Un gioco crudele: le “giornate antropologiche” nei giochi olimpici del 1904

Ludovico Testa

Fin dall’infanzia dell’uomo il gioco ha occupato uno spazio importante nella crescita personale e relazionale dell’individuo. Intorno all’attività ludica e, in particolare, intorno alla specifica categoria del “gioco sportivo”, convergono molteplici impulsi e sentimenti basilari quali il divertimento, il cameratismo, la sfida con se stessi, la competizione con gli altri e, non da ultima, la proiezione pacifica di quell’istinto di aggressività profondamente radicato nella natura umana. Per chi svolge il ruolo di spettatore, la partita a squadre così come la performance del singolo atleta offrono occasioni per dare sfogo a campanilismo o patriottismo a seconda del contesto nazionale o internazionale in cui si svolge la competizione. Difficilmente è possibile trovare un’altra occasione (forse solo la guerra) in cui un’intera comunità nazionale riesca a sentirsi unita come in occasione dei Campionati mondiali di calcio o delle Olimpiadi. Difficilmente si riuscirebbe a trovare un tempo più breve (dai 90 minuti delle partite di calcio ai dieci secondi scarsi di una finale dei 100 metri) per misurare il confronto tra le nazioni.

 

Tra lo sport e la fiera: le Olimpiadi del 1904

All’inizio del XX secolo, nel clima di euforia e di impetuoso ottimismo che accompagnò gli strabilianti progressi compiuti dalla società occidentale, la rinascita dei giochi olimpici a distanza di oltre duemila anni dalle Olimpiadi dell’età classica offrì agli organizzatori l’occasione non solo per assistere alla competizione tra i vari paesi partecipanti, ma anche per dimostrare la presunta superiorità dell’uomo bianco rispetto alle altre popolazioni del pianeta.

L’idea di confermare la veridicità di tale assunto giunse dal membro più giovane del club delle Grandi potenze, gli Stati Uniti, da poco entrati in una fase di crescita accelerata. Nel 1904 la città di St. Louis (Missouri) era stata designata quale sede di una delle tante Esposizioni universali che, sin dalla loro prima edizione (Londra 1951), costituivano la vetrina del progresso occidentale. Associare all’iniziativa anche la terza edizione dei giochi olimpici avrebbe offerto al governo di Washington l’occasione per attirare sugli Stati Uniti gli occhi della comunità internazionale e mostrare al mondo il fulgore dello sviluppo raggiunto. Come già era avvenuto per le olimpiadi del 1900, svoltesi nel più vasto contesto dell’Esposizione universale di Parigi, anche le Olimpiadi del 1904 vennero presentate come una delle attrattive offerte dall’Expo di St. Louis.

In un periodo in cui riscuotevano grande popolarità gli “Zoo umani”, nei quali venivano esposti alla curiosità del pubblico esponenti di etnie ritenute ancora immerse nello stato di natura, anche l’esposizione di St. Louis ebbe il suo “bioparco”, dove per pochi centesimi di dollaro i visitatori potevano osservare da vicino e comperare la fotografia di Ota Benga, un pigmeo del Congo, presentato come l’anello mancate tra la scimmia e l’uomo. Dato il grande interesse mostrato dal pubblico per l’argomento, ampia pubblicità venne riservata a una speciale sezione dei giochi olimpici, che gli organizzatori avevano voluto destinare alle cosiddette “razze selvagge”. L’appuntamento era per il 12 e il 13 agosto, presso lo Stadio di St. Louis.

Ota_Benga_1904

Ota Benga nel 1904 (Wikipedia)

Le giornate antropologiche

In quell’occasione, gli spettatori accalcati sulle tribune poterono assistere allo spettacolo offerto da pigmei, pellerossa, amerindi, eschimesi, mongoli, filippini, chiamati a misurarsi in una serie di competizioni sportive. Alcune delle gare, come la corsa, il tiro con l’arco, il lancio del peso, si ispiravano direttamente alle discipline dei giochi olimpici, altre invece erano state appositamente scelte per l’occasione e tra queste spiccavano la lotta nel fango, la corsa nei barili, il lancio di una palla contro un palo del telegrafo.

Obiettivo dell’iniziativa era dimostrare la veridicità delle teorie antropologiche assai in voga al tempo, che indicavano nell’abilità fisica spontanea e priva di allenamento una delle caratteristiche degli “atleti naturali”, espressione delle società meno evolute e più vicine allo stato di natura. Non dunque gare tra atleti europei o statunitensi e atleti provenienti da altre aree del pianeta, ma gare tra “razze inferiori” delle quali, come in uno spettacolo circense, i bianchi fungevano da spettatori.

I risultati delle prove non diedero naturalmente le conferme scientifiche sperate, ma per il pubblico fu assai divertente vedere i partecipanti, vestiti con gli abiti tradizionali, affrontarsi goffamente in competizioni per le quali non avevano ricevuto alcuna istruzione o preparazione. Particolari risate furono riservate alla prestazione dagli eschimesi nel lancio del peso e agli sforzi dei pellerossa nel tirare frecce con archi che non flettevano. Spassoso si rivelò anche l’impegno profuso dai pigmei nel centrare il palo con la palla da baseball o la difficoltà mostrata dai mongoli nel comprendere le regole della corsa nei barili.

Per aggiungere colore alle “Gare tribali”, sugli spalti venne riservato un posto a Geronimo, l’ultra settantenne capo apache che, con sguardo spento e distante si trovò costretto ad assistere all’umiliante spettacolo offerto dalla propria gente in quelle che sono passate alla storia come “Le olimpiadi della vergogna”. Il pregiudizio circa la classificazione del genere umano sulla base una presunta scala razziale sarà duro a morire, come dimostreranno decenni più tardi le Olimpiadi di Berlino (1936) che videro il cancelliere del Reich Adolf Hitler lasciare in anticipo lo stadio per evitare di stringere la mano al velocista nero Jessie Owens, vincitore di 4 medaglie d’oro.

Clicca qui per leggere approfondimenti sulle Olimpiadi del 1904 (da Treccani.it)

 

Crediti immagine:

Apertura: un arciere durante le Giornate Antropologiche (da Wikipedia)

Box: La locandina dei Giochi Olimpici e della Fiera Mondiale del 1904 a St. Louis (da Wikipedia)

 

 

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