Tutto il mondo dentro una famiglia

Andrea Tarabbia

Cominciamo dai premi Nobel, ma da quelli meno conosciuti. Nel 1932, il premio viene dato a uno scrittore inglese, John Galsworthy, con la seguente motivazione: «per la sua originale arte narrativa, che trova la sua forma più alta ne La saga dei Forsyte». La saga dei Forsyte, uno dei grandi capolavori dimenticati del Novecento, è un ciclo di tre romanzi pubblicati tra il 1906 e il 1921: vi si racconta la storia di oltre cent’anni di Regno Unito, filtrata attraverso le vicende di una ricca famiglia inglese – appunto i Forsyte. Matrimoni, tradimenti, edificazione di grandi ville famigliari, nascita di figli non sempre desiderati scandiscono questa imponente narrazione che è, anche e soprattutto, la storia del passaggio di una nazione attraverso la Storia. Mentre Joylon, James, Soames e Fleur (alcuni dei protagonisti) vivono le alterne vicende che scandiscono il succedersi delle generazioni di Forsyte, infatti, l’Inghilterra attraversa l’epoca vittoriana, con la sua prosperità economica e la fondazione delle colonie, per giungere fino alla catastrofe della Prima guerra mondiale. I Forsyte si muovono dunque sullo sfondo della Storia e ne prendono parte: vivono, si amano e muoiono mentre il mondo intorno a loro – anche grazie al loro contributo – cambia e si evolve.

C’è un’altra saga, La saga di Gösta Berling (1891), al centro dell’opera della svedese Selma Lagerlöf, prima donna a vincere il Nobel nel 1909: racconta di Gösta, un pastore protestante che abbandona l’abito talare e il suo paese perché in preda all’alcolismo. Trascinerà nel suo dramma tutti coloro che gli sono vicini. Kristin, figlia di Lavans (1920-1922) è invece un’altra trilogia: l’ha scritta Sigrid Undset, premio Nobel nel 1928. È la storia della vita di Kristin, figlia di un proprietario terriero norvegese del Trecento. La vicenda dei Lavrans è la “scusa” con cui Undset ritrae il mondo nordico nel Medioevo. Mentre Kristin cresce, si innamora, si scontra con i genitori che l’avevano promessa in sposa, manda avanti la fattoria e cresce a sua volta dei figli, la Norvegia del Trecento si muove con lei: conosciamo così gli usi e i costumi dell’epoca, intravediamo la condizione della donna, impariamo cose sulla vita spirituale e materiale dei contadini nordici. Il terzo romanzo si chiude con l’arrivo di una delle più grandi piaghe del millennio: la peste.

Il portale del Premio Nobel per la Letteratura, in lingua inglese, lo puoi trovare cliccando qui

La famiglia è un popolo in miniatura

In origine, la saga è una forma di racconto epico in versi in cui si narrano le vicende di popoli e tribù nordiche, con le loro faide, le guerre a volte fratricide, gli insediamenti, le migrazioni. La letteratura, però, tende a riadattare, ad aggiornare alcuni dei suoi concetti chiave: così, nel Novecento, si comincia a intendere, con saga, il racconto in prosa delle vicende che hanno a che vedere con dei gruppi sociali definiti. Il gruppo sociale per eccellenza delle società occidentali è la famiglia: dunque il racconto di una storia famigliare è oggi una saga – a patto però che questa storia sia inserita in un’epoca precisa e ne sia l’affresco narrativo.

La famiglia, per la narrativa, diventa il nucleo del mondo, la sua metafora più diretta: nelle vicende dei padri, delle madri e dei loro discendenti, gli scrittori del Novecento hanno visto la possibilità di raccontare i popoli. I Buddenbrook (1901), uno dei capolavori di Thomas Mann, fa esattamente questo: attraverso la storia delle decadenza economica di una grande famiglia di Lubecca del XIX secolo, Mann racconta l’evoluzione dell’alta borghesia tedesca, arricchitasi con il commercio ma incapace, in fondo, di comprendere i mutamenti sociali e storici della propria epoca. Man mano che il secolo avanza cambiano i consumi e le convenzioni sociali: i Buddenbrook, ancorati alla tradizione e orgogliosi del proprio antico prestigio, faticano ad adattarsi a questi mutamenti e ne rimangono travolti.

Il “grande romanzo americano”

È un mito, è il sogno di ogni scrittore americano: scrivere il grande romanzo della sua nazione. Ci hanno provato in molti, chi raccontando l’epos della frontiera (da Faulkner a McCarhty a Meyer, solo per citarne alcuni), chi cercando di interpretare la società statunitense attraverso lo sport nazionale, il baseball: lo ha fatto Malamud con Il migliore (1952), mentre Don DeLillo ha messo una partita tra Giants e Dodgers al centro di uno dei più grandi libri degli ultimi cinquant’anni, Underworld (1997). Forse però, chi c’è andato più vicino è Jonathan Franzen con Le correzioni (2001), storia di una famiglia americana imperfetta eppure normale da riunire per l’ultima volta attorno a una grande tavolata nel giorno di Natale. Nevrosi, invidie, ossessioni, malattia, amori irrisolti, coppie scoppiate: il ritratto della famiglia americana che ci regala Franzen è un microcosmo che restituisce tutti i pregi e i difetti della classe borghese di oggi.

Ancora la Gran Bretagna, poi l’Italia

È un romanzo divertente e a tratti crudele, La famiglia Winshaw di Jonathan Coe (1994): gli Winshaw sono cinici, potenti, avidi, ben inseriti nell’Inghilterra degli anni Ottanta. Attraverso le loro vicende, che si intrecciano con la vita politica dell’epoca di Margaret Thatcher, la “Signora di ferro”, Coe racconta un decennio della recente storia europea, sovrastando con il suo sarcasmo intrighi di palazzo e giochi di potere.

Il trailer del film “The Iron Lady”, film biografico su Margaret Thatcher (dal canale youtube di bimdistribuzione)

E l’Italia?

Sono molti i libri che hanno tentato di raccontarla attraverso storie di famiglia: Padre padrone di Gavino Ledda (1975) è una storia cruda, violenta e in parte autobiografica che racconta la vita di Gavino, costretto dal padre a farsi pastore a soli sei anni e liberatosi dal peso della famiglia grazie allo studio della fisarmonica e a qualche lezione da privatista. La sua famiglia lo vede uomo realizzato quando entra nell’esercito, che però Gavino abbandonerà per studiare. Questa scelta crea tensione e scontri anche fisici col padre, convinto che quella militare fosse una carriera certa e che studiare sia inutile. Ma Gavino ha ambizioni, vuole liberarsi dal peso dei genitori e farsi una vita sua. È una storia di soprusi e di autoaffermazione, Padre padrone, e racconta un’Italia povera a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta.

Ancora oggi i narratori usano la famiglia per raccontare il mondo e la società: Elisa Ruotolo lo ha fatto in uno dei libri italiani più belli di questi anni, Ovunque, proteggici (2014), storia di una famiglia che custodisce un segreto indicibile – un omicidio commesso in gioventù da Lorenzo, il protagonista, e che tutti, lui per primo, hanno voluto cancellare. Lorenzo rievoca la storia di cinque generazioni della sua famiglia, i Girosa, la vita comunitaria in una grande villa, la solitudine, l’emigrazione, l’impossibilità per molte donne del suo ceppo di aver figli. Adesso Villa Girosa è deserta, c’è solo Lorenzo con la sua antica colpa che lo tormenta e ci sono, fuori dalla finestra, l’Italia e la sua storia che lo osservano e, forse, lo giudicano.

Elisa Ruotolo a “Fahrenheit”, trasmissione di Rai Radio3: clicca qui per ascoltare il podcast

 

Immagine di apertura: “Buddenbrook”, di Maik Meid (via flickr)

Immagine per il box:  John Galsworthy (via Wikipedia)

 

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