Orfeo ed Euridice. Mai voltarsi indietro

Michela Mariotti

Si narra che il mitico cantore Orfeo, perduta l’amata Euridice, uccisa dal morso di un serpente mentre passeggiava insieme alle ninfe sue compagne, abbia tentato la più ardita delle imprese: scendere agli Inferi e riportare in vita la sposa. Rapite dalla struggente bellezza del suo canto, le ombre dei morti si fanno intorno all’inatteso visitatore, Cerbero resta con le tre bocche spalancate, i dannati vedono improvvisamente cessare la loro pena (la ruota di Issione smette di girare, il masso di Sisifo rimane sospeso a metdel pendio). Perfino gli inesorabili signori degli Inferi, Ade e Persefone, ascoltano commossi la preghiera di Orfeo e acconsentono a restituirgli Euridice, a patto però che egli non si volti a guardarla prima di essere uscito dal regno dei morti. Così Orfeo inizia la lenta risalita verso la vita, la sposa lo segue alle spalle. Sono ormai vicini all’uscita, già filtrano dall’alto i primi raggi di sole, quando per eccesso d’amore, per l’irresistibile desiderio di contemplare il volto amato, o per l’ansia di controllare che sia proprio Euridice a seguirlo, Orfeo si gira e in un attimo tutto perduto: Euridice scompare, risucchiata per sempre nella voragine infernale.

Inconsolabile, Orfeo si rifugia nella desolata terra di Tracia a piangere Euridice due volte perduta, e qui barbaramente ucciso dalle donne nella frenesia dell’invasamento dionisiaco, orrenda punizione per avere introdotto la pederastia nel paese o, piuttosto, per il suo ostinato negarsi a nuove unioni. Il suo corpo fatto a pezzi e le membra sparse nella campagna in un orrido rito di fertilità. Ma la testa, rotolata nel fiume Ebro, non smette di cantare il nome dell’amata Euridice: alla fine, del mitico cantore non resta che la voce, e del suo canto il nome dell’amata, quintessenza del poeta e della sua poesia (cos almeno, nella versione virgiliana).

Per rileggere il mito, illustrato da raffigurazioni pittoriche, clicca qui

Orfeo, figlio della musa Calliope e del re di Tracia Eagro, se non dello stesso dio della poesia Apollo, è il prototipo mitico del poeta, dotato di un canto ammaliatore che domina le forze più arcane della natura: al suono della sua lira le fiere diventano mansuete, gli alberi nelle selve agitano le chiome, fermano il loro corso le acque dei fiumi. Il fascino del suo canto vince perfino il richiamo delle Sirene quando, imbarcato sulla nave Argo insieme alla più antica stirpe di eroi (precedente alla generazione omerica), egli intona una cosmogonia capace di catturare l’attenzione dei compagni, sottraendoli all’insidia fatale: così narra Apollonio Rodio (Argonautiche 1, 494 ss.); mentre già in una metopa del Tesoro dei Sicioni in Delfi, risalente al VI sec. a.C., il mitico cantore è rappresentato in veste di citaredo sulla nave Argo (vedi Museo archeologico (Delfi) – e-book della Fondazione Latsis pp. 80-81).

È il potere innegabile della parola poetica, capace di intervenire sulla realtà modificandola, creando molteplici, alternative rappresentazioni del mondo. Orfeo è la parola poetica incarnata: eppure il modello paradigmatico del poeta, che riesce ad animare la natura inanimata, ha fallito nell’impresa cruciale di tutta la sua esistenza.

Uno dei riferimenti letterari più antichi al mito di Orfeo ed Euridice si legge nell’Alcesti di Euripide (438 a.C.), nell’addio di Admeto alla moglie morente (vv. 357-368). Il re di Fere, rimasto in vita grazie al sacrificio di Alcesti, si dichiara pronto a ripetere l’impresa di Orfeo: se solo fosse capace del suo canto ammaliatore, non esiterebbe a scendere all’Ade per riportare alla luce la sposa devota (come di lì a poco, nel dramma euripideo, avrebbe fatto con successo Eracle), incantando con il suono della lira le divinità infernali. Ma Admeto non è che un Orfeo disarmato: come il mitico cantore egli prova la forza di un vincolo coniugale indissolubile, capace di sopravvivere oltre la morte, ma non ha certo risorse per tentare l’impossibile, violare uno spazio precluso ai mortali.

Quando, pochi anni dopo, l’impresa di Orfeo e l’eroico sacrificio di Alcesti sono messi a confronto nel Simposio platonico (179b-d), la prospettiva è capovolta. Alcesti è il paradigma dell’amore gratuito, che giunge all’estrema negazione di sé per il bene dell’amato; Orfeo, invece, con il folle tentativo di scendere da vivo nel regno dei morti a riprendersi Euridice, manifesta una narcisistica volontà di autoaffermazione. E infatti mentre gli dei restituirono spontaneamente Alcesti alla vita (così Platone varia la versione euripidea), «Orfeo invece lo rimandarono a mani vuote dall’Ade dopo avergli mostrato un fantasma della donna per la quale era venuto, ma senza restituirgli lei in persona, dal momento che si era dimostrato imbelle, citaredo qual era, e non aveva osato morire per amore al pari di Alcesti, quanto piuttosto aveva cercato il modo per scendere vivo all’Ade» (trad. F. Ferrari). In Orfeo non c’è l’altruismo eroico del combattente, ma l’egocentrismo del citaredo: per questo la sua impresa è destinata al fallimento. Orfeo cerca di ingannare gli dei, ignorando i limiti imposti dalle loro leggi (il confine certo tra vita e morte), e gli dei lo ingannano con un vuoto simulacro della donna amata.

Nel finale delle Georgiche (4, 453-527), il mito di Orfeo ed Euridice è incastonato, secondo la tecnica alessandrina del «racconto dentro il racconto», all’interno della fabula di Aristeo, l’eroe georgico, prototipo del perfetto agricola, destinatario ideale del poema didascalico virgiliano. Aristeo infatti (questo è l’espediente escogitato da Virgilio per collegare le due storie) ha indirettamente causato la morte della ninfa, morsa dal serpente nel tentativo di fuggire al suo assalto amoroso. Contrapposto al concreto pragmatismo di Aristeo, Orfeo è il cantore del mito, capace di dominare le forze misteriose della natura, ma a sua volta dominato dalla forza irrazionale dell’amore, che lo condanna al fallimento. Nella fuga dalla morte Orfeo all’improvviso restitit Euridycenque suam iam luce sub ipsa / immemor heu! victusque animi respexit …, «si fermò e quando già era prossimo alla luce, dimentico ahimè, e sopraffatto nell’animo si voltò a guardare la sua Euridice», (vv. 490 s.). È una subita … dementia (v. 488) a giocare l’amante privo di difese razionali (incautum), inducendolo a trasgredire quell’unica condizione impostagli dagli dei: non voltarsi indietro. L’Orfeo virgiliano non è semplicemente un poeta innamorato, è un poeta che fa dell’amore l’unico tema del suo canto e l’unica ragione della sua vita, ovvero un amante poeta elegiaco. Il confronto tra Orfeo e Aristeo nel finale delle Georgiche diventa discorso sulla poesia e sul modello esistenziale che sostanzia opposte scelte poetiche: il poema didascalico, con il suo impegno civile, e l’elegia d’amore, ripiegata su se stessa e irrelata con la Storia, eppure dotata di un fascino irresistibile. E nel rendere omaggio alla struggente bellezza del nuovo, emergente genere poetico, Virgilio ce ne lascia anche una delle massime realizzazioni.

Quando Ovidio rilegge il mito del poeta che con la malia del canto riesce a riconquistare la sposa perduta e di nuovo la perde per un eccesso d’amore, nelle Metamorfosi (10, 8-85; 11, 1-66), la poesia elegiaca non solo ha ottenuto il riconoscimento di un proprio, autonomo spazio letterario, ma ha anche esaurito la propria stagione produttiva. La narrazione ovidiana tesse un sottile controcanto al finale delle Georgiche: colma i vuoti, chiarisce i sottintesi, corregge la prospettiva del racconto di Virgilio. Il risultato è qualcosa di sorprendentemente lontano dall’epillio patetico iscritto nel finale delle Georgiche. Se in Virgilio Euridice reagisce al respicere di Orfeo con parole di amara recriminazione, in Ovidio la donna non dice una parola perché, commenta il narratore, «di nulla avrebbe potuto lamentarsi se non di essere amata». E se il lieto fine è ormai compromesso nel mondo dei vivi, gli amanti si riuniscono agli Inferi, dove Orfeo può voltarsi a guardare la sua Euridice senza perderla mai più.

Con Virgilio e Ovidio la storia d’amore di Orfeo si polarizza su un verbo, respicere, carico di forza evocativa. E il «voltarsi indietro» sarà la chiave di lettura delle numerose rivisitazioni moderne del mito, a partire dal capolavoro di R.M. Rilke, Orfeo. Euridice. Hermes (1904), in cui il cammino di risalita dall’Ade diventa l’occasione per misurare l’abisso che separa la vita e la morte. Orfeo, che «divora il sentiero senza masticare i passi», ed Euridice, frenata dalle lunghe bende funebri, inconsapevole di ciò che le sta accadendo, non possono più appartenersi. L’impresa è destinata al fallimento e la responsabilità di Orfeo, la follia di quel suo voltarsi indietro, è ben poca cosa: «quando tutt’a un tratto il dio la fermò e con dolore esclamando pronunciò le parole: egli si è girato, lei non capì e disse piano: chi?».

I tre attori della poesia di Rilke sono i personaggi rappresentati nel bassorilievo romano conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Con la rilettura di Rilke, il mito di Orfeo ed Euridice dischiude possibilità ancora inesplorate, interpella i dubbi e le ansie dell’uomo contemporaneo. Nella rivisitazione teatrale di J. Cocteau (Orphée, 1926), il mito classico è ridotto a dramma borghese, la sublime sceneggiatura mitica fa spazio a un interno familiare che svela le meccaniche meschine del quotidiano, l’inesorabile logorarsi dei sentimenti umani: il tragico voltarsi per troppo amore diventa allora un lucido calcolo, un atto deliberato. Ed è questa la prospettiva prevalente nella letteratura italiana, da L’inconsolabile (Dialoghi con Leucò, 1945-1947) di C. Pavese, al raffinato racconto di G. Bufalino, Il ritorno di Euridice (L’uomo invaso, 1986), in cui la folle presunzione della poesia che si fa vita è smascherata dalla riflessione di Euridice, che «trionfalmente, dolorosamente capì: Orfeo s’era voltato apposta».

Sull’incolmabile abisso tra vita e morte, e sulla necessità di voltarsi, è giocata anche l’interpretazione del cantautore R. Vecchioni nella sua Euridice, che puoi ascoltare cliccando qui

La favola bella rivive invece nel melodramma (con il suo lieto fine), dall’Orfeo di C. Monteverdi (1607), all’Orfeo ed Euridice di C.W. Gluck (1762) su libretto di R. Calzabigi:

Clicca qui per ascoltare: “Monteverdi: Orfeo Acte 2 excerpts (Harnoncourt)” – su YouTube

Clicca qui per vedere: “Janet Baker sings “Che farò senza Euridice” from Gluck’s”

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Commenti [3]

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  1. Toti Rizzetto

    Suggerisco di aggiungere al percorso su Euridice il testo scritto per il teatro “Lei dunque capirà”, in cui Claudio Magris rivisita il mito di Orfeo in chiave moderna

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  2. Giorgia

    io lo sto leggendo a casa, è molto bello

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