Le fondamenta del muro: il blocco di Berlino del 1948

Ludovico Testa

Prologo

Il 9 novembre del 1989, sotto la spinta di un irresistibile movimento popolare, cadeva il muro di Berlino. Con esso crollava uno dei simboli più conosciuti e odiati della Guerra Fredda e, nello stesso tempo, nasceva la speranza di una futura riunificazione della Germania.

Se la costruzione del ”muro” porta la data del 1961, le sue fondamenta psicologiche sono da ricercarsi negli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale; gli anni in cui l’Europa, affamata e semidistrutta, si interrogava con angoscia sul proprio futuro. La collaborazione tra Stati Uniti e Unione Sovietica, che aveva portato alla vittoria sulle forze nazi-fasciste, stava in quel periodo velocemente trasformandosi in antagonismo e l’egemonia sul vecchio continente, teatro principale della guerra, era divenuta la ragione principale dell’attrito. L’Unione Sovietica, al fine di salvaguardarsi da eventuali future aggressioni, insisteva sulla necessità di avere alle proprie frontiere una cintura di stati retti da “regimi amici”. Gli Stati Uniti stavano a loro volta abbandonando la prospettiva di un ritiro delle proprie forze dal continente, e ciò anche perché la Gran Bretagna, il terzo membro dell’alleanza contro il nazismo, era uscita così prostrata dal conflitto da non offrire alcuna seria garanzia contro l’espandersi dell’influenza sovietica.

Nel cuore dell’Europa, la Germania era un cumulo di macerie dove stazionavano gli eserciti dei vincitori e Berlino, quasi completamente distrutta e occupata dalle forze alleate, riassumeva drammaticamente la condizione dell’intero paese. Territorio inserito tra Europa dell’Est ed Europa dell’Ovest, la Germania era stata dall’inizio del secolo il principale polmone economico del continente. Divenne subito chiaro dunque, che il futuro assetto del paese sarebbe stato decisivo per gli equilibri internazionali del dopoguerra. Proprio in quest’area infatti gli interessi di Stati Uniti e Unione Sovietica erano destinati a scontrarsi in modo diretto.

La rottura

Il 1948 è considerato un anno chiave per comprendere la storia del conflitto Est-Ovest. In quell’anno infatti cessava definitivamente ogni possibilità di collaborazione tra Mosca e Washington e la Guerra Fredda entrava nella fase di contrapposizione diretta tra due blocchi militarmente organizzati. Se nell’Europa occidentale (Francia e Italia, in particolare) si assisteva alla fine del rapporto di collaborazione tra i partiti comunisti e i partiti borghesi, furono gli avvenimenti intercorsi nell’Europa orientale e nei Balcani a suscitare maggior clamore. Nel Febbraio di quell’anno, come era già avvenuto in tutti i paesi inseriti nella zona di influenza sovietica, anche in Cecoslovacchia veniva imposto con la forza un governo a guida comunista e con esso svaniva ogni residua speranza di pluralismo politico nell’Europa dell’Est. Pochi mesi dopo si consumava la rottura tra Unione Sovietica e la Yugoslavia di Tito, colpevole di svolgere una politica troppo autonoma rispetto alla linea decisa da Mosca. A Giugno, infine, si apriva la crisi di Berlino, che rappresentò forse il momento di maggior tensione tra Stati Uniti e Unione Sovietica: il primo episodio in cui il rischio di un confronto militare tra le due potenze parve concreto.

Nel 1948 la Germania era divisa in quattro zone occupate dalle truppe delle tre potenze vincitrici della guerra, alle quali era stata aggiunta la Francia. A Berlino, inserita nella zona sovietica e anch’essa divisa in quattro parti, aveva sede il Consiglio di Controllo Alleato per la Germania, dal quale dipendeva una Kommandantur quadripartita, incaricata di gestire l’amministrazione della città. Riguardo al futuro assetto dello stato tedesco, le posizioni erano sostanzialmente divergenti. Gli occidentali infatti, soprattutto Stati Uniti e Gran Bretagna, volevano uno stato retto da un governo centrale ma diviso in regioni dotate di ampia autonomia; i Sovietici erano invece a favore di uno stato centralizzato che, ai loro occhi, avrebbe meglio garantito il pagamento delle riparazioni decise dagli accordi di Yalta e Potsdam. Quanto alle riparazioni stesse, gli Anglo-Americani erano orientati verso la sospensiva, al fine di promuovere una rapida ripresa economica della Germania e liberare così il popolo tedesco da quella pericolosa condizione di miseria e bisogno, che l’amministrazione statunitense riteneva costituisse l’anticamera del totalitarismo.

Tale situazione di stallo si prolungò fino alla fine di Febbraio del 1948, in quel mese infatti si apriva a Londra la prima conferenza delle potenze occidentali. Ai primi di Giugno venne diffuso un comunicato in cui si affermava la volontà di riunire le zone francese, britannica e statunitense in un unico stato tedesco occidentale, dotato dei necessari organi di governo e di una propria Costituzione. Il comunicato non faceva alcun cenno alla decisione più importante: la fusione economica delle tre zone occidentali mediante una riforma monetaria, che avrebbe introdotto una nuova moneta (il Deutsche Mark), isolando così la zona sovietica dal resto della Germania. Frattanto la collaborazione quadripartita nel Consiglio di controllo era cessata durante una riunione tenutasi il 20 marzo, giorno in cui il rappresentante sovietico Sokolovskij aveva abbandonato la sala dopo aver aspramente criticato gli occidentali per il loro rifiuto di sottoporre al Consiglio stesso i progetti della conferenza di Londra.

La riforma monetaria, annunciata il 18 Giugno, entrò in vigore tre giorni dopo. Lo scopo principale era quello di arrestare l’inflazione monetaria, che impediva la ripresa economica, attraverso il ritiro della vecchia moneta, scambiata con la nuova nel rapporto di 10 a 1. I Sovietici risposero sia con vivaci proteste diplomatiche, sia con l’attuazione di una riforma monetaria nella parte da essi controllata. La situazione tuttavia precipitò quando gli occidentali decisero di estendere la circolazione del nuovo marco anche ai settori occidentali di Berlino. Tale decisione implicava infatti la volontà di mantenere uno stretto legame tra l’ex capitale tedesca e i territori della Germania occidentale, facendo così di Berlino Ovest un avamposto occidentale nel cuore della zona sovietica.

 

La crisi

La città di Berlino era unita alle zone di occupazione occidentali da tre corridoi aerei e da una serie di collegamenti terrestri (canali, strade, ferrovie). Gli accordi sulla libertà di transito erano stati precisati solo riguardo alle vie aeree; per il resto gli Alleati si erano tenuti abbastanza sul vago, poiché alla fine della guerra sembrava naturale che tutti i vincitori avrebbero avuto in futuro libero accesso alla città occupata.

Le prime avvisaglie della crisi di Berlino presero la forma di una campagna di stampa organizzata nella zona sovietica. All’inizio dell’estate del 1947 infatti, numerosi quotidiani locali iniziarono a riportare notizie sul futuro abbandono di Berlino da parte delle forze occidentali, notizie che, malgrado le smentite ufficiali, continuarono a essere pubblicate con crescente insistenza. Frattanto, i treni diretti a Berlino venivano bloccati per ore di fronte a semafori rossi; oppure a causa di interminabili controlli dei bagagli dei passeggeri.

La svolta giunse infine alle 6 del mattino del 24 Giugno, quando la radio sovietica annunciò il blocco per motivi tecnici della linea ferroviaria Helmstedt-Berlino; con simili pretesti venivano chiuse anche le altre comunicazioni terrestri. Tali avvenimenti colsero le forze occidentali impreparate: non era stato infatti studiato alcun piano per resistere a un eventuale assedio della città. Scartata l’ipotesi di forzare il blocco suggerita dal generale Clay, governatore militare statunitense a Berlino, i governi di Londra e di Washington decisero di rifornire provvisoriamente la città mediante un ponte aereo, in attesa di una soluzione diplomatica. Berlino Ovest necessitava di 12.000 tonnellate di viveri al giorno e nessuno pensava fosse possibile farle giungere unicamente per via aerea: il ponte fu quindi, almeno nei primi otto mesi, un miracolo di improvvisazione. Solo in seguito ci si rese conto che esso non era più solo un esperimento e che anzi costituiva lo strumento più adatto per resistere all’assedio. L’organizzazione delle forze aeree anglo-statunitensi era destinata a passare alla storia per modernità ed efficienza. Già il tredicesimo giorno del blocco, atterrava all’aeroportoTempelhof di Berlino un aereo ogni 93 secondi e in ventiquattr’ore venivano scaricate 6.393 tonnellate di merci. La macchina organizzativa del ponte divenne così perfetta, che si arrivò perfino a trasportare una intera centrale elettrica smontata pezzo per pezzo e negli Stati Uniti si diceva scherzosamente che era intenzione del governo trasportare a Berlino l’intero Empire State Building.

Il rigoroso razionamento di ogni merce giunta in città consentì di superare l’inverno ‘48-’49, mentre sul piano diplomatico falliva la mediazione tentata da una commissione di esperti nominati dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

 

La soluzione

Malgrado lo stallo nelle trattative, era comunque chiaro che gli occidentali avevano resistito alla sfida e che i sovietici stavano cercando un modo per uscire dalla crisi senza perdere la faccia. Già all’inizio del 1949 Stalin, rispondendo alle domande del giornalista statunitense Kingsbury Smith, si era dimostrato disponibile a un accomodamento a patto che le potenze occidentali posponessero la decisione di creare uno stato separato nella Germania Ovest. I negoziati tra le parti ripresero in marzo, il 5 maggio 1949 fu pubblicamente annunciata la fine del blocco per il giorno 12; contemporaneamente venne diffusa la notizia dell’imminente riunione del Consiglio dei ministri degli Esteri delle quattro potenze di occupazione per discutere sulla questione tedesca.

Quando venne fatto il bilancio finale fu calcolato che a Berlino erano state scaricate due milioni e mezzo di tonnellate di merci; settanta aviatori anglo-statunitensi erano morti in incidenti di volo; gli Stati Uniti avevano speso per il ponte 350 milioni di dollari, la Gran Bretagna 17 milioni di sterline, i tedeschi 150 milioni di Deutsche Mark. L’assedio era finito, ma insieme a esso cadeva anche la speranza di una Germania unita, di una unica patria per il popolo tedesco. Il giorno della fine del blocco i governatori militari di Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna approvavano la Legge Fondamentale (Grundgesetz), ossia la carta costituzionale per le zone di occupazione occidentali; poco prima era avvenuta la stessa cosa nella zona sovietica: la nascita delle due Germanie era oramai un dato di fatto. Tale divisione si riflesse naturalmente su Berlino, che già durante il blocco aveva visto nascere due amministrazioni separate per il settore sovietico e per quello occidentale. Più tardi, la costruzione del muro sanzionerà drammaticamente tale situazione oramai cristallizzata.

La crisi di Berlino fu il primo esempio della brinkmanship, termine con il quale gli occidentali indicavano quella strategia politica volta a spingersi fino al rischio di una guerra, che in realtà nessuno era intenzionato a provocare. Il clima di tensione che ne derivava era utile a fini negoziali o per compattare le file all’interno dei due blocchi, la certezza che la controparte non volesse la guerra era invece diffusa solo nelle alte sfere di comando dei due schieramenti. Il prezzo pagato per tale “gioco diplomatico-strategico all’ombra dell’apocalisse”(R. Aron) fu la serenità di intere generazioni, che dovettero abituarsi a convivere con la costante paura di una guerra nucleare.

Con la divisione della Germania si chiudeva definitivamente ogni speranza di organizzare il futuro dell’Europa in uno spirito di collaborazione tra le potenze vincitrici della guerra. Nell’Aprile 1949 era giunto a conclusione il negoziato per la nascita del “Patto Atlantico”, che un anno più tardi si sarebbe trasformato nel North Atlantic Treaty Organization (NATO), una struttura organizzativa volta a garantire la creazione in Europa di un esercito permanente in tempo di pace. Con la nascita del Patto di Varsavia nel 1954, la militarizzazione dei due blocchi divenne un fatto compiuto. A quel tempo l’Europa era oramai definitivamente divisa in zone di influenza, mentre lo scoppio della guerra di Corea aveva aperto nuovi scenari all’antagonismo USA-URSS. La tensione tra le due superpotenze si rifletteva dunque nella stabile divisione del vecchio continente al cui interno, come nel gioco delle scatole cinesi, la Germania subiva le drammatiche conseguenze di tale triste realtà e all’interno della Germania, Berlino, con il muro di cemento che in seguito verrà eretto, avrebbe per lungo tempo testimoniato la palese incomunicabilità tra due mondi in antitesi.

Sulla crisi di Berlino del 1948, guarda questo video
https://www.youtube.com/watch?v=p3IIQRZ-2k0

 

Crediti immagini
Apertura: 
Monumento commemorativo del Ponte aereo presso l’aeroporto di Tempelhof (Wikimedia Commons)
Box: 
Ponte aereo per Berlino (Wikimedia Commons)

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