforica di baci: Da mi basia mille, deinde centum, / dein mille altera, dein secunda centum, / deinde usque altera mille, deinde centum («Dammi mille baci, poi cento, poi altri mille, poi ancora cento, poi ancora altri mille, e poi cento», vv. 7-9).

E a Lesbia che gli chiede quanti baci gli bastino, nel carme 7 il poeta risponde con immagini iperboliche: quanti sono i granelli di sabbia nel deserto della Cirenaica, quante le stelle in cielo nella notte serena, tanti, cioè, da non poter essere contati. Un desiderio senza fine, una passione ardente che non si placherà nemmeno quando i giorni dell’amore corrisposto saranno lontani, quando Catullo soffrirà per i tradimenti di Lesbia e la crisi apparirà senza uscita.

 

Amore e desiderio

Tecnicamente la relazione tra Catullo e Lesbia è stuprum, adulterio. Catullo la definisce aeternum … sanctae foedus amicitiae, «patto eterno di inviolabile amicizia» (c. 109, 6), un vincolo morale che impegna i due amanti alla fedeltà per tutta la vita e che il poeta affida alla protezione degli dei (Di magni facite … / ut liceat nobis tota perducere vita / aeternum hoc santae foedus amicitiae, 109, 3-6). Paradossalmente, il poeta attribuisce alla propria relazione adulterina un carattere di stabilità fondato sulla fides e sulla pietas, come nel matrimonio romano. E cerca di nobilitare il proprio sentimento per Lesbia attingendo ad altre sfere dell’affettività: l’amicizia, appunto, o l’amore parentale. Ma la promessa di fedeltà al patto tra amanti è ben presto tradita da Lesbia. Quando il poeta se ne rende conto, sperimenta una dissociazione tra le componenti affettiva e sensuale dell’amore: di fronte al tradimento dell’amata, nel carme 72 Catullo confessa a Lesbia di desiderarla ancora più ardentemente (impensius uror, v. 5), ma di non provare più per lei la stima e la benevolenza che fondano i legami familiari: Dilexi tum te non tantum ut vulgus amicam, / sed pater ut gnatos diligit et generos, «ti amai un tempo non soltanto come la gente ama un’amante, ma come un padre ama i figli e i generi» (vv. 3-4). Ora però il tradimento di Lesbia ha esacerbato il desiderio, la passione sensuale: Quod amantem iniuria talis / cogit amare magis, sed bene velle minus (vv. 7-8).

 

Catullo, “paziente” ideale per la medicina di Lucrezio

Caduta l’illusione dell’amore esclusivo ed eterno con Lesbia, Catullo resta prigioniero di quella passione, del desiderio inestinguibile per la donna amata. Una malattia dell’anima che impedisce il controllo di sé e della propria vita.

La condizione di Catullo, la sua conflittuale e infelice esperienza d’amore, è un esempio lampante della patologia descritta da Lucrezio alla fine del quarto libro del De rerum natura. Il poeta filosofo (anch’egli intellettuale non integrato nella società della tarda repubblica, ma la sua risposta al vuoto di valori è l’epicureismo e non certo l’amore), ha la sua medicina da offrire a chi è affetto da insania amoris. Perché, per Lucrezio, l’amore è un’illusione, un errore logico, l’effetto del mancato controllo della ragione sui dati della percezione sensibile. Ne è prova lampante proprio quella conflittualità connaturata all’amore, messa a nudo con lucido realismo nella scarna formulazione di Catullo, Odi et amo. Come pure la compulsione ossessiva dei baci moltiplicati fino al parossismo. Come, ancora, la lacerazione interiore di chi sente crescere in sé il desiderio, proprio quando si rende conto che il sogno dell’amore esclusivo per Lesbia è stata solo una bella illusione.

 

Il sesso tra innamorati non è pura voluptas

Per curare la malattia d’amore, Lucrezio pone l’innamorato di fronte alla realtà innegabile del proprio insaziabile desiderio. Nell’abbraccio gli amanti provano un’ansiosa incertezza, esitano, non sanno di che cosa godere prima, con gli occhi e con la bocca, del corpo dell’amata. Si stringono forte, fino a farsi male, strappano baci appassionati, mordono le tenere labbra (Lucr. 4, 1076-1081): la passione si colora di una paradossale violenza. Quando il sesso è “complicato” dall’amore, dice Lucrezio, il piacere non può essere «puro» (non est pura voluptas, v. 1081), e il sollievo che si prova nell’atto sessuale è solo parziale, momentaneo, perché si tratta di admixta voluptas (v. 1085), piacere inquinato dall’ossessivo attaccamento alla persona amata. Solo la pura voluptas (gr. hedonè katharè) è il sommo bene, il fine della filosofia epicurea, ed esso, una volta raggiunto, non può crescere ma solo variare.

 

Come Tantalo, l’amore è una sete che non può essere placata

Il desiderio degli innamorati, al contrario, è destinato a rimanere perennemente insoddisfatto, poiché ci si illude che la passione possa essere placata proprio dal corpo che della passione è origine e causa. Un patente errore logico, che è la natura stessa a confutare: Quod fieri contra totum natura repugnat; / unaque res haec est, cuius quam plurima habemus, / tam magis ardescit dira cuppedine pectus, «la natura dimostra inconfutabilmente che avviene tutto il contrario; ed è questa l’unica cosa di cui quanto più ne abbiamo, tanto più il cuore brucia di furioso desiderio», vv. 1088-1090. Per convincere di ciò, Lucrezio confronta il desiderio sessuale con la fame e la sete. Il cibo e l’acqua sono assunti all’interno del corpo dove reintegrano gli aggregati di atomi che costituiscono l’organismo umano, soggetto a continua dispersione atomica: colmati i vuoti, fame e sete sono saziate. Al contrario, della persona amata l’innamorato non può prendere niente, se non i simulacra, le sottili pellicole atomiche che si staccano dal corpo e ne determinano la visione: Ex hominis vero facie pulchroque colore / nil datur in corpus praeter simulacra fruendum / tenuia; quae vento spes raptast saepe misella, «invece, dell’aspetto e del bel colorito di un essere umano niente penetra nel corpo perché ne goda, tranne simulacri sottili, misera speranza che spesso è spazzata via dal vento», vv. 1094-1096. L’innamorato è come un assetato che sogna di bere in mezzo alle acque di un fiume copioso, ma come Tantalo è destinato a restare insoddisfatto (vv. 1097-1100). Allo stesso modo, conclude Lucrezio, «in amore Venere si prende gioco degli amanti con i simulacri, ed essi non possono saziarsi mirando e rimirando la persona amata da vicino, né possono con le mani raschiare via nulla dalle tenere membra, vagando incerti per tutto il corpo»:

Sic in amore Venus simulacris ludit amantis,

nec satiare queunt spectando corpora coram, 

nec manimus quicquam teneris abradere membris

possunt errantes incerti corpore toto (vv. 1101-1104).

Ecco come stanno le cose. Lucrezio apre gli occhi a tutti gli innamorati, dimostra, alla luce della dottrina epicurea, che l’amore è un’illusione, che insoddisfazione e conflittualità sono un male inevitabile per chi ama. Ma la verità basta davvero a rendere l’uomo libero? La voce senza tempo di Catullo sembra dirci di no.

Roberto Vecchioni spiega Catullo a partire dal carme 8: puoi seguirlo cliccando qui

Crediti immagini:

Apertura: Lawrence Alma-Tadema, “Catullo da Lesbia”, 1865 (Wikimedia Commons)

Box: Stefano Bakalovich, “Lesbia” (Wikipedia)

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