Scrittori, soldati e sentimenti nel macello della Grande Guerra

Andrea Tarabbia

È l’Iliade, ossia il poema guerresco per eccellenza, uno dei fondamenti della cultura letteraria europea e occidentale. Allo stesso tempo, non esiste un tema che ha generato più opere della guerra: essa è, da sempre, una delle grandi matrici del discorso narrativo; sulle battaglie, sugli eroi, sulle conquiste e sulle sconfitte si è costruita, nel corso dei secoli, una buona fetta del nostro immaginario. Oggi compie cent’anni la Prima guerra mondiale – una delle più grandi carneficine della storia umana e uno dei conflitti più raccontati. La rievochiamo non attraverso chi l’ha esaltata, come i futuristi o D’Annunzio, e nemmeno attraverso le opere più celebri o gli eroi più citati: ma attraverso una piccola carrellata di caratteri e sentimenti e attraverso alcuni grandi libri scritti da chi la guerra l’ha vissuta in prima persona.

 Questo sito è interamente dedicato alla memoria della prima guerra mondiale.

Il candore del primo scemo di guerra

Nel 1914, lo scrittore e umorista ceco Jaroslav Hašek partì per il fronte, dove combatté per pochi mesi prima di essere catturato dai russi. Non si distinse per particolari atti d’eroismo, ma approfittò della vita militare per ricavare impressioni e modelli per un progetto che aveva in testa. Nel 1912 aveva infatti pubblicato un libro che non considerava pienamente riuscito: si intitolava Il bravo soldato Sc’veik e altre strane storie e raccontava le disavventure di un soldato alle prese con la vita di caserma. Le esperienze e gli incontri che Hašek fece al fronte gli fornirono il materiale per poter tornare sulla storia del suo soldato e arricchirla: dal 1921 al 1923 – anno della sua morte improvvisa – Hašek compose e pubblicò in lingua ceca quello che ancora oggi è considerato uno dei capolavori dell’antimilitarismo di ogni tempo, Il buon soldato Sc’veik – un grande romanzo satirico, illustrato da Josef Lada, in cui si raccontano le tragicomiche avventure di uno scemo di guerra.

Stamp_1983,_ShvejkFrancobollo dell’Unione Sovietica dedicato a Jaroslav Hašek e raffigurante il buon soldato Sc’vèik (immagine: Wikipedia)

«Io non posso farci nulla», rispose Sc’vèik con la sua gravità, «da militare io sono stato riformato per idiozia, e dichiarato ufficialmente idiota da una commissione straordinaria. Io sono un idiota in piena regola».

Sc’veik, mercante di cani boemo paffuto e bonario, formalmente riformato per idiozia ma richiamato alle armi per mancanza di uomini, si ritrova catapultato nel grande massacro della Prima guerra mondiale. È un uomo pacifico, ingenuo, non sempre in grado di capire ciò che gli succede intorno: possiede però una sorta di orologio morale che lo porta sempre e comunque a obbedire ciecamente ai suoi superiori, prendendo alla lettera ogni loro ordine. Con questo stratagemma, Hašek costruisce un libro pieno di situazioni assurde, comicissime e stralunate in cui il protagonista, nel suo candore assoluto, mette in ridicolo l’autorità militare e sbeffeggia, senza rendersene conto, ogni forma di potere dell’uomo sull’uomo.

 Leggi un articolo sul romanzo di Hašek che contiene alcuni brevi estratti dell’opera.

Un pinterest interamente dedicato alle opere di Josef Lada, l’illustratore di “Il buon soldato Sc’veik.

 Il senso della fine

Anche il poeta polacco Jozéf Wittlin – che, tra l’altro, tradusse l’Odissea –, combatté, come Hašek e Sc’veik, nell’esercito austro-ungarico. A differenza di Hašek, però, gli ci vollero vent’anni per riuscire a parlare di ciò che aveva visto in guerra: il suo capolavoro, il romanzo Il sale della terra, è infatti del 1935. Vi si racconta la vicenda di un altro “buon soldato”, l’analfabeta Piotr Niewiadomski, che viene mandato in prima linea. Ma, come in Hašek, anche in Wittlin si racconta poco delle atrocità della guerra: ciò che Il sale della terra mette in luce è semmai l’assurdità del mondo militare, qui raccontato attraverso i ritratti di generali babbei, di burocrati con le mostrine e soldati semplici che, messi di fronte alla possibilità di morire, si ostinano a odiarsi tra loro e a non darsi una mano. Attraverso la semplicità dello sguardo del suo protagonista, Wittlin racconta un mondo – quello austro-ungarico – che capisce di essere sul viale del tramonto.

La necessità e la bellezza

Non ha nulla di buffo il rapporto tra gli scrittori italiani e la Grande guerra. Gran parte della nostra migliore letteratura novecentesca, si può dire, è nata in trincea: lì, nei momenti di pausa dei combattimenti, Ungaretti e Rebora scrivevano furiosamente le loro poesie che non rispettavano le convenzioni di stile e di lingua del tempo; ma era una poesia scritta nell’emergenza e che l’emergenza doveva restituire: vi si descriveva l’orrore, l’indescrivibile – ed essi non hanno nulla a che fare con le convenzioni. In guerra fu decorato il controverso Curzio Malaparte – che dopo la Seconda guerra mondiale avrebbe prodotto due tra i più grandi libri italiani di sempre: Kaputt e La pelle. Era partito come volontario e, al ritorno, scrisse un pamphlet furibondo subito censurato, Viva Caporetto!. Il libro fu poi ripubblicato nel 1923 con un altro titolo, La rivolta dei santi maledetti: vi si racconta della partecipazione degli italiani all’«inutile strage» e della ribellione delle truppe ai propri comandanti, considerati dallo scrittore degli inetti e dai soldati dei vigliacchi capaci soltanto di mandare dei giovani al macello. Caporetto, che è l’emblema di tutte le sconfitte, diventa allora per Malaparte la spia di una possibile quanto necessaria rivoluzione italiana – che naturalmente non avverrà.

 Leggi un approfondimento su “La rivolta dei santi maledetti” di Curzio Malaparte.

L’ingegner Carlo Emilio Gadda, probabilmente il più grande scrittore italiano del Novecento, definiva se stesso «poeta-filosofo-soldato-matematico». Aveva combattuto, era stato imprigionato e aveva scritto, dal 1915 al 1919, un Giornale di guerra e di prigionia che ancora oggi è un’opera imprescindibile: vi si ragiona sulla guerra e sul ruolo che uno scrittore che vi partecipa ha nei confronti della società. Gadda è ossessionato dal fatto che ciò che vede mentre combatte non sia descrivibile: la guerra va vista per essere compresa, la sua realtà è troppo grande per essere contenuta in un libro e la letteratura non è sufficiente per restituirne l’orrore. Tuttavia, aiuta: ricco di citazioni dal De bello gallico e dall’Ariosto, da Dante e da Virgilio, il Giornale considera la letteratura – ossia l’esercizio della bellezza – come qualcosa da perseguire anche nelle situazioni più cupe: opporre i libri alla barbarie significa impedire all’uomo di abbruttirsi del tutto, evitando che si trasformi in una bestia anche quando lo stato in cui vive è prossimo all’animalità. In qualche modo, mentre combatte, Gadda scrive il manifesto di un nuovo umanesimo.

Leggi un saggio di Stefano Lazzarin sul rapporto tra la guerra e la letteratura italiana. Leggi un approfondimento sul rapporto tra gli intellettuali e la Grande Guerra. 

Infine, la paura

Di tutte le sue novelle di guerra, La paura è la più cruda e la più bella. Federico De Roberto, famoso per aver scritto I viceré, in realtà non ha combattuto: era nato nel 1861 ed era troppo vecchio per farsi soldato. Tuttavia, è probabilmente questo piccolo racconto l’opera italiana più potente sulla Grande guerra: vi si racconta, con una lingua secca che comprende l’italiano e i suoi dialetti, di una notte in trincea al confine con l’Austria. Attorno, il paesaggio è fatto di rocce nude e precipizi – è nemico dei soldati come nemici sono gli austriaci. Bisogna raggiungere un posto di vedetta sguarnito che sta a pochi metri da dove riposa la guarnigione. Ma un cecchino austriaco, nascosto nel buio, comincia a uccidere a uno a uno i soldati che vi vengono mandati. Così, in attesa del violento colpo di scena finale, De Roberto costruisce in poche pagine una delle metafore più memorabili e dolorose delle condizione di chi, a meno di vent’anni, ha visto da vicino la morte e ha conosciuto quel sentimento di cui tanto poco si parla quando si parla della guerra: la paura.

 Guarda un video che racconta il luoghi di “La Paura”:

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Commenti [3]

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  1. Mario Cardarelli

    Non so se la colonna sonora del docufilm dell’Istituto Luce è originale….certo che far scorrere le note del can can di Offenbach su tanta sofferenza lascia perplessi non sapendo se è un assurdo sonoro posto a contrasto o una prova di somma cultura con il rimando all’opera: Orfeo all’Inferno
    E per sapere che Inferno fosse basta visitare il Museo della Fanteria a Santa Croce di Gerusalemme a Roma

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  2. Marina Marmai

    Molto interessante e significativo il filmato proposto, che rende perfettamente l’idea dell’inutile carneficina.

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