Rovesciare un paradigma culturale. Il caso della «prima rivoluzione» cinese

Beatrice Collina

Con l’espressione «Rivoluzione culturale» (o «Grande rivoluzione culturale proletaria») si fa comunemente riferimento alla rivolta giovanile avvenuta in Cina tra il 1965 e il 1968 e ispirata dal leader comunista Mao Zedong (1893-1976). Nelle intenzioni di Mao la massiccia mobilitazione di giovani doveva servire tanto a indebolire la struttura burocratica dell’amministrazione e del Partito comunista cinese quanto a recuperare un prestigio e un potere personale che dopo gli insuccessi della politica del «Grande balzo» rischiavano di offuscarsi.   

Mao Zedong annuncia la politica del «Grande Balzo»:
http://www.raistoria.rai.it/articoli/il-grande-balzo-di-mao-tse-tung/13128/

In realtà, il concetto di «rivoluzione culturale» non era inedito in Cina. Già nei primi decenni del Novecento gruppi di giovani studenti, che gravitavano in particolare intorno all’Università di Pechino, si erano mobilitati con lo scopo di attuare una profonda trasformazione intellettuale nel paese; al loro fianco le forze progressiste, tra cui la borghesia moderata della capitale. L’apice della protesta fu raggiunto il 4 maggio 1919 quando moti di contestazione si diffusero in diverse città cinesi. Negli anni della sua formazione, tra il 1915 e il 1921, anche Mao si era avvicinato agli ambienti riformatori. Agli occhi suoi e dei suoi coetanei, le cause del grave stato di arretratezza della Cina erano da ricercarsi nella radicata tradizione confuciana che per millenni aveva plasmato comportamenti e abitudini della popolazione: solo il rovesciamento di quel sistema di valori avrebbe garantito un miglioramento politico, sociale ed economico.   

Il cosiddetto “Movimento del Quattro Maggio” risentì anche del contesto internazionale. Il Trattato di Versailles del 1919 rischiava infatti di sfavorire la Cina a scapito del Giappone in merito a quella che è conosciuta come “Questione dello Shandong”:
http://www.treccani.it/enciclopedia/questione-dello-shandong_(Dizionario-di-Storia)/

Questa vicenda incise notevolmente sulle ragioni dei manifestanti e favorì la nascita del nazionalismo cinese.

 

Il Confucianesimo. Riti e principi di una tradizione millenaria

Sino agli inizi del Novecento, un rigido insieme di norme di comportamento aveva regolato ogni aspetto della vita dei cinesi, a partire dai rapporti familiari e sociali fino alle attività dell’apparato amministrativo e burocratico. È al pensatore Confucio (551 a.C.-479 a.C.) che viene attribuita la sistematizzazione, e in parte l’innovazione, dei valori della tradizione così come furono trasmessi nei circa duemila anni successivi. L’etica confuciana si basava su tre pilastri, che ne mostrano la forte tendenza gerarchica: l’obbedienza del suddito al sovrano, l’obbedienza del figlio al padre, l’obbedienza della moglie al marito. Compito dell’uomo virtuoso non era soltanto il rispetto di queste regole esteriori, ma anche il perseguimento del pieno dominio di sé, in un incessante esercizio di autodisciplina attraverso cui estirpare ogni tendenza egoistica e di ricerca del vantaggio personale. Questo sistema etico, profondamente interiorizzato da intere generazioni di cinesi, aveva favorito il mantenimento dello status quo, sacrificando la libertà individuale in nome dell’ordine e dell’armonia sociale. Dal punto di vista politico, accettare i fondamenti confuciani significava riconoscere piena legittimità a una rigida gerarchia piramidale che si esprimeva in un potere fortemente centralizzato. Anche il funzionamento dell’apparato amministrativo risentiva concretamente dell’influenza di questo paradigma: la selezione dei funzionari statali avveniva tramite un complesso sistema di esami che verteva sui contenuti dei testi classici confuciani. Si era andata così creando e rafforzando una classe di burocrati letterati che coincideva con la classe dirigente della Cina.

Per approfondire la storia del Confucianesimo e del suo rapporto con la Cina contemporanea:
http://www.raiscuola.rai.it/articoli/il-confucianesimo-oggi-in-cina/4547/default.aspx

 

Una rivoluzione di valori. Dalla tradizione confuciana al radicalismo novecentesco

Di fronte a una tragica realtà socio-economica non stupisce che a inizio Novecento la generazione di Mao, la meno legata alla tradizione, avvertisse la necessità di rovesciare l’ordine costituito. Suo punto di riferimento era la rivista «Gioventù Nuova», che non a caso aveva adottato il motto «Distruggere prima di costruire». Anche Mao auspicava un «cambiamento improvviso» attraverso il ricorso alla «lotta» (concetto, quest’ultimo, ripreso nella sua riflessione più matura). Per Mao e i suoi compagni, la trasformazione culturale della Cina non doveva avvenire gradualmente, ma in modo netto, cominciando con il riconoscere all’individuo un ruolo privilegiato rispetto a quelle formazioni sociali che fino ad allora lo avevano schiacciato: la libertà e la felicità del singolo dovevano essere posti al centro del nuovo sistema di valori. Questa spinta rivoluzionaria trovava ispirazione anche nella sempre maggiore diffusione in Cina delle traduzioni di opere cardine del pensiero occidentale.

Lo stesso Mao studiava non solo su testi classici e moderni come quelli di Aristotele, Platone, Hobbes, Spinoza e Kant, ma conosceva anche i lavori di filosofi contemporanei come Nietzsche e Spencer; condivideva, inoltre, gli ideali anarchici di cooperazione sociale e aiuto reciproco promossi dal pensatore russo Pëtr Alekseevič Kropotkin (1842-1921). Per una parte di giovani intellettuali cinesi dalle posizioni intransigenti solo la completa adozione del sistema di valori occidentale avrebbe potuto portare prosperità e progresso al loro paese. La prospettiva di Mao in questa fase appariva invece più moderata (o incerta), volta a cercare una sintesi tra due modelli culturali profondamente diversi. Come fosse possibile realizzare nei fatti una simile contaminazione di idee restava però una questione irrisolta. A tutto questo si aggiungeva la graduale penetrazione in Cina del pensiero marxista e comunista: i giovani cinesi guardavano con interesse alla Rivoluzione bolscevica del 1917 e a quello che ne stava seguendo. Mao non abbracciò immediatamente l’ideologia comunista, ma anche quando questo accadde (a partire dal 1920-1921) rimarcò le differenze tra la sua idea di «rivoluzione culturale» e quella avanzata da Lenin: in particolare, egli credeva che una rivoluzione culturale non fosse legata al grado di industrializzazione di un paese; rifiutava inoltre l’idea che potessero essere gli intellettuali i portatori di questa trasformazione, riconoscendo invece alle masse il ruolo di protagoniste.    

 

Una rivoluzione rimasta incompiuta

Poco conosciuta fuori dalla Cina, la «prima rivoluzione culturale» rappresenta un punto di rottura nella storia del paese. È indicativo che i giovani progressisti abbiano sentito l’esigenza di agire su un sistema di valori prima ancora di intervenire a livello politico e sociale. Il movimento riformista risultò tuttavia circoscritto in un paese vasto come la Cina in cui la maggior parte della popolazione viveva poveramente nelle campagne. Negli anni Sessanta, Mao Zedong riguarderà a questa esperienza giovanile, ma la sua «Rivoluzione culturale» prenderà una forma molto diversa.

(Crediti immagini: Wikimedia Commons e Wikipedia)

Per la lezione

Prosegui la lettura

Commenti [1]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *